venerdì 12 ottobre 2018

MENO DUE di Delia Deliu


Max Castellani è un chirurgo che decide di ritirarsi a vivere in montagna. La sua vita professionale l'ha così impegnato da non poter nemmeno dedicarsi all'acquisto di uno chalet. Deve conferirne
l'incarico ad un agente immobiliare. A cena con lui fa un incontro, così strano da sembrargli un'allucinazione (per due ben giustificati motivi, uno dei quali non ve lo si può svelare, se non nella sezione in calce Spoilerata). Scopriremo in seguito che è Greta con il suo inseparabile cagnolone bernese, che si chiama, non a caso, come il protagonista. È figlioccia del titolare del rifugio alpino, Mario. Greta è una creatura eterea come il suo colore dominate, l'albino.

«La mia professione mi ha dato tanto: fama, denaro, soddisfazioni, però anche poco tempo per
me stesso. Adesso, tutto è diverso.» Al mattino dipinge, finalmente il cavalletto e i colori a olio sono arrivati.” A lettura ultimata, mi accorgo che fin dal titolo si annida il segreto di Max, ma la brava Delia Deliu riesce a nasconderlo mirabilmente, pur ammiccandovi. Lodevole tecnica narrativa per  lettori investigativi.

Il sentiero stretto della montagna viene accompagnato da abeti e larici, il rumore delle ali di qualche uccello spaventato rompe il silenzio. Una piccola lucertola attraversa veloce il sentiero, lontano si vede la pelliccia di una volpe che, nascosta, li guarda.” Il che, contornato dagli improvvidi passaggi dei caprioli, fa pensare ad un poco verosimile paesaggio montano: io ci vivo da tre anni, e mai ho visto tanta fauna nelle mie passeggiate alpine. La Deliu si fa un po' prendere la mano nelle descrizioni idilliache, tuttavia penso sia un espediente per creare contrappunto letterario all'imminente dolore.

Helen preferisce sempre fare le cose giuste, a differenza di Betty per la quale l’unica cosa che conta è raggiungere i suoi scopi. Per quanto diverse queste due donne sono molto amiche.” Questo passaggio mi è pretesto per presentare i cinque studiosi inglesi, Helen, Elizabeth, Robert, Daniel Michael, (botanici e faunisti) che insidiano lo sbocciare della relazione tra Greta e Max.

Una piccola raccolta di imprecisioni di natura grammaticale/linguistica mi fa ricordare che la Deliu non è italiana, ma il suo editor sì: “Un sorriso furbetto dà allegria al volto di Elizabeth, che sposta le mani incrociate in avanti e alzando il piede destro sulla punta, imprime un lieve movimento al bacino, come una bambina che sta pendolando. Le tecniche ammalianti della seduttiva ricercatrice inglese giocano a nascondino con imprecisioni linguistiche, che amerei fossero neologismi, come pendolando. “Lui si intende poco e Greta...” Meglio forse lui se ne intende? “...ha notato oggi in paese: tante pattuglie di carabinieri. È molto strano, gli abitanti della valle si conoscono tra loro e hanno stretto delle vere amicizie durante gli anni. Qualcosa è successo, altrimenti non posso spiegare tutta la polizia in giro per il paese. E come mai facevano tutte quelle domande alla gente? Mah… più tardi farò un salto in paese. Se ci sono delle notizie, le devo sapere.” Troppi paese. “È come una bambina in un negozio di giocattoli, non sa dove guardare per prima.” Nulla segue dopo il prima. La Deliu avrà voluto scrivere per prima cosa?“«Quindi risotto al mirtillo e Teroldego, e costine affumicate di maiale con crauti?» «Va benissimo» risponde Anita per entrambi, regalando un sorriso a Mario.” Ma avrebbe dovuto essere “«Pappardelle al ragù di selvaggina e tagliata di cervo al mirtillo rosso...” come precedentemente proposto. “... commessure labiali” Un po' troppo medico scientifico per un romanzo di genere rosa.“«Sei molto talentuoso, è un dono che Dio ti ha dato.” Talentoso, lo dice anche l'Accademia della Crusca che, individuando la forma nei vari dizionari, afferma di esserci “unanimità, comunque, nell’indicare come forma prevalente talentoso.”
Non ha senso di raccontare che” In italiano funzionerebbe meglio senza il di.“... la prende per le spalle, la stringi forte” Forse era meglio coniugato alla terza persona singolare, stringe. “Lei mi parla di una cura, però come fa a saperlo? Max vuole dire qualcosa, però è bloccato.” Ci sono due però troppo vicini per essere eleganti. A piccoli tratti, il testo si riduce di corpo come pure l'interlinea e la spaziatura*, un difetto di stile, la cui correzione avrebbe potuto competere, nell'ordine, alla casa editrice, al suo editor, o in ultima analisi al grafico, come tutti i precedenti, per i quali uso l'elegante definizione di refusi. Sono certa che se lo rileggessi all'indietro, ne troverei altri. Caro signor Presidente della casa editrice Bre', le consiglio di investire in un buon editor, specie nei casi come quello della Deliu se vogliamo davvero fare un salto di qualità.

La vita ci insegna spesso che non sono le distanze che separano le persone, ma le persone stesse.” , “possiamo scoprire un amico nel nostro nemico e capire che talvolta il volto bello di una persona nasconde la sua malvagità.” , “La morte di un nostro caro porta sempre via con sé una parte di noi lasciando un vuoto dentro l’anima, come un buco nero che risucchia il dolore, la sofferenza, senza far trapassare la luce della gioia o il buio dell’oblio.” , “La forza dei pensieri a volte muove le montagne, imprese impossibili diventano realtà quando l’essere umano vuole con intensità. Volere è potere.” e infine anche Fare l’amore con l’uomo che ami non è un semplice scambio di umori come con uno sconosciuto, è un atto di complicità, affetto, passione. Ancora di più adesso che l’unione dei loro corpi è accesa dalle emozioni che entrambi provano; lui sogna un matrimonio, lei un volo negli Stati Uniti. La Deliu ci dona qua e là perle della sua saggezza di vita vera.

Mario, il padrino di Greta, è spesso occasione per la Deliu di regalarci un po' di ironia: “Cupido ha trovato la strada verso la mia baita. Devo stare attento, altrimenti mi trovo a baciare il bernese.

A parte qualche porca troia di troppo, La Deliu ha seguito i precedenti consigli di evitare volgarità durante le scene d'amore. Cito da leggolibrifacciocose: Tutta la narrazione è disseminata da organi genitali nella loro forma parlata più scurrile, senza fantasia, parafrasi, costruzione cerebrale. Sboccataggine a parte, nulla è più erotico di un cervello usato bene. Ma quando Delia Deliu scrive C e F (che non amo scrivere per esteso), per interpretare non serve il cervello, col rischio che quest'ultimo giaccia inutile appendice. 

Però a volte sono un fottuto egoista e per questo motivo ho scopato Elizabeth. Mi sentivo un figo, l’ego era in orbita. Dannato il giorno nel quale ho voluto solo avere un orgasmo! Amare invece significa regalare e io cosa ho da regalarti, Greta? Tanto amore, ma ...” devo fermarmi a questo ma avversativo, per non spoilerare.

«Come aver perso la mia identità, a volte non so più chi sono. E non dovrei, ho una figlia da amare. Sai quante volte ho pensato di togliermi la vita? Tante, e non è la mancanza di coraggio che mi impedisce di farlo, ma l’amore per Speranza e il senso di colpa all’idea di abbandonarla anch’io.»quanta sofferenza nel cuore della protagonista (e forse dell'autrice, che qui inserisce qualcosa di autobiografico).

*Negli anni della Milano da bere, fui Art Director free lance per svariate agenzie pubblicitarie.

Il finale non è lieto, come ci si potrebbe aspettare in un romanzo rosa, anzi: si avverte l'occorrenza da parte della Deliu di essere corretta, di non truffare i lettori, di non mentire a se stessa, che nella vita svolge una professione deontologicamente accurata, e che per privacy, non svelo.
Insomma, la Deliu conferma le sue capacità di narratrice: si avverte la sua urgenza di farlo, quasi la necessità, come fosse l'ultimo dei suoi giorni. Brava! Spero per lei che riesca ad ottenere più dedizione da parte dell'editore, allo scopo di eliminare quelle poche imprecisioni sintattiche e di senso, che le potrebbero guadagnare premi letterari italiani, pur essendo straniera.

Consigliato a chi necessita coniugare il colore rosa dell'amore, al giallo del mistero, divertendosi con qualche tocco di pepe.



Spoilerata
Hai un glioblastoma a farfalla»”(...) “«Vita di merda! Cosa ho fatto di male?» Parole estirpate dal profondo della gola.” (…) «È operabile?» Con lo sguardo implora Michele di dargli almeno una speranza. «Non lo so, però il glioblastoma interessa entrambi i lobi cerebrali coinvolgendo il corpo calloso.» «Quindi non è possibile la resezione del tumore.» Abbassa la testa e la incassa tra le spalle, incrocia le braccia, il volto tradisce lo stato d'animo: è sconfitto. «Però puoi fare la radioterapia e la chemioterapia allo scopo di ridurre la massa tumorale e far cessare o almeno ridurre le convulsioni.» «Per prolungare il mio calvario? Non ci penso neanche» grida Max.”

giovedì 27 settembre 2018

SIAMO SOLO NOI - Vasco Rossi, un mito per le generazioni di sconvolti


Conosco Diego Giachetti ad un Poetry Slam sui Murazzi di Torino a maggio 2018, presentatomi dal MICA VAN GOGH). Infatti, leggendo un centinaio di libri l’anno, dieci più dieci meno, ogni dieci emergenti, se ne salva uno solo. Decido quindi di fare recensioni solo di opere che mi divertano e che siano di valore universale, rispondendo a esigenze del mercato. I DILEMMI DI TROSKY non lo sarebbe stato, SIAMO SOLO NOI, invece sì. Sorta di biografia musicale del Blasco negli anni tra il 1978 e il 1999, inizia con il classico fulminante incipit che ti incolla alle pagine restanti, certi di scovare altre chicche su Vasco.
mio partner come suo validissimo professore d’italiano. Ha scritto e pubblicato diverse opere, tra cui I DILEMMI DI TROSKY, ma che è, per i miei gusti recensorii, “troppo politico” (Cit. Caparezza, che tanto ispirò la mia silloge poetica MICA VAN GOGH)

Infatti il Giachetti, coadiuvato da Ginevra, lo intervista in esclusiva nel febbraio del 1999 a Bologna, mettendo in luce il meccanismo e le influenze degli anni della rivolta, altamente formativi per una rockstar come il Blasco. In quel contesto rivoltoso, un giovane venuto dalla provincia timida e chiusa, si imbatte nell’anarchia letteraria e creattiva (sì, con due T) del teatro, alla “ricerca di nuove forme di comunicazione, il linguaggio del teatro, una delle prime radio libere” cui Vasco Rossi partecipò, per scardinare “il monopolio, allora opprimente e totale, della Rai TV, che non trasmetteva determinati tipi di canzoni o non dava determinate notizie”, tuttavia “noi però partecipavamo in modo saltuario alle assemblee e ai cortesi, e, soprattutto, guardavamo con un po’ di distacco, da indiani metropolitani, ai gruppi politici della nuova sinistra, Manifesto, Potere Operaio, Lotta Continua. Li consideravamo, già fin dai nomi, troppo impegnativi, un po’ esaltati, per questo ci univamo al coro di chi gridava “Cotta Continua” e “Godere Operaio”.

Io, che quegli anni li ho vissuti da liceale in cerca di una propria personalissima identità, in mezzo a “cinesi”, da una parte, (come chiamavamo i rossi comunisti all’epoca, a dire il vero con un po’ di disprezzo) e, dall’altra “fasci” (che raccoglievano la discriminazione di quasi la totalità degli studenti), nel limbo dei ciellini (corrente cattolica di stampo politico, con un “celeste -  non voglio nominare indagati, anche fossero ex - allora emergente), ero in pieno disimpegno, andavamo alla Rinascente durante gli scioperi o i collettivi. Eppure non volevo ascoltare Vasco, per non allinearmi a nessuno. Mi andava bene così e anche agli amici miei.

Il libro e le indagini sociologiche del Giachetti sui pezzi del Vasco Rossi, quindi, mi hanno rivelato un mondo che era mio, senza saperlo e che accomuno ad un altro libro, molto diverso, per tanti versi, ma sempre disvelatore di una certa Italia indiana metropolitana: quello del Maurizio Rotaris, PASSEGGIATA NEL DELIRIO.

Vasco Rossi cantava “E va bene va bene va bene va bene così”, oggi la realtà di allora mi “telefona” con il Blasco (e un grande Giachetti).

Consigliato a chi visse gli anni a cavallo tra la fine dei Settanta e la fine dei Novanta con il sorriso leggero del disimpegno e il distacco da certo bieco femminismo, di cui oggi si Avverte sempre più il bisogno nella versione però più femminile, vedi il saggio sociologico STANDING OVULATION - LE DONNE SONO SUPERIORI AGLI UOMINI (ANCHE NELLA VIOLENZA).

lunedì 24 settembre 2018

L'INSONNIA DEI CORPI


Dalla singolare dedica: “A chi mi tiene sveglio” e la citazione da Jorge Luis Borges, "La Cifra", inerente all'insonnia, che “è l’orrore di esistere e di continuare ad esistere”, si deduce che l'autore Paolo Castronuovo scrive da insonne una poesia che è dialogica, atitolata, apunteggiata.

Sezione PALPBRE DI ZINCO
la notte è fonda come l’odore dei tuoi capelli / non c’è tempo migliore per le odi / tra le mie mani la tua pelle / imbastisce un filo logico / subliminale al profumo di un mare / che ci distacca / e fa di me il sommozzatore dei tuoi fondali” Colpisce. Parla non solo a un animo gentile come possa essere il mio, ma a quello di tutti. E' linguaggio universale, fatto di mare, capelli, notti fonde come fondali e come anime d'amare.

il tuo non è nel letto stanotte / ho aperto i cassetti intimi / svuotato i cuscini pieni di un terzo profumo / e non ho trovato nulla / se non la pistola alla mia nuca”

mentre ti scopo puttana di un’insonnia / pagandoti in cambio di questi versi” Analizzando la dedica dell'opera, avevo avuto ragione: l'autore ripaga l'insonnia con i suoi versi.

Entrano spesso nei versi del Castronuovo i Social e l'amore online, che sostituisce quello platonico: “faccio parte dei tuoi 1659 seguaci in questo nonposto” e ancora: “sarà perché vogliono ammutolirci come schiavi di noi stessi / o perché siamo troppi / costruiti apposta per otturare le vene della comunicazione / scrivi amen, condividi, non mi piace più”

Anche la Poesia è tra i soggetti preferiti dell'autore: “dalle quali filtra la poesia / bastone dei miei mali” , “le muse hanno disossato la gabbia ma / per fortuna lo sterno regge il petto infuori / anche se pompa lento il sangue nazicomunista / un’anarchia in collisione non può che avere / un gran cuore / sbarcare nelle pagine di un profugo / che s’aggrappa alla speranza di un amore / un regno alla conquista / se del verbo o mucillagine / non perde la salute / trova cuspidi che tagliano il palmo / nella vita che sta qui / ad aspettare” criptica come certa poesia ha da essere. Mi riferisco al Nobel Quasimodo, “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera.”

In questa prima sezione viviamo l'alienazione solitaria del Castronuovo.

Sezione CARNE VISIVA
Dall'astrazione solitaria all'impasto dei corpi il passo non deve essere stato facile. Però al Castonuovo riesce molto bene: “ma nella pausa dei corpi avevo seni da esplorare” e ancora “aveva creato la nostra carne sfregandosi / nell’esplorazione della confusione, “che la penna del Matto aveva issato” riferimeno ai Tarocchi Marsigliesi? L'esoterismo torna anche in “reso morbido a ogni vista o tocco / del mio terzo occhio”

L'erotismo cerebrale è ficcante: “m’insapono il viso col fiato e / lo sciacquo alla tua pelle / un mulino ad acqua la voglia / di essere ancora terzo capo / per far delle tue gambe treccia / glorificare il corpo / in un’acconciatura spoglia / dalla routine dell’ozio” dove colpisce la mancanza assoluta di volgarità, come esaltata dai Forforisimi Pastorology: “Il vero organo erotico è il cervello”. Ma anche qui: “le vene sono edera / costringono il mio sesso / alla visione / le mie labbra morse tra denti / al desiderio in crescendo / su uno spartito andante / crepito nella forza in cui mi stringi / un fuoco di tizzoni non muore mai / c’è sempre un fiato ad alimentarlo / il mantice delle tue gambe / il ventaglio delle tue dita”. Il Castronuovo sta descrivendo una partica sessuale nota ai più con parole note ai meno. Bravo!

Immagini inusitate “la leggerezza si posa in / fumo sulla tibia” , “se tu non fossi / ombra nel cielo d’altri / ti farei notte” ancora di quasimodiana ispirazione, e capolavori di sintesi ungarettiana “l’inguine è succulento / quanto la coscia che smagrisce alla caviglia / dove il pedale di una legnano / poggiata a un muro strapiomba in battigia / ti smaglia nelle onde / di un pennello dalle setole rade / ti dipinge nell’estate / che oramai sa di cenere / e non avrà il profumo / delle tue gambe nude”.

Ancora sulla Poesia come pratica erotico cerebrale: “masturbami la mente e / fammi eiaculare poesia con la tua bellezza” , “che ci incolla seppur tra labbra / a qualcosa di osceno per la vita”

Sezione LENZUOLA AL BITUME
Si infittiscono le immagini inconsuete: “un capodoglio incastrato nel buco dell’ozono” , “lungo l’autostrada delle gambe asfaltate” , “per far sì che l’elsa fermi le emorragie / della vita” , “l’occhio affonda un tuorlo tra i tuoi seni” , “non so più se m’abita ‘sto corpo / o se son’io a resistere nei suoi apostrofi” , in una sezione dove, pur essendo molto forte il richiamo alla sensualità, la stessa passa in secondo piano rispetto al “male di vivere”.

Sezione CREPE DI RINUNCE
Il distacco dall'oggetto dell'amore di Castronuovo, si cristallizza in una nuova solitudine “respirare la tua assenza è rigenerante” , “lunga vita a chi mi aprirà una storia / per chiuderne un centinaio” , “che io termini dove tu cominci / può essere il caso di un nuovo inizio” , “non avere temperatura nella crisi d’astinenza” , “confido le mie giornate al cuscino” , fino a concludersi con la disperata invocazione: “non voglio sentirti più con nessun senso / scappa insonnia, vai via; / io devo rimanere qui a rigenerarmi / non posso farti vincere, il cappio è lì / ma io ti ammazzerò col cuscino.”

Sezione IL BUIO DEL GIORNO
Il ristagno psicologico si impessessa dell'autore e dei suoi versi, fino alla maturità solitaria e al distacco dal tutto: ma nonostante tutto rimango qui / fino all’emicrania, all’alzheimer, / alla prostatite, e al delirium tremens / che mi prende e stupra sui cassetti.” , la camicia di forza stretta a mani dietro” , “- sbrigliami da questo blocco / si avvicina la morte, / la sofferenza la rovina”

Imparo anche una nuova parola: nistagmo ni·stàg·mo/ sostantivo maschile, movimento rapido e ripetuto del globo oculare, per spasmo dei relativi muscoli.
la battigia, la baita, la scogliera, le fabbriche / e il mare rosa zampilla per la pioggia d’acido fenico” , “ho stabilizzato il mio sonno / con Melissa, Valeriana, e altre puttane / infuse in un’orgia a bordo strada / fin quando al pomeriggio non mi ha tentato / il divano / e Melatonina di notte inerme non ha potuto fare altro / che tentare di strozzarmi” Viva l'autoironia (qui chimica), che salverà il mondo, come dice un altro forforisma di Pastorolgy.

Chiudo la rece col riportare integralmente una poesia, perché ...:
non voglio vivere a lungo / non saprei che fare fino a ottant’anni o novanta / per questo uso parole più leggere / sessanta sarebbe un buon numero per lasciare la vita / una pensione è solo un sogno, un lavoro un’utopia / neanche i capelli bianchi da saggio potrò godermi / la calvizie ha avanzato la stempiatura / lasciandomi qualche pelo canuto sparso nella barba / è questa la mia vecchiaia / precoce e avanzata” … perché vorrei incoraggiare il Castronuovo: vivi a lungo per lasciarci ancora tue meraviglie poetiche. Visto che mai voglio avere notizie sugli autori, prima di lasciar parlare le loro opere, oggi mi chiedo quanti anni abbia il Castronuovo che si definisce già vecchio, sebbene sia ovvio che parla di canizie morale.

Solo nelle note finali ho conferma di quanta cultura abbia appreso il meritevole Castronuovo, ulteriore garanzia della lodevole sua Poesia.

L'ultimo consueto accenno alla copertina: ottima scelta cromatica, quello del B&N, con un profilo netto ma legato: così è il Castronuovo nella sua Poesia. L'avrei comprata lasciandomi guidare da lei.

Consigliato a chi fa della Poesia sua ragione di vita, per cogliere le modalità ermetiche e farle sue.

martedì 18 settembre 2018

LE BRUTTURE DEI CUORI SCALZI


“Poesia è controllare la propria energia/ Per generare parole felici e strazianti. (tratto da POESIA È OSSERVARE IL TUO MALE PER CIBARMI DI BENE) Ecco, non è così che si fa: tutta la prima metà del libro parla di un sé straziato, artificialmente straziato. Si avverte netto l’artifizio delle parole, angeli, gonna rosa, inferno, marmo, sfregio, fiamma, disperante voglia, agonia, tormento, tomba, che sarebbero originali poeticamente parlando se tanti poeti baudelairiani prima di Maria Grazia Nappa non l’avessero già fatto, come negli esempi che seguono:
“E lasciami altrove./ Seduta a parlare con gli angeli” (tratto da AMARTI NELLA FINE)
“Mentre una foglia cade sulla tua gonna rosa,/ Io brucio all'inferno.” (tratto da BENVENUTI AL CIRCO)
“Accovacciata sul lastrico della paura, / Nessuna dolce attesa riscalda il marmo della mia rovina” (tratto da BUSTE DE FEMME AU CHAPEAU)
“C'è un po' di aborto dentro di me / Un po' di fitte che detestano il passato; /A meno che non mi senta poeta, / La mia vita è uno sfregio sul fianco destro (tratto da CAOS POETICO)
“Come in un'operazione a cuore aperto, ero fiamma nel vuoto.” (tratto da CONSUMARSI A PICCOLI TAGLI)
“Ma di luna ne esiste una sola e non bacia mai i belli; Soltanto le disperate come noi. (…) Sarà per i carboidrati al posto degli zuccheri e gli zuccheri al posto della dignità, / Che ogni tanto sento ancora il bisogno di mangiarti.” (tratto da COPIA)
“Ogni alba sarò disposta a rendermi sana e fiduciosa solo per te. Solo per te e per quel tuo sorriso che mi provoca umana, disperante voglia di esserci.” (da FERITA NARCISISTICA)
“Chopin non esiste tra i capelli che bruciano agonia e delicatezza;” (da FRANCESCA WOODMAN)
“Appropriarsi del nostro tormento è la tomba di ogni verso.” (tratto da IL RUMORE)

Poi, un cambio di registro in meglio, forse una raggiunta maturità poetica della Nappa, dopo la poesia che dà il titolo alla raccolta e che riporto in toto per la bellezza mai vista delle sue immagini:

LE BRUTTURE DEI CUORI SCALZI
Il tuo ventre crolla su di me, / Come se altro non aspettasse che queste grida ottuse. / Tu, puro e perverso, / Lotti vivo e affaticato / Le brutture dei cuori scalzi. / Ed è per questo che ho bisogno di te, / Delle tue ali forti, / Pronte a custodire ogni mia caduta; / Dei nostri maremoti / Dentro cui ogni granello di polvere / Trasforma la stanchezza / In versi da comporre. / Senza spegnerci mai.

A pag. 83 si ripete la stessa poesia proposta a pag.53, un errore grossolano persino per mero stampatore. Ascoltate vi prego cosa dico di “STAMPATORI/EDITORI” nell’intervista a RadioBigWorld, intorno al minuto 10.

Scopro che la sedicente “casa editrice” è la medesima del Galluccio, evidentemente non solo ha solo bisogno di un Illustratore di copertina, ma anche di un Editor. “Una tale improvvisazione nell'editoria italiana mi rattrista.” Cit. Stefi Pastori Gloss.

Con l’immagine delle brutture dei piedi scalzi, la Nappa inaugura una stagione di immagini nuove, scioccanti, forti, in cui immedesimarsi se si è provata una qualche forma d’amore poetico, nel senso di amore per la poesia:
“Scenderò a comprare un pezzo di terreno fertile e vi pianterò un po’ di crudeltà.” (tratto da NELLE LIBRERIE I POETI SONO TUTTI MORTI)
“Corro sempre come se fossi legata in cima a una poesia con un elastico ai piedi;” (tratto da NON LO SO)
“Splendo da sola nel disordine di un sgabuzzino.” (tratto da NON PROVARE A CAMBIARMI)
“Ricordi quelle lettere d'amore sbiadite che sbraitano in attesa del prossimo destino. /
Se solo tu ti ricordassi ogni tanto di te.” (tratto da OGNI ZECCA)
“Forse per questo riesco a raccontarle./ Male certo. Ma alla fine sono viva.” (tratto da SABATO)
“E cadrò vicino al sole. / Resterò albero senza radici, / Quello rimarrà il senso del mio piacere. / Per sempre.” (tratto da SIAMO MEDIOCRI)
“Ubriaca di solitudine / Il mio delirio sorride offeso” (tratto da SINFONICA SENSAZIONE)
“La rara vergogna che si prova quando si ama il proprio dolore così tanto da non volerlo più considerare tale.” (tratto da ULTIMO ADDIO)

A volte, basterebbe un po' di coraggio al Poeta nel voler cestinare le prime poesie, al quale forse è attaccato per affetto, ma non per valore, al fine di inserire dunque nella silloge solo cose vere e sincere. La diatriba preferita circa la copertina per una ex Art Director come me, se vende oppure no, questa volta si concretizza in un ritratto (della Poeta? Se sì, si potrebbe dire in stile cubista) che fortunatamente pare sia stato realizzato da un’amica della Nappa e non dalla casa editrice.

Mi chiedo perché autori così di valore, come il Galluccio e la Nappa, non credano sufficientemente in se stessi e non si rivolgano a veri editori. La Nappa, ahimè o evviva, dipende dai punti di svista, è una bella donna e sa come mettere a frutto, ovvero sfruttare, le sue doti fotogeniche, almeno su Instagram: è di una bellezza fosca e prorompente, come i suoi versi, che la fanno entrare di diritto tra i poeti maledetti.

Consigliato a chi ama il decadentismo, scoprendone uno nuovo aggiornato al XXI secolo, coniugato da un sentire femminile, valido però universalmente.

mercoledì 12 settembre 2018

BRUCIARE LA SETE

Sempre piuttosto distaccata nelle prime fasi, per via degli innumereoli sedicenti poeti, le brevi note introduttive mi allarmano:
A chi ha imparato a bruciare la sete nutrendosi di bellezza.” Che significa?
Questo primo sogno lo dedico a voi.” E va bene. Ma poi:
Abbiatene cura” è per caso timoroso di non sapere reggere una critica? “e non smettete mai di cercare, di cercarvi.” Ah be', se lo dice lui... La sua giovane età combinata a tanta supponenza mi fa sorridere.

L'opera si suddivide in più sezioni, che scopro essere un arco narrativo. La prima è inaugurata da:
Amarsi un po’ / è un po’ fiorire / aiuta sai / a non morire. Amarsi un po’, LUCIO BATTISTI che suona augurale per un sé innamorato ma non ancora corrisposto. Infatti, la prima sezione della silloge si intitola: “L'attesa”.
Aprono due poesie, che giocano di rimandi (tavole apparecchiate, frecce..), per terminare subito dalla terza in poi. Peccato. Potrebbe essere un suggerimento per il Pataro nella sua prossima silloge. Infatti, ora che l'ho letta tutta, capisco che è un grande che non si fermerà. Bravo.

Il Pataro si esprime spesso al futuro, facendosi portatore di promesse vaghe (nell'accezione di vaghezza, ineffabile). Dopo poco più di una decina di componimenti a verso sciolto, dalla sezione “Incendio” in poi si avverte un cambio di registro, inaugurato dalle parole di WISŁAWA SZYMBORSKA che parla di amore compiuto “come mi batte forte il tuo cuore.”.

Resti
Solo tu davvero resti / tra i resti / di chi mi resta accanto, / senza paura di perder / la testa
ad a(r)marmi così tanto.

Da esperta di narcisismo patologio - vedi le mie opere CORPI RIBELLI resilienza tra maltrattatmenti e stalking, e STANDIN OVULATION, le donne sono superiori agli uomini (anche nella violenza) - mi sorge una domanda: quello dell'altra parte, è un amore sincero o manipolatorio? Colgo qua e là i segnali di una prossima disfatta amorosa:

Il circo dei tuoi occhi
(..) io spettatore incantato / di serpenti attorcigliati / come le tue parole

(…) Ogni volta spalanco / la bocca alle meraviglie / delle tue acrobazie,

(…) ammali le mie speranze.

(…) come un boa ipnotizzato, / corro a baciare le tue esplosive labbra

e anche in
Scoprirsi
(…) Suoneremo gli specchi / delle nostre bugie / per farci dire quanto ci siamo uccisi ogni giorno
mentendoci.

e vorresti che i coltelli / non sviscerassero il vuoto.” Bello sarebbe stato, perché più impattante, eviscerassero (da Darsi al vento)

Una lenta e lunga consapevolezza che l'amore, una volta conquistato, non è più amore, si sviluppa nell'ulteriore sezione, dal titolo “La cenere” che ha come ispirazione un cinico aforisma di GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA da IL GATTOPARDO:
L’amore? Già, certo, l’amore… Fuoco e fiamme per un anno, e cenere per trenta.”

Giona
(...) nuotavamo per risalire, / ma poi ci rituffavamo per dimenticare, / per non dover morire.
Ogni tanto lo scadimento nello scontato, si capisce, l'autore è giovane, si farà. Fortunatamente subito riprende la sua chiave mai banale:
(...) Quante te / senza di me / sono morte?” (da Svolte)

Infine con la sezione “Riiniziarsi”, dall'ispirazione ambiziosa:
Quando si tocca il fondo o si rimane giù o si risale allo stato di prima.”
Macbeth, Atto IV, Scena II, SHAKESPEARE, il Pataro inaugura una serie di titoli quanto mai originali: azioni “riflessive” sia in senso grammaticale che in quello morale. Scoprite da voi il perché. La sezione ha più una funzione augurale nei confronti del suo amore ormai perduto.

Coltivarsi
Promettiti / che sarai fertile come un giardino di rose. / Coltivale, coltivati.
Abbi cura anche delle spine. / E quando ti sradicheranno / per dispetto, / abbi cura di non appassire.
Il Pataro mi permette di capire solo ora le sue note introduttive che tanto mi apparvero leggere.

Dai Ringraziamenti
un giornalista della Gazzetta del Sud, di cui non ricordo il nome, che dopo la vittoria di un premio, a dodici anni, mi disse tu farai strada.” Una volta tanto un giornalista che ha ragione. Finalmente un autore nuovo, che sa fare poesia, che non cita a caso, soprattutto che cura meticolosamente sia la prosa, che lo stile personale che quello della casa editrice. Io che sono così puntigliosa da trovare sempre almeno un – chiamiamolo pure così – refuso, stavolta non ne sono stata capace.

Come sempre convinta che la copertina determini il successo della vendita d'impulso, quella di BRUCIARE LA SETE di Lorenzo Pataro appare in stile "romanzo rosa", ma in garbato bianco e nero, quindi non mielosa, azzeccata. Cinque stelline su GoodReads allora!

Consigliato ai sedicenti poeti di qualsiasi età: non c'è mai un'età per fermarsi dall'imparare, agli innamorati dell'amore a occhi aperti, a coloro che amano la poesia colloquiale.

venerdì 7 settembre 2018

IL TATTO DELLE COSE SPORCHE

IL TATTO DELLE COSE SPORCHE di Andrea Gruccia potrebbe avere come sottotitolo: “Breve storia triste d'amore tra alienati in un agosto torinese qualsiasi”. Trattasi di un amore estivo, dove inconsapevolmente,  i due protagonisti, Simone e Giulia,si strumentalizzano a vicenda per uscire dalle proprie paranoie. Ci riescono? Giulia no, ma Simone. Punto. Lo lascio decidere al lettore.

Ci si può innamorare di una Mistress. Lo afferma Andrea Gruccia, attraverso la voce del suo protagonista narrante, Simone, quarantenne torinese, straniato da se stesso per un eccesso di sensibilità e romanticismo, che tuttavia non si esime dal frequentare ex galeotti in odore di inferno (Rino), impotenti in cerca di sempre nuovi stimoli (Maurizio, detto Mauri), Mistress in odore d'arte sacra (Rebecca), improvvisate fotomodelle da scopare con il corpo e l'anima (Giulia). “Lecco il tatto delle donne, nell’unico modo possibile, con delicatezza.”

Un puttan tour e la visione di film porno con animali, accendono in Simone consapevolezze di eterno femminino. “L’accesso all’intimità di una donna avviene per gradi, è un cammino lungo. Quanta grazia è stata creata per avvicinarsi nelle camere profonde della femminilità, in cui ogni uomo ha vissuto per nove mesi. È un viaggio infinito, le donne sono creature ibride, parole ancora da inventare, per delicatezze e sfumature appena raggiunte. Chi ha la fortuna di poterle descrivere, per un talento naturale o per amore, è molto vicino agli dei.”, “Tutti i mesi hanno un nome maschile, ci vorrebbe un tredicesimo mese femminile. Un mese in cui tutto può accadere, un mese guaritore. Perché una donna può cambiarti la vita in un’ora, e io stavo vivendo il mio tredicesimo mese, all’insaputa di tutti. La mia tredicesima mensilità in affetto, e passione, e amore.”

Il Gruccia mette in bocca la critica al protagonista (ops, stavo scrivendo erroneamente, autocritica), in quel momento ventenne, ad una signora attempata:  “«Non rifletta, agisca. Quelli che riflettono troppo poi perdono tutto. Non abbia paura di perdere tutto, lo accetti come un dato di fatto! Cambia, la pelle! Anche se dentro si può rimanere uguali, la pelle cambia.»”

Rebecca, la Mistress alessitimica, e i suoi tentativi di espressione artistica “I ricordi non riescono a eccitarmi. Solo l’adrenalina, la scarica di endorfine. Tu invece ti tieni tutto dentro e riesci a mischiare le molecole, lo vedo nei tuoi occhi, e credimi, è una grande fortuna capire le emozioni,
scrivere poesie, cibarsi delle provviste!»” diventano pretesto per una nuova critica al protagonista, che prosegue, macerandosi nelle proprie paturnie, nel confronto con la modella improvvisata, Giulia: “«Perché non smetti di pensare e ci gustiamo questi momenti insieme?» «Tu le assomigli in tante cose.» «Parlami di lei, sfogati, superiamo questo blocco.» «Lavorava come mistress, era una dea. È scappata via, da un giorno all’altro. Da allora tutta questa immensa solitudine si è accumulata senza sosta, come una dinamo conficcata nel cervello.» «E non hai mai ritrovato tanta intensità, vero?» «L’ho ritrovata con te, Giulia.» «Ora mi stendo in quell’angolino e ti osservo fino a quando non mi sorridi.»”

“Proseguo baciando le caviglie, leccando le sue gambe, le allargo, per proseguire. Lei mi tira per i capelli, verso i suoi seni che lecco, e l’alchimia della mia saliva, sulla sua pelle, crea un nuovo profumo afrodisiaco, la brezza che protegge gli amanti. Succhio un seno, sento un affetto malinconico.”

“Lei sorride, e io sento il piacere profondo di quella complicità. Poi, li toglie da quella posizione e me li mette in faccia; li annuso tra le dita, dove l’odore crea vortici di immagini serene, rondini che
cantano, felici di volare tra gli odori famigliari delle cascine.” Tanta poesia nei confronti di un paio di piedi viene subito spenta da un'osservazione piatta e asettica: “«Proprio così, bravo.»” La qual cosa dovrebbe far meditare Simone circa il tipo di affetto “sincero” che gli dedica Giulia. Ma no, lui non ci riesce, tanto è ottenebrato (dal millantato amore? O da se stesso?)

“Un morsico all’anno” (o morso? Mi chiedo se il Gruccia abbia appositamente scelto "morsicare" addentare qualcosa o qualcuno con più morsi, quindi un'azione prolungata nel tempo a "mordere", che significa propriamente stringere qualcosa tra i denti con forza, in unica occasione.) “bonza” (cocaina o benza?) “Mi piace il tuo stile naiv.” (Non sarà magari naïf?) “Una giostra parigina con cavalli di bachelite bianchi e azzurri e bocche aperte con le striglie” (o briglie?) “Questa è una “ai-utopia” Che sarebbe Artificial Intelligence Utopia? Giro le domande all'autore che spero risponderà alla mia fame di conoscenza.

Per scene particolarmente erotiche, il Gruccia usa parafrasi di rara sensualità e delicatezza: “La volta successiva, a occhi bendati, baciai il suo collo. Doveva avere una collanina, di quelle di legnetti e perline coloratissime, profumava di vaniglia. Me lo fece fiorire nella sua mano. Poi ci infilò la sua collana con tre giri, come sul collo di un cigno. Mentre faceva su e giù, i legnetti e le perline facevano il rumore di quei rosari buddisti.” , “Sfinito dall’intensità, poso sopra la schiena di Giulia le ultime perline bianche.” Quanta finezza nel descrivere il frutto dell'orgasmo maschile.

“«Rebecca, pensa che bello se potessimo amarci a pezzi! Non mi vuoi completo? Amami un braccio, un orecchio. Non rischieremo il fallimento, se amassimo un pezzo di uno e un pezzo di un altro.» Rebecca mi sorrise con gli occhi. «Sarebbe l’ottava meraviglia amarsi a pezzi! Farci a pezzi
d’amore. Ma c’aveva mai pensato qualcuno? (…) Che bello, fine di ogni sofferenza!»”

E poi tanta, tanta poesia in prosa: “Ho bisogno del tuo odore per una settimana, del tuo modo di sentire le cose per un giorno. E poi andando più sul sottile: posso amare i tuoi pensieri? Il tuo futuro? Un anno della tua vita? Le tue piastrine? Amare il tuo dire, il tuo fare, il baciare, la testa, il mento?”,“I poeti fecondano le parole! Le parole dei poeti sono sempre pronte a fare germogliare una riflessione.»”, “La poesia dovrebbe servire a questo, a salvare le ragnatele, invece di riempire i salotti di inutili intellettuali.", “Sulla sua pelle ci sono prati che sussurrano in francese.”,“Amo le anime che hanno crepe, che sono state sputate dall’inferno e si ricostruiscono in solitudine, tra i raggi sottili delle finestre. Che sanno incendiare ed essere lievi, che si nascondono per essere presenti fino a rendersi invisibili.”

Fino a sconfinare nella filosofia del vivere: “(...) amare una porzione della persona senza la quale si respira a fatica.”,“Si deve essere maturi per fare gli scemi, dimenticarsi davvero di tutto almeno per un’ora al giorno, con la generosità che hanno le cose pure. Senza più infrangerle per possederle, ma acclimatarsi a una idea di felicità che non disturbi le angosce.”,“Le fotografie mentali sono sempre le più potenti. Nella mente, le fotografie non sono fatte di carta, ma di sangue: pulsano, hanno un respiro.”,“«Per certe persone esistono solo due strade, la depravazione o la solitudine.»”,“Penso che siamo tutti legati gli uni agli altri e che la scelta di un solo individuo può influenzare la scelta di molti.”

E l'ispirazione ai Grandi della Letteratura torna frequente: “Ma a volte, chi sta fermo osserva le cose dall’alto e plana come un albatro, diventa poeta. Sono fondamentalmente un uomo rimasto romantico. Nonostante tutto.” dove mi pare di riconoscere l'albatros di Baudelaire; “(...) una bocca verminosa, occhi scavati nel buio, la pancia gonfia dalla decomposizione con il suo livore marcio, maleodorante.” ancora Baudelaire; “«Non fai nemmeno un transito nel loro corpo.»” citazione vinciana.

Sex Pistols, Callas, Pink Floyd, Jimi Hendrix, Bach, Rihanna, Nick Drake, Sakamoto, John Lennon, Lou Reed, Cure, Mozart, Je t’aime moi non plus, Smell like teen Spirit dei Nirvana, Sunday Morning dei Velvet Underground, Cavalcata delle Valchirie di Wagner, la parola musica ricorre in una quindicina di matchs, a conferma che chi scrive poeticamente necessita di musica.

“«Su Facebook c’è una che si fa chiamare “la fatina dei cazzi”, mette link dove incita a fare pompini. Poi, per strada, fanno le sante. Le ho mandato una poesia di Neruda, mi ha risposto che la poesia le rompe i coglioni. Allora le ho detto se mi faceva un pompino, mi ha detto che se non la finivo mi denunciava! Ma cosa vogliono da noi? Se gli parli di sesso ti prendono per maniaco, se fai il romantico passi per rincoglionito! E poi lo chiamano il sesso debole.»” A prescindere che il vero sesso forte sono le donne, STANDING OVULATION, le donne sono superiori (anche nella violenza), attiriamo chi ha il nostro stesso stato vitale o karma che sia.

“«Bukowski era romantico? Non lo era per niente. Eppure scriveva poesie!” “il fioraio ti dedica una frase di Dostoevskij.”,“Immagino Bukowski, seduto su una sedia a menarselo con una mano e, con l’altra mano, alzare una bottiglia di whisky in segno di approvazione, e ruggirmi: «Sei sulla strada buona fratello!» citando Kerouak. “«Prendi una donna, trattala male! (...)»” citando vecchie canzoni anni Ottanta, “Le ho mandato una poesia di Neruda,”“Nemmeno nel film più torbido di Lars Von Trier potrebbe essere lei.”, “in Bardamu di Céline”, “Siamo personaggi felliniani usciti dalla pancia di ricordi terrorizzati da una vita normale, come quella delle persone che vanno all’Ikea”, “Il Cristo velato lo conosci, vero?»”,“Riempirei lo spazio della sua sagoma con il cielo, oppure fotograferei una pozzanghera, magari con l’immagine del suo volto riflesso, come il narciso di Caravaggio.” e anche qui: “Disse ad alta voce: «Ce ne andiamo a vedere Caravaggio! Voi lo avete ucciso e adesso lo amate!»”, “«Giulia, nelle mani di Kieslowski, un’idea così poteva diventare un capolavoro! L’avrebbe intitolata “L’insostenibile leggerezza del malessere”!» «Chi è Kislowski, il fratello del Il grande Lebowski?»”, con una parafrasi di Milano Kundera e un riferimento al famigerato registra dei tre colori, quando addirittura, pur di nominare artisti di chiara fama, si inventa un personaggio pleonastico per la storia in sé, il collezionista d'arte che commissiona ai due innamorati qualcosa di losco. “«Monet e Manet, faccio sempre confusione!»”  E poi Warhol, Mapplethorpe citati qua e là. Clochards che somigliano a Van Gogh, la Casa sulla cascata di Wright, o le architetture di Le Corbusier, Hemingway, Pavese, Cobain. Giovanni Verga… Citazionismo a nastro, poco gradito alla sottoscritta, che ha persino una pagina su Facebook dal titolo: PASTOROLOGY e dal sottotitolo “Non amo le citazioni altrui. Preferisco sbagliare da sola.”.

Rino, ex galeotto ancora con pendenze da gabbio, si rivela il saggio delle situazioni: “«Sai cos’è? Che alla fine scopriremo tutti che è una grossa presa per il culo, credere, lavorare, amare, tutto è fottutamente una presa per il culo! Tu mi hai visto con gli aghi nelle vene, credevi che stessi bene? Sono un fottuto romantico e sensibile come te! Ma ero solo, e quando sono fuso sembro dannatamente interessante. Solo quando mi fondo, rimedio qualcosa, raschiando il fondo di questa città di merda.»”

“Chiudo gli occhi e ritrovo le mie dee luminose e danzanti, posso ancora abbracciarle nei pensieri nudi. È una grande fortuna.” La grande letteratura mi commuove sempre. E quella del Gruccia è Grande Letteratura. Mi sorprendo, tuttavia, nello scrivere la presente recensione, di parlare del suo protagonista Simone come fosse una sua incarnazione. Ogni autore infila qualcosa di autobiografico in ciò che scrive. Ma sono certa di sbagliare.

Citazionismo a parte (che è solo una mia idiosincrasia), IL TATTO DELLE COSE SPORCHE merita le cinque stelline su GoodReads anche per la copertina che si vende da sola. È, secondo la cromatologia, (scienza che descrive il significato psicologico e comunicativo di colori/toni/intensità) nella scelta cromatica più corretta quando si tratta di lutti (non svelo nulla!) perché nero e viola si accordano benissimo con i paramenti funebri. Prende di spalle una modella che non è una modella (lo si capisce dalla schiena, con la colonna vertebrale in risalto, quasi uno stegosauro a simbolo della sua lieve imperfezione), con i capelli discosti, a sipario che svela. Rivolta verso l'oscurità del futuro (o della sua anima?).

Consigliato a chi non può dimenticare un amore passato, a chi ne ha vissuto uno davvero forte da cancellarne qualsiasi di presente o di futuro, a chi apprezza il genere erotico ma con contenuti, a chi predilige la prosa poetica delle “cose sporche” (che solo alla fine mi si rivela nel suo vero significato, quasi strascico di una morale cattolica mai davvero dimenticata).

mercoledì 25 luglio 2018

CARTOLINE DALLA FINE DEL MONDO

Mi pregio di cominciare con un’affermazione del Roversi che suonerebbe apocalittica se non fosse già reale: “«Risparmiare sull’educazione significa investire nell’ignoranza.»” e che mi fa amare d’emblée questo “manuale di cultura della milanesità”.

Mi capita sempre più spesso, ultimamente, di entrare in contatto con autori ed editori via Instagram, agli inizi un Social un po’ snobbato da me, più affezionata a Facebook,  roba da antichi per gli ultra cinquantenni come la sottoscritta, tranne da quando mi accorsi che il primo sta soppiantando il secondo. È qui che Paolo Roversi “risiede”, o, almeno, la sua casa editrice, la quale mi spedisce via e-mail il pdf da recensire. Poi, mentre sto scrivendo, lo trovo anche sul Social “antico”.

Fin dalle prime battute, avverto di “conoscere” il Roversi letterariamente parlando, emulo dell’eccelso Scerbanenco. Ma capita che a volte l’allievo superi il Maestro e questo è il caso del Roversi, così milanese nelle ossa da ambientare le “sue” vicende in quel di Milano in modo preciso e mirato.

Il poliziesco CARTOLINE DALLA FINE DEL MONDO inizia con la predisposizione della fuga del protagonista al Polo Sud, nei pressi di un Faraday Bar. Enrico Radeschi, nome milanesissimo fosse solo perché uno tra i più noti locali di apericene in zona Corso Garibaldi, è un ex giornalista sempre in collaborazione con la Questura che nel corso della narrazione scoverà un imitatore di prodezze geniali del Da Vinci. Ma l’incipit riguarda la sua precedente fuga da un eventuale assassinio: il proprio, per mano di un suo vecchio personaggio investigato. Inizia così: “«Hanno ammazzato una ragazza, Antonio. L’hanno uccisa al posto mio. Per colpa mia. Capisci? E ora l’assassino è sulle mie tracce...»”

e finisce così:

“Bentornato a casa Enrico. Ho visto il tuo video in rete in cui salvi le opere di Leonardo. Bravo! Ma non rilassarti troppo. Ho seguito le tue tracce fin qui al Faraday Bar, scovarti a Milano sarà una passeggiata. Inizia a preoccuparti perché ci rivedremo presto. Saluti dalla fine del mondo.
H.” Lascio a voi di scoprire perché si riferisce al titolo.

In Milano, soprattutto nella zona di Porta Romana (toh, che caso) esistono numerose trattorie per l’appunto romane frequentate dal Radeschi. Grazie al protagonista, scopro l'esistenza di un condimento per pastasciutta tipico della cucina laziale, a me sconosciuto, preparato facendo rosolare nell'olio guanciale e cipolla, con l'aggiunta di formaggio pecorino grattugiato. Sapete come si chiama? Siete curiosi? Leggete il libro.

Ricci, il nuovo questore, Loris Sebastiani, il vice questore, che “Ha più espressioni facciali il suo sigaro di lui.” (citazione da Sergio Leone che, da cinefila ed ex sceneggiatrice, non mi sfugge), il commissario Lonigro, dottor Ambrosio, Mascaranti, tutti nomi a me già noti, ma ancora dopo la lettura non so perché. Pur essendo accanita lettrice, non mi risulta di aver scorso in precedenza qualcosa del Roversi.  “Fino a cinque anni prima insegnava semiotica all’Università Statale e io e Loris lo conoscevamo dai tempi del nostro primo caso  insieme, quando ci aveva aiutato a scoprire chi si nascondesse dietro un’antica confraternita.” “Del resto, la voglia di ballare e cantare, i sudamericani ce l’hanno nel sangue: mi ricordo uno dei miei primi casi, quando ero capitato nella chiesa di Santo Stefano, accanto a quella di San Bernardino alle Ossa, frequentata principalmente da peruviani, salvadoregni ed ecuadoriani; ebbene, la messa cantata e partecipata da tutti era un vero spettacolo. Chissà se è ancora così.” I riferimenti ad altre indagini dell’ex giornalista Enrico Radeschi non mi aiutano. L’obiettivo della narrazione è catturare l’assassino autodefinitosi Mamba Nero alias il Serpente, che ammazza nei musei della città i tecnici della TechHackCorp. Piero Sartori ne è l’odioso direttore a tal punto da far affermare a chi si occupa delle indagini: “«Su una cosa ha ragione» dico (...) «Sarebbe?» chiede Lonigro. «Perché non uccidono lui?»” .

Anche per i più accorti fuggitivi, “La nostalgia quando arriva è come un fiume che rompe un argine: inonda e porta tutto via con sé. Come il grande fiume, il mio fiume, il Po.” Così, dopo anni di oculata e difficoltosissima rinuncia a tutto ciò che può essere rintracciabile (cellulari, computer, carte di credito…), il Radeschi torna a casa.

Come spesso mi capita di rilevare in opere che si rivelano eccelse, anche in questo poliziesco l’ironia salverà il mondo:  «Darla non è un’esortazione né un consiglio; solo uno stupido nome, d’accordo?»” ,  «Un secondo Darla, tieniti in caldo.» «Tieniti in caldo? Cosa sono, una minestra?»”, “Alle mani, che stringono un bicchiere di quello che sembra champagne, anelli d’oro e d’argento. Incarna davvero tutti gli stereotipi: un capo dell’Organizacija, la mafia russa, fatto e finito. Come noi temo.”  In Corso Buenos Aires a Milano: “Le librerie hanno quasi tutte chiuso: le mutande hanno avuto la meglio sul desiderio di cultura dei milanesi.” “«Il denaro è come il sesso: se non ce l’hai non pensi ad altro. Se ce l’hai pensi ad altro.»”

Da solita pistina letteraria qual sono, mi permetto di rilevare qualche imprecisione di traslitterazione dal milanese: “Ritornare a Lambrate dopo tutti questi anni mi regala un brivido; ci vivevo appena arrivato a Milano e, da allora, questo quartiere per me è una sorta di Montmartre baùscia.” “«Non far passare altri otto anni, però? Te salùdi.»” Due “ù” che, secondo la pronuncia dialettale, andrebbero con la dieresi. Ma magari mi sbaglio, visto che sono anch’io longobarda, ma non così tanto parlante milanese.

“Quando sei giornalista lo sei per sempre. Con o senza tesserino. Con o senza testata su cui  pubblicare. È la curiosità e il desiderio di andare a fondo nelle cose che ti spinge.” Infatti il Radeschi finisce per accettare il ruolo di cronista da un suo ex sottoposto, che ha, durante la fuga, avviato un sito di notizie in tempo reale, battendo la concorrenza cartacea.

Non volendo spoilerare, dico solo che la milanesità del Roversi, oltre che sui luoghi topos della città, (il toro in galleria cui pestare i gioielli, Santa Maria delle Grazie, il caffè più famoso di Milano, le osterie della periferia), si fonda quasi completamente sul Da Vinci, i suoi Codici, le sue Vigne, le sue Macchine, la sua Arte. Il mio applauso va all’ingegnosità tutta vinciana del Roversi per aver così ben congegnato la malefica "macchina letteraria" del criminale, degno dei migliori hacker nerd mondiali, riservandoci anche un raffinato colpo di scena finale.

Come sempre in chiusura, le mie osservazioni sulla vendibilità - o meno - del libro tramite la copertina: anche se non immediatamente riconoscibile come tale, c'è del giallo, quindi è vincente. 5 stelle anche su GoodReads.

Consigliato a coloro che amano i polizieschi, i marchingegni gialli come il Giallone della Vespa anni Cinquanta di Radeschi, a coloro che adorano la città più metropolitanamente europea d’Italia: Milano, agli estimatori di Leonardo Da Vinci.