giovedì 2 luglio 2020

GIRO DI VITE di Henry James

Se fa scorrere le pagine del web alla ricerca di GIRO DI VITE dell‘ottocentesco Henry James, che ha conosciuto almeno diciassette adattamenti dalle sue opere per altrettante 
serie TV o film, tra cui “Ritratto di Signora” (con un’eccezionale Nicole Kidman, scelta poi non a caso per THE OTHERS, di cui Gloss rileva un sospetto parallelismo a GIRO DI VITE)  la recensora riscontra decine di classificazioni (già odiose di per il solo fatto di essere ritenuta necessaria la loro esistenza) che lo categorizzano nel genere horror se non addirittura gotico. Invece è un romanzo psicologico, se non addirittura tra i primi, qualche  tempo avanti Freud. Se c’è un merito in GIRO DI VITE è proprio quello di aver inaugurato nuovi codici narrativi poco sperimentati prima, che faranno da modello a Proust e Flaubert. Henry James ha una prosa scorrevole pur essendo dotta, mai noiosa. Eppure,gli accadimenti del romanzo, le azioni necessarie a catturare il lettore, avvengono in ambiti ristrettissimi di spazio, reale e immaginario. Equivale a dire che non ci sono. Siamo nelle immediate vicinanze di una casa di campagna della Gran Bretagna di fine Settecento, e siamo costretti nelle pareti craniche della protagonista femminile, una giovane pulzella incaricata di sorvegliare due fanciulli in età elementare, inquietanti siccome precoci, perché guidati da presenze adulte a loro esterne che il lettore scoprirà irreali. Ma avvertite concrete nella mente dell’istitutrice. La vite cui la Gloss ha creduto ingenuamente facesse riferimento il titolo, in realtà è il plurale di vita: le vite dei personaggi si avvicendano, avvitandosi su se stesse, fino a morire. Chi muore e perché, la Gloss lascerà ai lettori il piacere della scoperta.
La recensora, da ex Art Directo della Milano da Bere, ha scelto il romanzo di Henry James dalla copertina, più efficace per la vendita, in cui sono rappresentati i due fratellini sotto una luce conturbante.
Consigliato a coloro che non si annoiano nell’addentrarsi nei meandri delle menti altrui.

sabato 20 giugno 2020

HANNIBAL di Thomas Harris

La recensora lo lesse subito nel 1999, ricavandone una notte insonne per finirlo da tanto era appassionante (e agghiacciante). Da quel giorno, lesse altri thriller splatter, ma tutti di caratura nettamente inferiore a questo nuovo capitolo della vita di Hannibal Lecter, tranne forse  il primo romanzo di Donato Carrisi, IL SUGGERITORE, soprattutto per originalità di plot. Nel frattempo, l’anima della Gloss sia di lettrice che di donna si è rafforzata; dalla seconda lettura di HANNIBAL non è rimasta sgomenta, ma piacevolmente stupita da quanto il romanzo abbia conservato in vent'anni il premio più alto per conoscenza di Fbi e dei suoi sistemi, per svisceramento delle meccaniche relazioni interne alle grandi istituzioni investigative USA, profondità di ricerca organolettica di persone e gastronomia, per raffinata ermeticità nelle descrizioni paesaggistiche e situazionali, per disanima ed espletamento della psicologia di singoli personaggi;  e non da ultimo, per esaltazione dell’italianità, in senso storico e artistico, binomio indissolubile quando si parla del Bel Paese, che Dan Brown tentò (inutilmente, per quanto gradevole) di bissare con Angeli e Demoni. Questo romanzo di Thomas Harris è un perfetto bilanciamento tra stile e idee, infinita diatriba nella critica letteraria. Le consuete due parole sulla copertina. La Gloss ha scelto quella che riporta la tipica protezione dei giocatori di Hockey, applicata sul viso del cannibale nella realizzazione del primo film immediatamente riconoscibile da chiunque avesse visto IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI, nei toni del rosso sangue. Vendette subito e bene. Per un Art Director della Milano da Bere che fu, molto efficace nella vendita.
Consigliato a lettori appassionati del genere thriller splatter, ma raffinato, e non solo: anche agli aspiranti scrittori, che credano finalmente di poter imparare dai libri altrui qualcosa di utile alla loro scrittura.

lunedì 15 giugno 2020

QUALCOSA DI BUONO di Sveva Casati Modignani


La recensora non l’ha mai amata particolarmente, Sveva Casati Modignani, perché forse appartenente al mainstream cultural politico italiano. Tuttavia, a maturità raggiunta (o forse no, non si smette mai di imparare) ne affronta la lettura, ricavandone l’impressione che l’autrice ambisca a imitare Isabelle Allende, soprattutto nella narrazione di grandi saghe familiari a lieto fine, non riuscendoci del tutto. Forse perché l’Italia delle grandi famiglie non è popolana, tanto quanto la cilena. Tuttavia, resta valida l’ingegnosa trovata che dà l’incipit all’intera vicenda e che la Gloss non può rivelare per non spoilerare. Tuttavia, vi reperisce l’espediente di intitolare ogni capitolo con una ricetta, eseguita puntualmente nella descrizione delle azioni cui prelude o che accompagna, o che conclude, sempre in tema consolatorio, come se il cibo mitighi le angherie che si susseguono nella vita. Uno stratagemma letterario, come nella vita, che funziona molto bene.
La copertina, nei toni del rosso, riporta infatti un bricco, una tazza, un dolce: forse poco appariscente, ma in tema col titolo e il leitmotiv del romanzo.
Consigliato ai curiosi di ciò che accade nelle famiglie, nobili o meno nobili, e ai giovani scrittori la conferma che non si va da nessuna parte senza opportuni calci nelle parti posteriori.

giovedì 21 maggio 2020

UNA CENERENTOLA A MANHATTAN di Felicia Kingsley

In perenne ricerca del meglio da cui apprendere l’Arte dello Scrivere, pericolosa e impegnativa perché richiede un altissimo senso della responsabilità verso lettori - i veri giudici influencers in assoluto - ed editori - prioritariamente imprenditori che considerano i libri meri prodotti da cui
ricavare guadagno - la Gloss approda a questo romanzo di facile lettura e dal successo inappellabile, quarto all’attivo di Felicia Kingsley. Appartenente al genere Chick lit di produzione anglofona, affermatosi più o meno a partire dagli inizi del III Millennio, dove chick è sinonimo informale per "ragazza" (chicken "pollastrella") e lit è accorciamento di literature ("letteratura"), si rivolge prevalentemente a un pubblico di donne giovani, single e in carriera. Quindi non alla Gloss, che si stanca immediatamente di queste vicende stereotipate. Eppure, così come nel romanzo di Jil Santopolo vi sono contenuti tutti gli ingredienti necessari al successo: scrittura lucida e brillante e piatta, unita a “giovanilismo alla Peter Pan” di un giovane rampollo della società bene, tanto intrigante e “spettinato pirata” quanto elegante e forbito, che si trasforma immantinente in impegnato in amore se si presenta nella vita una “Principessa con le palle”; a una ragazza orfana costantemente ammorbata da matrigna e sorellastre, povera derelitta, belloccia e pure intelligente; male abbigliata perché incurante della propria femminilità, ma che in occasione di una stratosferica festa si trasfigura in una figa galattica, che può solo indossare Louboutin e portare biondi capelli lunghi; all’amico modaiolo e gayo, suo chaperon; in definitiva, quando li percepisce così smaccatamente utilizzati, alla Gloss, (esperta in stereotipi di genere - vedi RINASCITE RIBELLI)  viene da rabbrividire e il romanzo per lei risulta repellente. Ma capisce che lettori ed editori vogliono proprio queste cose, perché gli uni vi si riconoscono e gli altri vendono. Prima o poi, se vorrà successo di lettori, anche la Gloss dovrà ripiegare su questi stilemi.
Consigliato a lettori dalle sinapsi semplici.

lunedì 18 maggio 2020

UOMINI CHE ODIANO LE DONNE di Stieg Larsson

Finché recensiva emergenti, la recensora manteneva un profilo incoraggiante, sebbene attento alle esigenze di editori (che sono imprenditori, quindi considerano i libri come meri prodotti da vendere)
e di lettori (che sono i primi giudici e che decretano il successo – o l'insuccesso – di un romanzo), ma da quando è tornata a recensire quei grandi tra i grandi – o presunti tali – selezionati per aver visto una propria opera trasformarsi in fiction, ha cestinato l'incoraggiamento e innalzato il livello di critica, prediligendo l'acidità da zitella incallita che le fu propria negli anni precedenti il 2018, anno in cui la vita finalmente si decise a farle conoscere le infinitesimali sfumature dell'Amore Vero. Così si spiega il suo rimandare da anni la lettura di questo romanzo facente parte della trilogia poliziesca Millenium di Larsson, decretata a livello internazionale caso editoriale di culto, avendo venduto milioni di copie. Di UOMINI CHE ODIANO LE DONNE addirittura fu realizzato un film. Ebbene, oggi che l'ha letto ha capito il motivo di tanto ritardo: forse perché esperto di organizzazioni di estrema destra e neonaziste, Larsson ha scritto contro le donne più di 600 pagine diluendo il plot con pedisseque descrizioni tecnicamente non indispensabili. La recensora non entra in merito alla qualità delle idee poliziesche, che hanno del genio, e nemmeno quelle nazifemministe, che meriterebbero una trattazione a parte, ma provenendo dall'esperienza cinematografica, nota che i due terzi del romanzo farebbero parte, fossimo nel mondo del cinema, della cosiddetta “bibbia dei personaggi” che mai appare nelle azioni se non di riflesso, per la scelte comportamentali e di linguaggio dei personaggi e che mai nessuno sceneggiatore riporterebbe in sceneggiatura. Insomma, la recensora si fa punto di onore l'aver finito un romanzo tutto sommato noioso, sebbene Daniel Pennac prescriva il diritto di recesso alla lettura da parte del lettore. Che Larsson avrebbe ampiamente meritato.
Nemmeno consigliato a quei lettori che prediligono addormentarsi a letto leggendo un libro, perché in questo caso, data la corposità dell'oggetto, l'unico beneficio sarebbe una perfetta frattura di setto nasale.

venerdì 1 maggio 2020

LE SVENTURE DELLA VIRTÙ (Justine) di Donatien Alphonse François De Sade

Nelle sue innumerevoli e tendenti all’infinito scorribande per le rigogliose lande della Letteratura, la recensora Stefi Pastori Gloss aveva volutamente sorvolato il Divin Marchese De Sade, per pudore, inimicizia, per eccentricità, non si sa. O forse un insieme dei tre sentimenti. Temeva non vi fossero contenuti altri da “quei libri da leggere con una mano sola”. In tempi di pandemia, invece, è arrivata a voler intendere di tutto pur di far trascorrere il tempo, così da scoprire l’alto tasso filosofico del romanzo in questione. Filosofia cinica e atea, principalmente. Quasi persino vi sia un redivivo Antico Testamento a far da suggeritore. Quasi a far da mentore ai vari Kafka, Nietzsche, Dostoevskij, Sacher Masoch, Mirbeau, Baudelaire, Lamartine. Quel temuto contenuto pornografico è tradotto in realtà con leggiadre allusioni ad alto tasso di erotismo, stemperato peraltro da filosofia oscura e avvilente, dove a guidare la mente del Lettore o della Lettrice è la sua stessa fantasia. Per il Divin Marchese, il suo stesso libro, attraversando le plurime sfortunate e umilianti peripezie di Justine, è pretesto e strumento di sfogo delle proprie pulsioni, sadiche per l’appunto e per giustificare la presenza di una Provvidenza Divina, seppur più e più volte smentita. 
Consigliato a lettori accaniti di “libri da leggere con una mano sola” convinti come la recensora  che l’unico vero organo erotico sia il cervello.

lunedì 27 aprile 2020

L'INCENDIO di Mario Soldati

L'INCENDIO di Mario Soldati è un romanzo a-tipico, nel senso che fuoriesce dagli stilemi tipici del romanzo, dove, per riuscire gradevole al lettore medio, il plot dovrebbe muoversi da A a Z passando per
un paio di punti di svolta e due decisivi colpi di scena. Eppure, Soldati fu anche sceneggiatore e ben dovrebbe conoscere determinati paradigmi necessari allo scorrimento della vicenda, così ben studiati e bypassati da Quentin Tarantino. Pare se ne impipi bellamente, e qui sta la Grandezza dei Grandi, conoscere le regole per trasgredirle. Inizia incerto se tra un saggio di pittura e uno incentrato sull'amore, infine i personaggi scelgono in maniera autonoma il primo, pur attraversando traversie amorose, sia del protagonista - voce narrante, sia del pittore, coerente alla sua totale incoerenza. Ai cinici del XXI secolo, Soldati rivela come Arte Pittorica e Ars Amandi nelle loro varie declinazioni, dall'amore tradito a quello omosessuale, dalla pittura più leziosa del bucolico quotidiano a quella della più cruda denuncia sociale, fossero non solo ben tollerate nella seconda metà del secolo scorso, ma persino incoraggiate e sostenute. Sfumature oggi inaccettabili, in un Millenium scaduto nel disimpegno affaristico e nel bigotto perbenismo. Va detto che INCENDIO è il titolo del primo quadro acquistato dalla voce narrante, già precedentemente maritato ad altra donna, come dono destinato alla propria amante che va in isposa a nuovo uomo. E che il pittore co-protagonista, temporaneamente migrato in Sud Africa allo scopo di ritrarre i lavoratori delle miniere di diamanti e le loro disumane condizioni di lavoro, attua un'accorta quanto da lui inaspettata strategia volta all'incremento del valore delle sue opere.
Consigliato come nave scuola a quegli autori emergenti che pretendono di essere nuovi senza manco aver letto Soldati.