domenica 8 febbraio 2026

'Cose che ti dico mentre dormi' di Enrica Tesio

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“L’orologio lo tolleravi e gli avevi lasciato uno spazio nell’ingresso accanto allo stronzo di creta, così avevamo soprannominato l’omino con la pipa in bocca che avevi modellato durante un giorno di aggiornamento artistico per maestre. Aveva l’aspetto di una montagnola di terracotta appena prodotta dall’intestino di un alano.”

'Cose che ti dico mentre dormi' di Enrica Tesio sono sei monologhi notturni preceduti da vere e proprie filastrocche/ninna nanne necessarie all’addormentamento del soggetto che la voce narrante prende di volta in volta in considerazione: madre, figlio, padre, uomo, nonna, figlia, amica e ancora la madre nell’epilogo. A prescindere dal soggetto di ciascun racconto, ad avviso, pur modesto, di Gloss,  così facendo la Tesio rende il tutto molto molto molto egoriferito.

Estrapolata dal capitolo dedicato alla madre, la frase che apre la presente recensione inquadra subitanea il carattere duro ma autoindulgente di costei, determinato da scarso senso di stile estetico, ma tanta voglia di emergere nella società medio borghese, già radical chic. E della narrazione mette in risalto lo stile ironico e sarcastico, addirittura passivo/aggressivo, direbbe Gloss.

Chi racconta, infatti, dimostra di avere tante cose da rinfacciare alla famiglia di origine (madre, figlio, padre, nonna, uomo, figlia e amica), ma prima attende che si addormentino. Paura delle reazioni? Timore di non saper affrontare la verità? Sensazione la “sua” verità sia confutabile dal diretto interessato, se sveglio e lucido?

A Gloss sorge un’immediata considerazione, ma la tiene alla fine. Chissà,  magari il romanzo gliela ribalta.

Scrittrice torinese di successo, Enrica Tesio è nota per l'esordio ‘La verità, vi spiego, sull'amore’ da cui è stato tratto un film. La sua produzione spazia tra poesia e narrativa, con opere come ‘Tutta la stanchezza del mondo’ (adattata a spettacolo teatrale) e il più recente ‘I sorrisi non fanno rumore’. Il successo è dovuto a uno stile brillantissimo, divertente, inventivo che riscatta la figura del narrante, in controluce è un perdente.

Parlando di come conseguì la patente, la narratrice afferma di non essere “brava a imparare”,  e infatti di sé afferma:

 

“non so suonare uno strumento musicale, faccio a pugni con le lingue, non pratico sport tecnici, però sono brava a studiare, che è diverso. Studiando non si sbaglia, leggi, apprendi, dimentichi, l’unico errore in cui si incorre è credere di sapere, credersi esperti, mentre studiare è svuotare il mare con un cucchiaino bucato. Alla fine l’ho presa la patente (...) ho mantenuto la P di principiante (...) per chiedere preventivamente scusa.” 


Il che la induce a riflessioni filosofiche sul desiderio di Giustizia nei confronti della quale “siamo tutti principianti”. 

 

In generale, il romanzo è ben scritto, senza incertezze, l’unica incertezza è quella di chi legge, che rimane spesso intellettualmente sorpreso dalle conclusioni a volte sovvertite. E in questo risiede la fine capacità della Tesio, allenare le sinapsi in un periodo come quello a cavallo tra il 2025 e il 2026 in balia del ‘tronismo’* vigente in Italia. 

Il declino della società contemporanea sembra strettamente legato all'impoverimento del linguaggio e alla perdita di precisione lessicale. La semplificazione dei tempi verbali e l'uso di abbreviazioni limitano la capacità di elaborare pensieri complessi e proiezioni temporali. Questa carenza linguistica sfocia spesso nell'alessitimia, ovvero l'incapacità di dare un nome alle proprie emozioni, alimentando frustrazione e violenza. La riduzione del vocabolario non danneggia solo la Cultura, ma mina i diritti e l'umanità, portando a discriminazioni e conflitti. Anche la crisi del sistema scolastico, segnata da aggressioni ai docenti, riflette l'assenza di un confronto critico basato sul ragionamento. Storicamente, limitare le parole è stato lo strumento dei regimi totalitari per soffocare il pensiero libero. In sintesi, senza un linguaggio ricco e articolato, l'individuo perde la capacità di analisi critica e di convivenza civile. Ma ecco che interviene la Tesio: Gloss riporta alcuni passaggi che, in modo leggero, attivano il nostro troppo flebile ragionare.

Quando parla della madre, presenta al lettore un efficace passaggio su come non ci siano scuole per il mestiere più difficile del mondo, quello del genitore: 

“Sono te nella testarda perseveranza dell’errore. Sono te in molte altre zoppie. Perché io sono le mie inettitudini ed è lì che facciamo pace, quando realizzo che non mi hai insegnato, non mi hai detto cosa fare, non per cattiva volontà, ma perché non sapevi.”


Nel raccontare strafalcioni della nonna, la Tesio prende in prestito un mitragliatore da uno dei film di un nerboruto terminatore di cose e vite, e glielo fa trasformare dalla bocca di nonna in un “fucile a mozze secche”. Nipote e figlio:

“quando vogliamo indicare qualcosa di raffazzonato oppure lasciato a metà usiamo il termine ‘a mozze secche’, un discorso a mozze secche per esempio è sconclusionato, senza né capo né coda.”.


Quando i genitori si separarono, la Tesio realizzò una considerazione lucidissima che fa riflettere anche noi lettori:

“voi adulti, eravate grandi e conoscevate tante cose più di me, ma ugualmente non sapevate cosa farvene.”


Contrariamente, dunque, al tronismo, la Tesio arriva meritatamente ad arrogarsi il diritto di esercizio della mente, e lo conferma per tutto il percorso di lettura. È giunto pertanto il momento di rivelare il primissimo pensiero di Gloss: «basta, non voglio più leggere di perdenti, non è possibile che tutta la letteratura contemporanea, italiana e non, debba essere impregnata di perdenti per accaparrarsi l’attenzione del maggior numero di lettori!»


In questa modalità di raccontare di una ‘perdente’, la Tesio vince.

C'è un seppur minimo difetto nella sua scrittura? 

Sì,  è l'incapacità o impossibilità della Tesio di reperire metafore eleganti per sostituire la parola CO…ONI, ripetuta troppe volte per salire da triviale a un ordine superiore. Simili scurrilità sono accettabili da comici come Luca Pasquale Medici in arte "che cozzalone", no, Checco Zalone (che si sta convertendo progressivamente alla comicità elegante) o  “Er Mignottone de Roma Nord” Michela Giraud cui tutto è concesso ,  Gloss alla Tesio non lo concede, anzi, la censura,  non per bigottismo, ma perché di elegante non c'è nulla quando una donna dotta e acuta come lei si riempie la bocca di attributi maschili.



*tronismo: neologismo riferito al degrado culturale promulgato da certe trasmissioni televisive. Gloss inventa parole nuove quando l’italiano difetta o invecchia.

’Titonidi - Sconfinamenti sulla Morte’ di Moise, Carena, Paparella

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L'ultimo passaggio di una serie di capitoli dalla grafica gradevolissima, lo dice Gloss che fu Art Director negli anni della Milano da bere, che comprende ‘Risonanze’, ‘Barlumi’, ‘Nomadi’, ‘Sciabordio’, ‘Lunazioni’, ‘Nebbie’, è 'Titonidi - Sconfinamenti sulla Morte' di Moise, Carena, Paparella, totalmente dedicato al tema della Morte, ineluttabile e definitivo sconfinamento, è edito a ottobre 2025 da Buckfast Edizioni, in un formato che si avvicina a quello del libro d’arte (22 x 0.1 x 22 cm) a buon titolo, date le illustrazioni che necessitano di riproduzione perfettamente aderente a cromatismi brillanti e… giocosi. In fondo, la morte fa parte della vita e prima o poi tutti dovranno morire, Gloss compresa. E allora Gloss si chiede perché non giocare? Essere leggeri non significa essere superficiali.



Titonidi e copertina: un fascino immediato su Gloss. Intanto il significato di titonide, che è il barbagianni, presente in copertina in 2 versioni illustrate. Trattasi di rapace notturno, dal volo silenzioso, capacità essenziale per cacciare i roditori di cui si nutre. Di aspetto chiaro, con occhi scuri e un canto sibilante, la cultura popolare lo paragona a un fantasma o un teschio in volo e quindi è tradizionalmente associato a presagi negativi e alla morte.


Gloss dall’età di 8 anni si consapevolizzò sull’estremo passaggio quando le venne a mancare un compagnuccio delle elementari, annegato in 20 cm d’acqua sotto gli occhi dei genitori. Quanto poco sapeva sulla Morte! Da quel giorno l’accompagnò il concetto di ‘Memento Mori’. Più chiedeva, più si accorgeva della generale riluttanza ad affrontare l’argomento o a dare un significato.


Col passaggio in latenza di sua madre nel luglio 2025 si costrinse a scrivere, a studiare.  “È mancata. Morta. Dà quasi fastidio questa parola, tra le alternative più dirette e formali di norma si preferisce deceduta, scomparsa, defunta, spirata, trapassata, cara estinta, o qualche metafora, come “volata in cielo”, “ora è in paradiso”, “non è più tra noi”.


In buddese, “volata sul Picco dell’Aquila” o “passata in latenza”. La morte è un fatto imprescindibile nel vivere. Accettarlo come una delle quattro fondamentali sofferenze della vita (nascita, malattia, invecchiamento, morte) è il primo passo per crescere in consapevolezza.” cit. Stefi Pastori Gloss (Mistero di Vita e Morte.) con lo strumento dell'ironia sconfinante in saggezza, ‘Titonidi’ invita a profonde riflessioni sull'esistenza umana, talvolta percepita da Tuttologi del Web come inutile o dannosa. fino a innescare una profonda autocritica sul senso della vita personale e collettiva. Attraverso fotografie di luoghi sereni, opere dai colori allegri e ironiche, meditazioni filosofiche, coadiuvate da dotte quanto umoristiche citazioni di persone famose che vanno da:

«Non aver paura della morte… Fa meno male della vita!»

Jim Morrison

a:

«Vivere è morire, perché non abbiamo un giorno in più nella nostra vita senza avere, nel contempo, un giorno in meno»

Fernando Pessoa


Autori: Franco Luigi Carena, scrittore e artista italiano con oltre 40 pubblicazioni all'attivo, da anni dedito a opere su temi etici, difesa di animali e di piante; coadiuvato e alleggerito dalle illustrazioni sagaci e ironiche di Moise, (Paolo Moisello) professore di disegno umoristico presso la Scuola del Fumetto di Asti, narrativa fantastica ed enigmistica; Danilo Paparelli, presidente dell'Associazione culturale Uomini di Mondo, umorista dal 1979, incline alla satira per varie testate giornalistiche, autore di libri umoristici e tecnico-scientifici.


Consigliato lodevolmente a chi si autocritica, muovendosi costantemente tra sensazione di prigioni e possibilità di rinascita. E che, guardandosi dentro al cuore, coglie la necessità di una notevole forza interiore per affrontare il rischio di cadere nella prima, con la speranza di raggiungere la seconda.


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mercoledì 4 febbraio 2026

‘Dieci Donne’ di Marcela Serrano

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 “Ciascuna di loro non stava forse facendosi forza raccogliendo energie per la giornata che le attendeva? (...) E sono tutte così belle, pensa Natasha. Quanto mi commuovono le donne. E che pena mi fanno. Perché una metà del genere umano si è fatta carico di un fardello così pesante, mentre l’altra metà non fa nulla?”


Edito nel 2011 da Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, ‘Dieci Donne’ di Marcela Serrano Dieci donne - Marcela Serrano - Feltrinelli Editore https://www.feltrinellieditore.it/opera/dieci-donne/ 

è stato donato a Gloss da suo figlio acquisito Ale (osceno chiamarlo figliastro, per l’accezione dispregiativa che nel tempo e nelle occasioni ha assunto tale termine). Conosce l’interesse di sua madre acquisita nel sostenere e a divulgare l’eterno femminino.




Nata nel 1951, la scrittrice cilena Marcela Serrano ha vissuto l'esilio in Italia prima di dedicarsi alle arti visive e, dal 1991, alla letteratura di successo. La sua vasta produzione romanzesca si concentra sull'analisi della condizione femminile e dei problemi sociopolitici contemporanei. Per queste tematiche, la sua figura è spesso affiancata a quella della connazionale Isabel Allende. La sua carriera, iniziata con un debutto fortunato, prosegue ancora oggi con numerose pubblicazioni recenti.

Il suo ‘Dieci donne’ bene si inserisce nel suo filone sull’universo donna nella società. Trattasi di un racconto collettivo che analizza le vicende personali di nove donne in Cile, filtrate attraverso lo sguardo di una terapeuta. Queste narrazioni appartengono a donne di generazioni diverse, provenienti da vari contesti economici e con visioni del mondo differenti, mettendo in luce quanto l'universo femminile possa essere allo stesso tempo vulnerabile e resiliente.

Le protagoniste si misurano con sofferenze passate, relazioni sentimentali e vuoti affettivi. Nel farlo, attraversano il proprio dolore alla costante ricerca di un’autocoscienza e di un ruolo nel mondo.

Francisca agente immobiliare con un irrisolto legame matrilineare, Manè sfiorita attrice mantenuta, Juana sfiduciata cerettista di salone di bellezza con deficit di attenzione, Simona ragazza-bene attivista femminista e di sinistra dall’inconsapevole scelta di singletudine, Ana Rosa segretaria di grandi magazzini dalla inconsistemte autostima, Andrea rabbiosa giornalista TV, Guadalupe studentessa informatica lesbica dalle relazioni complicate, Luisa anziana vedova con forte nostalgia per il marito passato in latenza, Layla, araba di seconda generazione giornalista e alcolista violentata da tre giovani israeliani. Nove donne. E la decima del titolo? È Natasha, la loro terapista, si può leggere in trasparenza dalle narrazioni delle sue nevrotiche, le cosiddette “matte”, come le definiscono nel prologo, i giardinieri dell’istituto che le accoglie tutte assieme per una seduta collettiva.


In definitiva, il romanzo delinea un ritratto intimo e lucido dell'essere donna oggi, trasmettendo un segnale di determinazione e audacia capace di ridare equilibrio e senso alle loro esistenze.

Consigliato alle donne assolute, per vedersi accrescere l’autostima, agli uomini misogini, per lenire il loro dolore assolutistico e a volte alessitimico. Se vuoi conoscerne il significato iscriviti a https://it.tipeee.com/glossparla

 

venerdì 26 dicembre 2025

‘Urì’ di Kamel Daoud

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“Sono rimasta nella mia notte e tutto intorno e tutt'intorno il giorno mi scorreva nelle orecchie. Non sentivo più niente e faceva freddo tra le cosce bagnate. Che sciocca! Cercavo un tumulto frenetico degli insetti nei cespugli, contavo e ricontavo, rivolgevo la guancia al sole e saggiavo con l’udito le distese del mondo.”


Chi parla è una delle due voci della protagonista, quasi ammazzata dai “barbuti” ovvero musulmani integralisti dell’Algeria dei Novanta. Quelli che hanno sentito la chiamata del loro dio a sminuire, sgozzare, ammazzare, rimuovere l'elemento “femmina” dalla società dei maschi.


Difficile dare anticipazioni di un romanzo eclettico che si canta a più voci e più POV ma se uno spoiler c’è risiede proprio in quel “contavo e ricontavo” che torna e ritorna. Lo si capirà soltanto alla fine. Gloss ne viene a conoscenza grazie a uno degli incontri del “Club dell’Indice” *, ovvero gruppi di lettori attivi in tutta Italia che si riuniscono mensilmente in librerie indipendenti per confrontarsi su libri e incontrare professionisti dell'editoria. Queste comunità approfondiscono i temi del periodico l’“Indice dei libri del mese” ** e organizzano seminari, collaborando attivamente con la redazione attraverso proposte e nuove idee. Debutto il 27 febbraio 2025, a Torino, il 18 novembre Gloss si reca in una libreria deputata a uno di questi incontri dal parlare della quale preferisce astenersi essenzialmente per due fattori: il freddo e la mancanza dei libri proposti dai relatori. Una delle relatrici è la professoressa Luisa Passerini, astigiana laureata in filosofia e storia presso l' Università di Torino, politicamente attiva nel movimento delle donne che sostiene le lotte per la liberazione dei popoli colonizzati. Gloss avverte la forza di cui è animata nell’impegno delle sue parole su “Urì” e La Prefazione del Negro, sempre di Kamel Daoud.

 

Kamel Daoud nasce in una famiglia musulmana di madrelingua araba vicino a Orano in Algeria, nella cui università consegue una laurea in matematica e studia Letteratura francese. Dettagli fondanti per la stesura di ‘Urì’, che si svolge su quel territorio e nelle immediate vicinanze. Altro particolare ficcante, il divorzio dalla moglie nel 2008, che, radicalizzando la propria religione, inizia a indossare l'hijab


Esordisce nel 1994 come giornalista nel ‘Le Quotidien d'Oran’, di cui è redattore capo per otto anni. Nel 2013 ha pubblicato il suo romanzo d'esordio Il caso ‘Meursault’ (chi ha letto Sartre, sa di chi si tratti), grazie al quale ha vinto il ‘Premio Goncourt opera prima’.

Nel 2024 ha vinto il Premio Goncourt con il suo romanzo ‘Urì’ (in originale ‘Houris’), edito da La Nave di Teseo nel 2025 e che tratta della guerra civile algerina. Nel romanzo, Daoud veste il corpo di una trentenne nostra contemporanea, Alba, vivente a Orano. È un'estetista indipendente che sfida i tabù sociali vestendo in modo moderno, fumando e mostrando i propri tatuaggi, sentendosi però estranea a un'Algeria sempre più conservatrice. La sua libertà nasconde un passato tragico: unica superstite dell'eccidio della sua famiglia durante la guerra civile degli anni Novanta, porta sul collo i segni fisici di quell'orrore, che l'ha resa muta e simbolo vivente di un conflitto rimosso dalla memoria collettiva. Quando scopre di essere incinta, decide di non tenere il bambino, ma sceglie di raccontare a quella creatura — l'unica capace di "udire" la sua voce interiore — la propria storia e i propri traumi. Inizia così un viaggio verso il suo villaggio d'origine per affrontare i fantasmi del passato, sfidando un sistema legislativo che vieta di parlare della guerra e un Paese ostile ai diritti femminili.


Il sorprendente finale è degno non solo della formazione del Daoud e del suo vissuto, ma anche dell’altissima capacità di empatia nei confronti dell’universo femminile arabo. È riuscito a commuovere quel cuore di ghiaccio di Gloss, proprio nel senso più latino del termine, “muovere con”. 


Consigliato a chi promuove l’integrazione “senza se e senza ma” (motto d’antan di certa  Sinistra italiana) per stimolare in loro l’approfondimento di una cultura, che è con la c minuscola se sopprime i valori altrui e l’universo femminile. Si è di fronte a un’ invasione silenziosa dell’Occidente; Gloss se n’è avveduta con dieci anni di ritardo sulla Fallaci "La Forza della Ragione".


Se si vogliono ascoltare Cassandre come lei o Houellebecq, diventa sempre più indispensabile la trasmissione della Cultura anche a costo di pagare per lavorare, pur di contrastare l’imminente predominio dell'ignorante violenza da macellai ḥalāl (...) con il conseguente rischio di convertirci all’Islam.” Cit. Della scrittura entropica.


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* Club dell’ndice dei Libri del Mese, a Torino si inaugura il Club della storica rivista https://www.lastampa.it/torino/2025/02/25/news/club_indice_dei_libri_del_mese_torino-15021914/

** L'Indice dei Libri del Mese https://www.lindiceonline.com/


mercoledì 24 dicembre 2025

'Lo Specchio delle mie Radici' di Daniele Giuliano

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Va premesso che la letteratura passa da una 'l' minuscola a una 'L' maiuscola in proporzione alla qualità delle riflessioni che suscita in chi legge. Qui Gloss si è imbattuta in Alta Letteratura.

'Lo Specchio delle mie Radici' è un romanzo dello scrittore Daniele Giuliano appartenente all’immensa schiera di artisti del CSU (COLLETTIVO SCRITTORI UNITI) che, timidamente ha chiesto a Gloss la gentilezza di una recensione. Al trinomio Arte, Cultura, Bellezza Gloss sente di dover aggiungere Gentilezza in questi tempi bui di guerre e mancanza di rispetto tra individui La Cultura, quella Buona, fa del Bene.

 e quindi, per non venir meno alla Propria Coerenza Interiore, accetta, pur avvisandolo di non fare sconti a nessun3 *. 





Quando si cala nei panni di Editor, Gloss si interroga sulle intenzioni dell’autore e dell'autrice, ponendo in discussione sé stessa prima ancora dell’opera, perché, come disse Michelangelo a un’ottantina d’anni suonati, “C’è sempre da imparare”.  


Va premessa la sostanziale differenza tra Correttore di bozze ed Editor. Il primo è un grafico che “sistema” gli eventuali “refusi”: a volte, manco gli automatismi dei più diffusi programmi di scrittura li recepiscono. Il Correttore di bozze dà una connotazione grafica e simbolica al testo secondo i dettami del “Manuale di Stile” della Casa Editrice, ovvero CE. Tanto per dire, la Einaudi ne ha uno che differisce parecchio da quelli più comunemente diffusi. 


L’Editor invece consiglia, guida e suggerisce miglioramenti di lessico e di costruzione logica dei periodi, che nell’atto dello scrivere a volte si perde. L’Editor, da lettore accanito ed esterno all’opera, non si lascia coinvolgere emotivamente da essa (ed è un dilemma per Gloss, che, da Editor di CE, vorrebbe poterne godere senza auto condizionamenti). Dopo anni di esercizio, ci riesce, pur prendendo appunti per le recensioni. 


Recenti studi sulla psiche umana ritengono che sia preferibile dare prima le notizie cattive di quelle buone. Gloss pertanto comincia dalle “cattive”, anche se vanno considerate come critiche costruttive.

Fosse stata consultata dal Giuliano per l’editing del romanzo, l’avrebbe rispettato nella visione d’insieme, pur intervenendo (poco) a correggere ripetizioni (citazioni sparse “«un po’ l’hai fatto» mi esce, un po’ come rimprovero.”, “raccoglie entrambi i sessi, i lineamento sono senza sesso”, “li metto in una sacchetta che metto al collo”); a individuare tempi verbali e avverbi più consoni al senso della frase (“Io anche ho un mio personalissimo rapporto con la morte, ciononostante il pensiero di perdere la mamma mi devasta”. A parte il regionalismo di  “Io anche”, quell’avversativo “ciononostante” è fuori posto per due motivi: perché richiederebbe almeno un punto e virgola invece della semplice virgola, e perché la valenza ostativa necessiterebbe di un minimo accenno al “personalissimo rapporto con la morte”. Se l’intenzione dell’autore è non raccontarlo, la frase funzionerebbe meglio così: “Anche io ho un mio personalissimo rapporto con la morte, nonostante il pensiero di perdere la mamma mi devasti”. In realtà, come Editor, si sarebbe confrontata con lui per capire cosa davvero avrebbe voluto dire). 


Inoltre Gloss avrebbe speso tempo e sinapsi a sistemare periodi dal senso “raffazzonato” (sempre in “raccoglie entrambi i sessi, i lineamento sono senza sesso” si sarebbe potuto migliorare lo stile utilizzando locuzioni tanto in voga quando si parla di scelte sessuali; nel caso precipuo avrebbe suggerito di costruire il senso attorno al termine ‘ermafrodito” et similia. Come pure nel periodo “ma voglio ripromettermi che il suo rifiuto della mia disponibilità ad aiutare non sarà mai condizione affinché non mi mostri aperto verso la mia famiglia d’origine. Non più.” Gloss alla terza rilettura del periodo si è persa. A parte il “voglio ripromettermi” dove quel "voglio" è pleonastico rispettivamente all’atto di volontà già contenuto nel verbo “ripromettermi”, per “non sarà mai condizione” cosa intende il Giuliano? "affinché non mi mostri aperto” (che significa nel contesto?) “verso la mia famiglia d’origine”: fa già riferimento a padre/madre/sorella. Qual è allora la necessità di specificare, dato che ne sta già parlando? “Non più.” Quando era già accaduto? E soprattutto cosa? Che si è persa per strada, Gloss? O forse è l’autore ad aver perso qualcosa?)


Gloss ora viene all’opera nel suo complesso: abituata a leggere anche Ringraziamenti e Note (certe opere letterarie sono costituite precipuamente dalle note - vedere David Foster Wallace https://leggolibrifacciocose.blogspot.com/2016/03/verso-occidente-limpero-dirige-il-suo.html - e da Ringraziamenti - che Sandro Veronesi in modo azzeccato definisce ‘debiti’ implicando la gratitudine), suppone che i Ringraziamenti del Giuliano siano di fatto mero “spiegone” che potrebbe essere tranquillamente rimosso, dato che il senso del romanzo è chiarissimo fin dalle prime parole. 


Si tratta infatti di un “viaggio dell’eroe” nel senso più vogleriano, cioè sul modello narrativo sviluppato dallo sceneggiatore Christopher Vogler, le cui fondamenta si gettano in archetipi (le donne sognate dal protagonista); suddiviso per tappe (paesaggi e loro funzione narrativa), conduce l’eroe a completare un percorso personale di auto-consapevolezza. Nel caso de 'Lo Specchio delle mie Radici' , come intuitivamente si coglie già nel titolo, il protagonista si specchia nelle relazioni familiari. Molto bene nella sorella, per la conflittualità che domina il loro rapporto; un po’ meno nei confronti della madre in quanto non viene spiegato il motivo per cui il protagonista avverta avversione da parte materna; del tutto in modo assente la relazione, o, meglio, le cause della relazione negativa con il padre, pur essendo presenze costanti nel romanzo.


Il ‘viaggio dell'eroe’ ha da essere un’epopea trasformativa in cui il protagonista abbandona la stasi del quotidiano (la vita al Nord Italia) per affrontare, guidato da un mentore (i sogni), prove (il confronto con la sorella, la conforto della madre) e rinascite (il perdono e l’accoglienza materna, e il perdono paterno, che però non c’è) in un mondo straordinario (la morte della madre). 

Il ciclo si conclude con il ritorno alle origini, (l’eroe torna al Nord da moglie e figli) dove dovrebbe non essere più lo stesso, ma un individuo evoluto che porta con sé un nuovo equilibrio. Per far capire l’avvenuto cambiamento del protagonista, il Giuliano ha però bisogno dello “spiegone” dei Ringraziamenti, quando in realtà avrebbe potuto “far vedere” la mutazione narrando. Gloss, che ha lavorato per il cinema, in cui tutto è azione e non narrazione, sa bene quanto sia complesso tale artefizio. 

Interessante l’utilizzo del “sogno” come strumento junghiano di indagine personale - sebbene la distinzione tra le figure femminili rimanga nebulosa per chi legge. Come coinvolgente risulta la fruizione di simboli (il bastone / bacchetta magica) che rimandano alla ricerca di una propria identità sessuale del sé maschile.


Con l’espediente dei Ringraziamenti, il Giuliano rivela di provare verso il protagonista un sentimento di incompletezza psicologica che si traduce in indeterminazione di azione in un paio di occasioni. Per esempio, quando afferma che “non c’è tempo di lasciarsi coinvolgere dal marcio del nostro vissuto”, sembra non abbia abbastanza riflettuto su quanto questo stesso marcio possa fare da concime per le nostre esistenze. O quando, nell’osservare che i movimenti oculari della madre morente rivelano bisogno di tranquillità, non può fare a meno di far dire al protagonista: 

“«Sono qui mamma, sono io»** sussurro. Vorrei chiederle scusa.

Scusa se ci ho messo così tanto a tornare stavolta.(...) Non devo far altro che salutare. Ma le parole sono difficili.

«Ci vediamo domani. Ma ti prego, tu resta.»”

Farla restare per cosa? Per compiacere il protagonista che forse ha qualcosa ancora in sospeso, per accontentare il suo egoico ego? (si vedano le specificazioni della Crusca su Egotismo, egotista, egotico).


A volte, lasciar andare via i propri cari senza farli soffrire ulteriormente è da egoisti. Dunque, da irrisolti. Guardare nel proprio cuore richiede impegno durissimo e massima sincerità. 

“Siamo noi stessi la Realtà che si interroga su di sé, poiché è solo attraverso l’autoanalisi, l’introspezione e la ricerca di soluzioni per le proprie difficoltà che la Realtà può emergere.

Sono processi impegnativi che richiedono coraggio, ma spesso vengono interrotti, ignorati o deviati proprio quando si presentano con urgenza e chiarezza.” Cit. MISTERI DI VITA E MORTE.


Le immancabili due parole sulla copertina, venditore muto: due alberi maestosi dalle altrettante maestosi radici e fronde si fronteggiano. Didascalica, ma chiara circa l'argomento, sebbene manchino riferimenti alla Magia, che all’interno del romanzo ha funzione consapevolizzante.


In definitiva, parafrasando gli insegnamenti di Sensi Daisaku Ikeda, mettersi in gioco è già vincere. Su sé stessi, indipendentemente dai risultati esteriori. Si è vinta la propria paura. E il personaggio del Giuliano ha vinto. O forse è il Giuliano stesso?



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nessun3: la desinenza 3 non discrimina. Gloss non usa asterischi - non solo perché Valditara li abbia vietati, ma ipocriti - e non vede come qualcosa di non appartenente alla nostra lingua - il suono schwa ә - possa riguardare noi italiani


** sono io»*: manca un punto prima delle caporali. Gloss si dà della sciocca, non può tralasciare un momento il suo karma della maestrina della penna rossa?


venerdì 12 dicembre 2025

'Perennemente Instabili' di Umberto Chiron



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“Per me, come per gli altri componenti, il teatro era diventato una sorta di “droga”, dalla quale però nessuno aveva voglia di disassuefarsi.”

Vittorio Giraud, protagonista


Essendo dialoghista per Carlo Verdone, nei Novanta Gloss si sperimentò nel teatro e lì

rimase il suo cuore. Ancora oggi, a distanza di trent’anni, vi si è gettata a cuore aperto: la compagnia teatrale dei “Teatroci” l’ha accolta a braccia aperte. Questo il motivo dell’acquisizione impulsiva del romanzo ‘Perennemente Instabili’ di Umberto Chiron. Dato alle stampe dalla Buckfast Edizioni nel 2025, 

e acquistabile anche sul loro sito, nella prefazione, l’autore afferma quanto di autobiografico  sia presente nella narrazione in 1° persona e quanto invece no. E quanto l’azione teatrale sia d’aiuto ai disturbi ossessivi-compulsivi (DOC), comuni a tante persone.


 


Titolo e copertina di grande impatto hanno influenzato la scelta. Il protagonista Vittorio Giraud,  assume da subito un tono confidenziale, che coinvolge il lettore, perché gli affida l’aperta esplorazione del suo DOC. Gloss ci tornerà, perché fondante.


 



La storia è semplice, come il lessico impiegato per la narrazione: l’attore amatoriale della compagnia torinese "Perennemente Instabili", narra la vita del gruppo, che viene turbata dalla misteriosa scomparsa di un membro poco prima di una performance in Liguria.



Nonostante l'evento inatteso, l'attività della compagnia continua con successo, facendo da sfondo al viaggio interiore di Vittorio.


Attraverso la sua riflessione, emerge il suo stato di solitudine sentimentale, dovuto al timore di impegnarsi o alla mancata ricerca della persona adatta.


La narrazione si conclude con l'arrivo… no no, Gloss non può spoilerare.

 


Gradito l’inserimento a introduzione di ogni capitolo di brevi riflessioni poetico/filosofiche dell’autore, perché le sente coinvolgenti per la propria vita. La prima è quella che più colpisce Gloss, ovvero: 

Teatro. / Rito profano / Inspiegabile Magia.//


E a chiusura: 

“Un sipario si chiude, / Un altro si apre, / così è la vita.// 



Un paio di considerazioni immediate che non deturpano il libro: la prima, che da antipatica perfezionista, Gloss avrebbe gradito approfondimenti in materia di DOC, in forma di narrativa e un metalinguaggio più ricco e adeguato. La seconda, che in quanto accanita e onnivora lettrice si è stancata del genere giallo sbattuto in ogni dove. Ed è un’autocritica, perché lei è la prima a farlo nei suoi romanzi.


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