giovedì 15 marzo 2018

STANDING OVULATION


Anche chi non sa l’inglese, conoscerà l’espressione STANDING OVATION, utilizzata per descrivere il fragoroso omaggio del pubblico tutto in piedi per un artista. STANDING OVULATION, le donne sono superiori agli uomini, anche nella violenza, tratta argomenti come violenza delle donne sugli uomini, omofobia, affido condiviso, sottrazione di minori, pornografia del sentimento, ISIS e sesso. E' la rielaborazione di un blog contro le violenze di genere, negli ultimi due anni seguito da oltre duemila persone e su Twitter da oltre un centinaio, tra cui Renzi e Boldrini. Questa volta è un mio libro.

Nel corso di nove anni di studi, ricerche e sangue nell’ambito dei maltrattamenti in famiglia, delle violenze di genere, del sessismo, dello stalking, le mie competenze si sono evolute, grazie a una rete di relazioni umane che comprende anche uomini abusati dalle donne. Le sezioni interne sono:
PAPÀ NEGATI, prendendo spunto da vicende reali, sempre più uomini sono vessati dalle loro ex quando si tratta di permettere le visite ai figli. SESSO E SOCIETÀ, partendo da fatti di cronaca, narra di come cambia il nostro rapporto con il sesso nell’ottica dell’evoluzione e/o involuzione della Società. DONNE RESILIENTI, FAMOSE E NON, meglio parlare di modelli cui ispirarsi che non di ecchimosi. FEMMINISMO, nonostante le apparenze, ce n’è ancora bisogno. IL FANTASMAGORICO ALLOGGIO POPOLARE, la ricerca di un alloggio a basso costo per una donna reduce da distruzione familiare, narrata con ironia e modi d'uso in dieci mesi tra graduatorie, uffici comunali e addetti impreparati.
Tuttavia, l’argomento principale è la violenza delle donne sugli uomini, un ribaltamento rispetto alla mia precedente opera, CORPI RIBELLI, resilienza tra maltrattamenti e stalking. E la prima recensione mi arriva proprio da un esperto in materia, il prof. Marino Maglietta, accademico italiano, professore associato di fisica presso la facoltà di ingegneria dell'Università degli Studi di Firenze e docente presso molti istituti di formazione di mediatori familiari. È socio onorario dell'AIMeF Associazione Italiana Mediatori Familiari e membro della Consulta Nazionale per l'Infanzia e l'Adolescenza "Gianni Rodari", nonché fondatore dell’associazione "Crescere Insieme" attraverso la quale porta avanti un'opera di sensibilizzazione rispetto alla tematica dell'affido condiviso e alla pratica della mediazione familiare.
Concepisce la struttura portante di quella che diventa la prima Legge italiana che contempla l'affidamento condiviso dei figli attraverso la modifica dell'articolo 155 del Codice civile. Tale Legge rende possibile una gestione equilibrata e meno conflittuale del processo di separazione tra due coniugi, anche attraverso il percorso di mediazione familiare. Ma tale Legge, seppur involontariamente, ha dato il via al reato di sottrazione di minori.
Di STANDING OVULATION, il Maglietta scrive: “Ho apprezzato lo sforzo di obiettività, tanto più meritevole in quanto spesso ha obbligato l’autrice Stefi Pastori Gloss a prendere posizioni contrarie alla sua esperienza personale. Esistono, in effetti, una miriade di testi sulle sofferenze da separazione, prevalentemente scritti da padri separati che lamentano il proprio calvario, imposto da un diritto sessuato, condizionato da stereotipi di genere, impregnato di ideologia e accompagnato nel vissuto quotidiano dalle conseguenti impunite angherie di ex vendicative, punitive e alienanti. Così come non mancano le testimonianze di donne maltrattate, vittime di violenza in tutte le sue molteplici forme, quanto meno adesso confortate da una generale solidarietà e da un’elevata attenzione, anche se non di rado motivata impropriamente da considerazioni di opportunità politica.
Mancava, invece, una voce che saltasse gli steccati e si presentasse capace di cogliere le ragioni degli uni e delle altre, probabilmente convinta, come chi scrive questa nota, che nei problemi della famiglia o di coppia – escluse le situazioni estreme - non si superano le difficoltà se non cercando soluzioni globali, che accolgano come meritevoli di considerazione e di tutela tutti gli aspetti che fanno soffrire ciascuna componente.
Arriva, dunque, oggi quest’opera, da parte di una persona che, partita come scrittrice con l’esporre solo il punto di vista femminile, le storie di donne maltrattate di CORPI RIBELLI, ha poi metabolizzato la propria esperienza avvicinando con successo l’altra metà del cielo, accogliendo e abbracciando altre forme di dolore.
Che questo piccolo grande libro possa volare." Marino Maglietta.

Consigliato a papà separati, a uomini maltrattati dalle donne, alle nuove femmine che non negano l’evidenza, agli omofobi per aiutarli a capire le istanze omosessuali, a uomini che accolgono le istanze femministe.


martedì 13 marzo 2018

DORA STURM


Mi dispiace solo di una cosa: che conosco Antonino Emanuele Valere come Editor (nonché architetto) da quando, due anni or sono, andai ad un workshop di Editoria al Tempo del Digitale,
quindi temo di non conservare la mia proverbiale quanto lucida distanza dalle due opere che mi ha chiesto di recensire. È il primo a farmi questa richiesta esplicitamente: afferma di seguirmi sui Social e di essersi deciso grazie alla mia imparzialità. Spero di non deluderlo. Dei due romanzi, inizio da quello che mi suona un po' sturm und drang. (Emanuele perdonami perché ho l'impressione che tu abbia sbagliato nel tirare ad indovinare quale dei due avrei attaccato per primo, visto che ultimamente ho recensito romanzi erotici e che, dal titolo, suppongo che il tuo altro lo sia).

Mi chiedo cosa l'abbia ispirato per scegliere questo nome così “tempesta e impeto”. Al termine della lettura, suppongo, più che ad ogni altro cristallizzato da quel movimento tedesco, si sia maggiormente riferito al concetto di oltreuomo, il cosiddetto Übermensch, che ribalta l'ordine costituito, concepito come genio al di fuori di qualsiasi cànone estrinseco, come a voler giustificare la ricerca, forse vana, del protagonista, ben raffigurando l'inquietudine contemporanea che si sazia solo con il desiderio dell'impossibile.

Inusuale per un autore posizionare i ringraziamenti nelle prime pagine, che di norma leggo anche se in fondo al libro. Da questo cambio di consuetudine, mi dovrei aspettare una scrittura di novità. “E grazie in anticipo - e infinitamente – a chi leggerà per leggere, e leggerà con leggerezza.” Sta ringraziando proprio me, che onore. Me lo conferma anche la dedica. Io che sono “rinata” più volte nella mia vita (e non è solo un modo di dire), la dedica del Valere: “a chi ha la forza di rinascere” mi emoziona a tal punto da farmi venire le lacrime.

Se riportassi le frasi che colpiscono maggiormente, riprodurrei il libro, e le amo molto perché sono caratterizzate da una ricerca raffinata di vocaboli ed espressioni filosofiche. Una su tutte:
E il conducente commetteva l'errore più grande: avanzava verso il passato.” Poi però mi accorgo
quasi a metà del libro che cotanto modo di scrivere lezioso e ridondante, mi viene a noia, qui l'apice dell'ingiustificato:
Arrivò a Milano senza concedersi il lusso di stupire nessuno, tanto meno se stesso.”

Non abbandono il libro al suo tragico destino alla Pennac, solo perché il Valere dissemina perle letterarie come: “Non si dovrebbe mai raccontarla a nessuno, la verità. Si corre il rischio di restare nudi e assiderati nel bel mezzo di una grandinata mai vista.” “Leggerezza: (leg-ge-réz-za) n.f. pl. -e. Saggezza camuffata da superficialità.”

A tre quarti del libro, sul finire della missione del protagonista, si verifica l'incontro inaspettato. Una sorta di colpo di scena senza scena e senza colpo.
Forse la Sturm poteva leggere dentro i silenzi, come i sensitivi e i veri scrittori, che poi fa lo stesso.”
Torna a vivere, Mattia. Le risposte che cerchi arriveranno quando avrai smesso di fare domande.”

Come nascono i libri?” le chiese “Li scrive la vita? La loro gestazione ha a che fare con la stessa casualità per cui ce li ritroviamo tra i piedi?”

Perché non c'è niente in natura che abbia arroganza e forza di procedere in linea retta.” Per me, potrebbe anche finire qui, in sospensione, invece il Valere procede ancora per qualche capitolo, senza far accadere nulla. Quindi non mi fermo, nonostante la noia. E per fortuna, perché rilascia ancora pillole di saggezza, come:

Era stato bellissimo perdersi nelle consapevolezze di chi racconta per mestiere e maledizione.”

Un non dare più seguito a reconditi desideri”

L'ultimo capitolo, il 10, è davvero pleonastico, e per un attimo mi balena la presuntuosa considerazione che se il Valere lo volesse tenere, che lo inserisca prima del viaggio a Lugano.

Invece no, proprio al termine dell'ultimo capitolo, il secondo “classico” colpo di scena, in posizione non classica. Un finale doppio, basato su dotte considerazioni su cosa sia la scrittura che meriterebbero una trattazione più spaziosa, anche in chiave poetica, e su una sorpresa che ci lascia librati sull'ignoto, ma che già immaginiamo, ormai conquistati dalla speranza disperata del protagonista. Come spesso accade, il valore di un romanzo lo fa il finale. Bravo Valere! E non lo dico per piaggeria.


Consigliato a chi vuole conoscere passo passo un autore dal suo “primo vero romanzo” che ha scritto da “imberbe” (sebbene lo veda portare da almeno due anni uno spesso barbone) per seguirlo nella sua che sento inevitabile e bella evoluzione.

venerdì 23 febbraio 2018

BRASILIA


Ammetto di aver iniziato iniziato la lettura di questo romanzo una notte, durante l'insonnia. Pochi minuti dopo ero già addormentata. Ero stanca, avevo avuto una di quelle giornate intensissime che mi sono tipiche, ma la cosa mi mise in allarme circa l'effettiva qualità dello scritto. Poi, nel seguente pomeriggio, ho continuato dal punto in cui l'insonnia aveva lasciato il passo alla vita, ed è solo quando Krauspenhaar asseriva: “Qualcosa di indicibile mi pungeva al petto, forse la consapevolezza che la vita era davvero altrove” come un grande scrittore sa fare, che cominciava ad avvincermi. Tuttavia la lettura deve arrivare alla fine del primo quarto di libro per conquistarmi definitivamente, quando spunta l'affermazione “Ero oppresso da un senso selvaggio di perdita, come se mi avessero rubato non solo l'identità, ma tutti gli anni della mia vita, dal primo all'ultimo. Ero raso al suolo, come nudo di fronte all'eternità.” È comunque tranquillamente possibile affermare che l'incipit non sia tra i più fulminanti che abbia mai letto (vedi L'ODORE DEL RISO di Angelo Ricci).

Vorrei fare una piccola introduzione sulla parola “distopìa s. f. [comp. di dis-2 e (u)topia]”. Tutte le parole col prefisso dis- (disistima, disarmonia, disabile, disfare, disadatto) possono esprimere sia valore contrario (es. abitato/disabitato), sia privativo (attivo/disattivo). Il dis- può esprimere, oltre al valore privativo come diserbare, anche quello reversativo (disincagliare, disabilitare); può poi avere valore oppositivo (come ad esempio in disapprovare, disobbedire). Nel caso di distopia equivale quindi a realizzazione negativa di un'utopia. Leggendo BRASILIA qualcuno come Matteo Fais ha parlato di distopia fantascientifica, ma non sono d'accordo. Cerco di motivare brevemente, senza fare un trattato di fantascienza, partendo dalla definizione che recita: “previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi. In aperta polemica con tendenze avvertite nel presente.” IN APERTA POLEMICA CON TENDENZE AVVERTITE NEL PRESENTE. Parlando di potere di stato come strumento di dominio, le parole chiave sono tre: POLEMICA, TENDENZE, PRESENTE. Krauspenhaar non ha voluto scrivere di fantascienza, perché ciò di cui racconta esiste già nel presente. Le sette sataniche sono presente. L'uso di droghe è presente. La coercizione delle menti è presente. Non polemizza con il potere, non riconosce una tendenza, non c'è un'utopia mal realizzata, parla di un futuro che in realtà è già presente. Potrei persino azzardare che forse, in fondo, pur soffrendone, gli piace, ci si trova a suo agio, ci sguazza, sia lui autore, che il suo personaggio (che è un po' se stesso). Si coglie anche dalla copertina, di un giallo malato perché abbastanza offuscata nei toni e acida, direi azzeccatissima.

Quando parlo di fantascienza distopica, essendo avvenuta la mia nascita letteraria nel cinema (fui sceneggiatrice a metà degli anni Novanta), emergono spontaneamente immagini di film come STATI DI ALLUCINAZIONEBLADE RUNNERBRAZILMINORITY REPORTTHE TRUMAN SHOW,  che hanno effettivamente alcuni elementi in comune con il BRASILIA del Krauspenhaar, come l'utlizzo di sostanze chimiche per la gestione delle menti e dei corpi, il controllo della Società da parte di poteri cogenti, la manipolazione di noi esseri comuni, ma in quei film esistono davvero utopie distortamente realizzate, nel libro no.
Quindi, ciò che più conta in BRASILIA è lo stile del Krauspenhaar, il sentire, il modo di comunicare disagio, ma anche gradevoli immagini di sollievo, come quando, descrivendo l'amplesso avuto con una donna sconosciuta, dice: “Il delizioso triangolo, sotto, coi peli radi. Come se vi entrassi con tutto me stesso, in un parto al contrario” un movimento di woodyalleniana memoria.

Ora che nel mio cuore un buco enorme si era formato, e che quel buco l'aveva fatto mio padre con la sua dipartita improvvisa, c'era come un ago e filo che suturavano continuamente quel foro nel mio cuore, mentre la ferita subito dopo si riformava, e così quell'ago e quel filo riprendevano a suturare: in tutto e per tutto, contro la mia volontà che voleva odiarlo, quella sutura era Alhazi.”

Dove sono diretto? Chiede il mio petto, che ha voce e mente propria. Attacca a parlare addirittura il cuore, gonfiando il petto.”

Era curioso: il cuore, sede di ogni sentimento e centralina del corpo umano, se parlava diventava il segno contrario di ogni genere di vita, la morte.”

Dicevo che, in definitiva, ciò che più conta in BRASILIA è lo stile del Krauspenhaar, che prenderei l'ardire di definire post- esistenzialista:
A quanto pareva tutto tornava, la vita era un viaggio che partiva da un inizio che diventava la fine, un'ellissi del ritorno. Quando il sole apparì in tutta la sua pesante crudezza, il suicidio mi tornò in mente come possibilità di salvezza. Sarebbe diventato impossibile resistere, forse la salvezza evitata poteva valere un gesto estremo che ridesse a tutta la mia vita una dignità che stava perdendo” fino a chiudersi in uno di quei finali bellissimi perché sospesi come la carta del Pendu dei tarocchi marsigliesi, a conferma che è un bel finale a fare di un libro la sua bellezza.

Consigliato agli amanti della fantascienza distopica, agli esistenzialisti, a chi assume sostanze stupefacenti per riconoscersi, ai figli che non hanno mai conosciuto i rispettivi padri.

lunedì 5 febbraio 2018

ANTIMERDA POETICA

Se dovessi scegliere un verso simbolico e rappresentativo di questo autore Andrea Finottis, sarebbe: “Credo che il segreto / sia essere leggeri / senza essere vuoti.”


In questo senso il Finottis ci va pesante. Infatti, la sua è una poetica cerebrale, non si perde in arzigogolati manierismi e nemmeno dietro a scontate rime, andando contro ogni regola del poetare comunemente inteso. Tuttavia il primo componimento, si ispira a versi di petrarchesca reminescenza. In chiusa, io che su Facebook ho inaugurato un album fotografico dal titolo: “Non amo gli aforismi altrui, preferisco sbagliare da sola” in quanto il dover citare qualcos'altro che non sia farina del proprio sacco è deleterio ai fini della credibilità personale, mi sento gratificata dall'affermazione del Finottis: “Quelli che fanno sfoggio del loro acculturamento / palesando sovente il proprio erudimento / con citazioni continue dei libri letti / costoro sono esseri uguali a quelli che voglio combattere / cioè stronzi.” Sono sollevata con la sua approvazione, temo infatti che a trovarsi in opposte posizioni col Finottis ci sarebbe solo da perdere.


32 POLLICI IN TESTA
Un dito in culo e uno sul telecomando
è tutto quello di cui avete bisogno
per essere felici
nella democrazia del grattaevinci.
Girate col Suv in debito
fingendo di essere ricchi e deridendo i poveri.
(…)
La merda è con voi e con il vostro spirito.
Andate affanculo.
Amen.

La poesia IL LAVORO NOBILITA L'UOMO sarebbe da reintitolarsi IL LAVORO DEBILITA L'UOMO. In PIOVE SULL'AMORE il Finottis critica ferocemente un certo tipo d'amore: “Ve lo dico io ragazzi / è stato l'amore! / L'amore / per la beota stupidità / per l'adeguarsi agli altri / per il proprio esclusivo interesse / per la sessualità ipocrita.”

In PAROLE SPARSE  tutta l'amara missione delle parole del poeta, perché umile Cassandra inascoltata che parla di sé: “... forse utili / forse inutili / ma sempre con dentro qualcosa / di colui che le ha scritte.” che viene ripresa in FORSE, LA VITA: “Io, rido e canto / penso e spero / ma sono fermo, urlo più forte di tutti / nessuno ascolta, e se mi ascolta ha occhi strani / specchi della mente a distanze siderali.” CHE FARSENE DEI POETI mi conferma il sentire del Finottis, che anche se dileggiato, inascoltato, disprezzato “un poeta resta un poeta / per non essere un altro / qualsiasi qualunque.” e in CERVELLI OBLITERATI, con amara ironia, conclude: “Tristemente / la poesia succhia cazzi per campare.”.

Alla fine del primo terzo del libro, ci propone un racconto VASCHE BIOLOGICHE SEMOVENTI in cui il Finottis parla dei personaggi plasticati che attraversano la vita come meri transiti di cibo, («Ecco alcuni che non altramente che transito di cibo, e aumentatori di sterco e riempitori di destri [=cessi] chiamarsi debono, perchè per loro non altro nel mondo apare, alcuna virtù in opera si mette, perchè di loro altro che pieni destri non resta» per dirla alla Leonardo Da Vinci), attribuendo loro l'appellativo del titolo, forse fin troppo gentile. È un tema che torna spesso in questa raccolta poetica contro la merda del vivere alienato cittadino, con “mariti fuchi”, “figli imbottiti” e suv, donne imbellettate dall'hair stylist di turno, città piena di gente “dalla faccia tesa”, chiusa dentro un “videogioco ossessivo”, le narici “piene di polvere” (chissà quale? Sapendo che a Milano la coca è lo stupefacente più venduto, la mia è ironia) “si sentono liberi quando sniffano”, ecco appunto. Temi che tornano come proiettili in VOLARE VIA: “Volete sposarvi in chiesa / e poi farvi sodomizzare dai trans brasiliani?”

Andrea Finottis si fa portavoce dei padri (e dei genitori in assoluto), quando ci scrive delle disattese aspettative da parte dei figli, con quella lucida disillusione che riconosce i propri errori. È talmente efficace, questa poesia, che merita di essere riportata nella sua interezza, anche perché avendo io figli, mi ha toccato le corde più vibranti:
SPERMA DELUDENTE
Speri nello sperma
che cresca meglio di te
e invece un giorno
ti ritrovi davanti uno ancora più stronzo
con le magliette che fanno pubblicità a marchi noti
che pensa solo a comprarsi oggetti come hanno gli altri
che si atteggia e parla aderendo alla moda del momento
un vero cretino
e quel cretino è tutto quel che lasci su questo pianeta.
Credevi di fare un figlio
e invece hai cagato l'ennesimo stronzone
e la cosa più agghiacciante
è che la sua stronzaggine deriva dalla tua
è cresciuta proliferando
tutte le volte che non hai reagito
facendo come facevano gli altri
non spegnendo la televisione davanti all'idiozia
ridendo ebete alle battute razziste
considerand con superiorità chi stava peggio.
Concentrandoti solo sulla materialità
hai trasmesso stupidità.
Chi segue solo se stesso
ribellandosi
affermando quello che pensa
non lasciandosi trasportare dalla corrente
ma andando controcorrente
subendone gli svantaggi
solo lui
trasmetterà qualcosa di valido
e può sperare in qualcosa di migliore.

... uomini, donne, vecchi, bambini. / Tutti uguali nella sorte, / la morte è democratica / e la mitragliatrice la consegna / con spedizione ultraveloce di piombo.” dove la mitragliatrice è lo strumento in mano al poeta che usa le parole in guisa di proiettili (la morte sarà democratica, ma l'arte no) per “Mangiamerda galoppano scarrozzando liberi / lungo le praterie dei centri commerciali (…) Ma se sei scemo / sei felice anche quando muori.” , “noto che creano minivicoli tra pochi sparuti alberi. / Questa civiltà è una palese presa per il culo.”“non mi guarderebbero sempre male / stocazzo.” è una chiusa fulminante, non solo antimerda, ma anche antipoetica.

Ma l'applauso mi scatta quando accenna al sentimento. Se al Finottis capita di amare, è amore mai sdolcinato, ma severo e perspicace: “e solo col tempo capirai / leggerai chi sono / e finalmente lo capirò anch'io (…) senza farci sfuggire tra le dita.” “Ora invece stiamo dentro ai monitor / anche quando ci baciamo. / Però l'altra notte / il sapore della tua figa che leccavo / mi ha fatto ritrovare la vita / per quasi un'ora / ma l'ho ripersa / quando mi hai chiesto / dove andiamo domenica prossima.”: il Finottis mi fa riflettere su quanta amara delusione ci sia nel vivere se mancano ideali che vadano al di là dell'amore.

Quasi in chiusura della raccolta, colgo il motivo per cui ho amato da subito la poesia di Finottis: ritrovo qua e là immagini, parole, luci, colori a me cari quando, anni fa, durante la mia tarda adolescenza, avevo raccolto pensieri sparsi in poesie. Con questo non voglio affermare che ANTIMERDA POETICA sia tardoadolescenziale, ma semplicemente ritrovare la ragione per la quale certe cose ci piacciono e certe no e anche per non perdere l'occasione di essere autoreferenziale. Sono autocritica e autoironica. Praticamente un'auto. A lettura finita, come di conseuto mi sono interessata dell'autore: mi sorprende sapere che siamo praticamente coetanei (va be' io un po' più vecchia). In fondo, in un angolo recondito del cervello, mi si era creata davvero l'immagine di trovarmi al cospetto di uno spirito adolescenziale.

Consigliato a chi ama la poesia di contrasto, chi vorrebbe utilizzare la poesia contro la società, a chi vorrebbe una società più partecipata e meno imbottita di suv.

lunedì 29 gennaio 2018

LAMPI D'ABISSO

Approccio questa silloge come sempre senza aspettative né preconcetti: non conosco l'autore, né la sua biobibliografia. La copertina mi lascia una impressione bipolare. Mi piace/Non mi piace. No no, non mi piace. Però... Sono sincera: fosse dipesa la mia scelta dalla copertina, non avrei comprato questo libro. Eppure, quel tuffo di schiena in un'acqua non acqua, il vortice, la discesa agli inferi. No. I colori grigiastri, la carta brutta, il lettering che più che old style, è brutto, il titolo troppo in alto, nel punto meno leggibile, almeno secondo i canoni della comunicazione. Il logotipo e il marchio della casa editrice, pur essendo equilibrati e correttamente proporzionati rispetto gli altri elementi della copertina, è del tutto indecifrabile: un errore madornale anche per il fruitore più disattento, figuriamoci per una ex grafica come me. Mi decido di non decidere, se non dopo la lettura del contenuto.

Fin dalle prime battute, avverto forte l'ispirazione dannunziana, densa di parole appartenenti a piani sensoriali diversi, “preghiere d'oro”, “prati blu di spirito”, “voce di una rosa”, “vento d'oro”, “idrogeno d'oro”, “il verde esploso negli occhi”, “in bionde cascate”, figure retoriche che fanno il verso alla sinestesia. La conferma del dannunziano mi arriva con la poesia CANCELLO SEGRETO, in cui il Galluccio sembrerebbe citare LA PIOGGIA NEL PINETO “l'iride è disciolta in piogge nere nei pineti.”

Qua e là, anche ispirazioni ermetiche, “Basta seguire i selciati di San Tommaso”, “illuminando verità / che senza sapere già so”, “SOLLIEVO / Piogge d'oro! / furioso forzai / la verginità della luce.”, “RICICLO / Freddo d'invero / Arsi le illusioni / tra spazi d'ombra.”, “ISTANTE / Il futuro lancia i cenci nella cesta del presente / L'indosso in corsa su un treno d'immagini / Sono vestito per la vita.”, fino ad arrivare a Marinetti e il suo futurismo (che riporto integralmente, cercando di imitarne la speciale composizione spaziata e cadenzata, mi perdoni l'autore se non riesco a riprodurla fedelmente. Tuttavia lascio volutamente le minuscole dove sarebbero necessarie le maiuscole, perché suppongo l'autore le abbia scritte così):

L'OROLOGIO GLOBALE AD PERSONAM
FLASHBACK PROGRESSIVO
{
FLASHFORWARD >> Evoluzione inconscia
FLASHBACK
>> Vedi sopra
CLICK!CLICK!
L'orologio martire e obbligato sul polso
dell'uomo
funambolo relativo su fili dimensionali
Smaterializza l'ora già segnata
l'ora da assegnare
a verbi come rondinelle d'aura sospese
a migrare confuse e nidificare sul bello
Ed è tutto certo! all'uomo collezionista di micro-gioie
come coscienza empirica
Ed è tutto certo! all'uomo sul baric'ENTRO smate-
rializzandosi-in-dosi(eco)
nel vuoto incerto generatore DENTRO.
}

A parte qualche incertezza di battitura (un'eco considerata come fosse maschile, un né e un così senza accento) dove non addirittura un Editor, ma anche solo un modesto grafico avrebbe potuto intervenire, da quando ho ricevuto il “manuale di stile” della casa editrice che forse stamperà la mia prossima raccolta di racconti contro un uso scorretto degli stereotipi, individuo subito banali errori di virgole mal posizionate, virgolette caporali a casaccio, a volte singolarmente, a volte doppie, di apici al posto di apostrofi, elementi che risultano fastidiosi alla godibilità del testo.

Se copertina e mancanza di applicazione del “manuale di stile”, tolgono punti alla poesia del Galluccio (se solo risiedesse su GoodReads, ciò avrebbe significato due stelline in meno), a lui va in ogni caso il mio apprezzamento. Mi fossi fidata solo della copertina e non della mia naturale curiosità, avrei perso della buona poesia. Tre consigli per crescere, se il Galluccio li accetta: affidi la copertina ad un buon illustratore lasciando quel soggetto, riveda il titolo che non rende merito al contenuto, perché troppo ridondante rispetto alle poesie, nella bio in quarta di copertina faccia riferimento ai poeti suoi ispiratori. Per inciso, ma nemmeno poi tanto, nel cercare la copertina su Internet, ne trovo praticamente una identica, ma impaginata secondo canoni grafici efficaci , ovviamente di altra casa editrice nonché altro autore. Un tale livello di improvvisazione nell'editoria italiana mi rattrista. Il giorno che il Galluccio ne stamperà la seconda edizione con copertina altra, volentieri aggiornerò anch'io.


Consigliato a chi crede che la poesia sia morta con D'Annunzio, Ungaretti, o Marinetti per ricredersi, a chi crede nei giovani (scopro solo nei ringraziamenti che il Galluccio ha solo ventitré anni), a chi crede che la poesia debba essere necessariamente refrattaria a banalità cuore amore.

domenica 28 gennaio 2018

NON PIANGERE

In una giornata di splendido sole tutto appare più bello. Oggi però nevica, quassù sulle Alpi dove vivo da ormai più di due anni. Ma sebbene tutto potrebbe scivolar nella tristezza, sfumata tra gli infiniti toni di azzurro e grigio delle nevi, io sorrido. Quando leggo una cosa buona, infatti mi sento soddisfatta. NON PIANGERE è un libro erotico molto forte che non usa lessico volgare, né immagini ginecologiche per descrizioni di bassa lega, ma solo luminose parafrasi, che merita di essere segnalato assieme ai primi due davvero ad alto gradimento finora letti fra le decine pervenutemi del genere erotico,  IL CLITORIDE CATARO di Leda Gheriglio e LA PASSIONE DI ORNELLA di Nina Vanigli. Trovo incomprensibile che NON PIANGERE non appartenga alla collaudata scuderia del Daniele Aiolfi e la sua casa editrice EROSCULTURA.

Recepisco questo eBook via e-mail a cui rispondo per gentilezza di non essere in grado di garantirne la lettura immediata, essendo stato preceduto da parecchi altri. Ricevo una risposta telegrafica dall'autrice Francesca Petroni che mi lascia impietrita, come provenisse da una Mistress. Brava, mi tenta a tal punto che ne inizio immediatamente la lettura. Evito di conoscerne il genere di appartenenza, perché trovo in generale le etichette ingombranti.

La narrazione debutta con una serie di versi della canzone dei Guns&Rose's che dà il titolo al romanzo. Leggere la sorta di sintesi in quarta di copertina mi fuorvia: sembra un racconto tra l'adolescenziale e il mistero. Invece. Ecco perché imploro sempre gli autori di non aggiungere informazioni al pdf: voglio lasciarmi sorprendere dalla storia così com'è, non perché mi sono state create aspettative. Pazienza. Evito appositamente di vederne booktrailer e note biografiche dell'autrice. Ma so che il libro è autopubblicato, il che mi mette un po' in allarme, avendone letti in precedenza con errori grammaticali, lessicali, di periodo, persino di mancanza di Editor. E, a lettura finita, questa volta devo ammettere che sono io la prevenuta.

La protagonista femminile è una ventenne neodiplomata, Noemi, che viene tratteggiata come una brutta anatroccola abbastanza sfigata e imbranata, ma indomita, con una tecnica inusuale, quella di narrare con il TU. A causa di plurime crisi familiari (morte del padre, madre non danarosa, fratello studente disoccupato), Noemi è costretta a lavorare in un bar notturno. Ma è proprio qui che inizierà la sua storia salvifica, senza che lei stessa se ne renda conto, almeno sulle prime, incontrando Marco, docente universitario dal fascino oscuro e perverso. È un romanzo che affida il suo dipanarsi al progresso evolutivo dei due protagonisti, dove l'uno apprenderà ad amare davvero la vita e le persone, e l'altra capirà che la linea di separazione tra piacere e dolore non è così netta. Assieme arriveranno ad apprezzare che la sofferenza va accolta e combattuta, se non si vuole lasciarsi distruggere. Il loro è un rapporto squisitamente BDSM (“E niente. Alla fine lo fai. Tiri fuori la lingua e lecchi il pavimento. In quel momento, tutte le tue resistenze crollano. La tua mente stacca il controllo e la tua razionalità si ritira in un angolo. Quella sensazione di abbandono, che hai avuto quando la prima volta ti sei inginocchiata davanti a Marco, torna ad accoglierti tra le sue braccia. Ti lasci andare, dimenticando regole, convenzioni, giudizi.”) senza che mai la definizione sia utilizzata (un altro applauso all'autrice), durante la descrizione del quale si è portati a pensare che solo quello sia vero amore: “perché se l'amore non è quello, allora l'amore non esiste”. Qua e là, tocchi di ironia rendono più leggiadra la drammatica storia: “Meglio evitare di pensarci, però, altrimenti va a finire che morirai consumata dai tuoi stessi succhi gastrici” “E ora usciamo, prima che io scivoli via assieme all'acqua.”

Brava ancora la Petroni quando con pochi telegrafici tocchi, rende il sentire psicologico della sub, parlando dei suoi abiti dismessi: “Sono sporchi di solitudine, delusione, sofferenza, resa.” o della differenza che intercorre tra il rapporto di Marco e Noemi rispetto ai cosiddetti “normali”: “Tutte le altre persone stanno guardando il telegiornale a quell'ora, immerse nella quotidianità, nei giorni che passano veloci, gli uni uguali agli altri. Invece tu sei lì con lui e riesci quasi a sentirlo sulla lingua il sapore dell'esistenza”.“E tu riesci solo ad annuire, mentre lui ti spinge contro di sé, e si prende la tua bocca, il tuo corpo e la tua anima.”“Hai l'impressione che i limiti delle tue sensazioni si facciano labili. È puro smarrimento. L'infinito è a un passo e tu ti sei già persa dentro di esso.”

O quando descrive l'utilizzo del corpo della sub Noemi, etero, che non ha nemmeno mai sognato di avere rapporti lesbo, in guisa di piatto per Marco e una Mistress: “Da quel momento il tuo corpo diventa il loro piatto. E, alla fine, tu devi ringraziare il ghiaccio che hai tra le gambe, se non sei ancora impazzita.”
Talvolta, l'autrice cita con cognizione di causa filosofi che hanno cavalcato la storia giungendo fino a noi con le loro teorie, da filosofa qual sono resto affascinata quando Marco disserta circa l'impossibilità di cogliere la verità da parte della mente umana, anche attraverso strumenti unanimamente ritenuti infallibili come le Scienze Esatte o la Filosofia o quando Noemi si interroga circa la vanità della vita: “Hai perso entrambi gli uomini della tua vita e a volte fai ancora la sciocchezza di chiederti perché. Ma poi ti rendi conto di quanta arroganza ci sia in quella domanda. L'universo non pensa a te, non sei niente di fronte alle infinite possibilità che possono riguardare la tua esistenza.”

La vera drammaticità della narrazione scaturisce con la confessione di Marco a Noemi della sua malattia mortale: “Quanto tempo? Riesci a chiedere. Un anno, nella migliore delle ipotesi”.
Nove mesi e un sopraciglio spaccato dopo, il colpo di scena da Happy End, che ha a che vedere con la frase pronunciata da Marco: “Odio i ragni.”

Non credevo di essere così potente.” è l'affermazione di una sub che conferma ciò che da sempre è risaputo nella dualità Master e sub: i sub sono tutt'altro che sottomessi, hanno il potere nelle loro carni di dominare la mente dei loro Master.
È giunto per me il momento di leggere la Bio di Francesca Petroni, che conferma il mio sospetto: studia Filosofia all'Università di Roma Tre, ed ha già pubblicato diversi romanzi. Le dedico il mio apprezzamento incondizionato, per la proprietà di linguaggio, per l'arguzia di sottili osservazioni psicologiche nel rapporto di coppia, per il coraggio di aver pubblicato con il suo vero nome. O Francesca Petroni è lo pseudonimo di una sub? La quinta stellina su GoodReads se la guadagna grazie all'elegante copertina. Su questo sito, però, non è presente la copertina vincente.

Consigliato agli innamorati dell'Amore, agli appassionati delle storie lacrimevoli ma senza le smancerie del cult movie Love Story, ai curiosi di sadomaso leggiadro seppur deciso.

martedì 23 gennaio 2018

L'INSANA IMPROVVISAZIONE DI ELIA VETTOREL

Se potessi tirar fuori mia madre dalla tomba, le strapperei le ossa e la ucciderei di nuovo. Joe Fisher. (Fischer, non Fisher: Joe Fischer è un serial killer, tuttavia non ho rinvenuto evidenze che si tratti della medesima persona)

Mi interrogo sull' “autrice” (ammesso che sia davvero donna, ma nutro dei dubbi, per come riporterà puntualmente le perturbazioni sessuali del protagonista maschio). Anemone, fiore di pianta perenne molto rustica e resistente, debolmente velenoso, o anemone di mare, animale bentonico dai tentacoli urticanti? Entrambe le scelte giustificherebbero lo stile della sua scrittura. Ledger come libro mastro, su cui annotare puntigliosamente ogni entrata ed uscita, o come quell'attore noto a causa della morte prematura per un cocktail di farmaci? Per l'andamento della storia, adatti entrambi.

Disseminata qua e là da errori legati al parlato, (dapprincipio, celebrale, e non cerebrale, un le al posto di gli, un gli al posto di un la, un occhi abbinato a un paonazzi in modo quanto meno inusuale), la maniacale, piccola e grandiosa storia orrorifica nelle prime pagine stenta a partire. L'andamento narrativo è fin da subito caratterizzato da un “avanti/indietro” nel tempo, tra i modi dell'orfanotrofio, quelli dello psicologo che segue il protagonista in età adulta, i momenti dell'abbandono da parte della madre vera, tecnica adottata con maestria dall'autrice.

Si profilano dunque le vicende di un settenne, Elia Vettorel per l'appunto, dai capelli rossi e lentigginoso, con tendenze auto lesionistiche, in orfanotrofio alle prese tra le ingiustizie perpetrate a suo danno da un bulletto, Marco, e quelle suore, che lui chiama madri, in sostituzione della sua vera mamma. La scoperta del significato della parola puttana in bocca al bullo nei confronti di una sua presunta madre vera in arrivo (che l'avrebbe potuto adottare), fa esplodere e reagire Elia contro le angherie di questo Marco, meritando il castigo delle sorelle. Tranne una, madre Sara, che impietosita dalla solitudine di quel bambino, in castigo da digiuno per due giorni, gli porta qualcosa da mangiare.

Lo scoprirà intento nella lettura di un giornale proibito nel “carcere dei bambini”, come lo chiama Elia, costringendola a desistere dall'intento di aiutarlo. Il bimbo è condannato alla ricerca del suo picaresco amico immaginario, Huckleberry Finn, che ritraeva coi gessetti sulla stanza oscura delle punizioni come per consolarsi e non rimanere solo, evidentemente desiderando emularlo nelle sue avventure perché come lui figlio di ubriaconi e come lui schiacciato da insopportabili convenzioni sociali. Parlando della scoperta della musica jazz, che Elia interpreta come improvvisazione, sembrerebbe a giustificazione di un certo suo drammatico gesto di cui il lettore rimane all'oscuro, dice: “In ogni caso, nemmeno disegnata avevo mai visto una tromba. Il sole la rivestiva di straordinaria lucentezza, e la mia mente di bambino credette che quell'uomo di colore tenesse in mano dell'oro. Fu quando cominciò a suonare che capii che l'oro, in realtà, si diffondeva nell'aria.” È uno dei rari momenti di poesia del racconto, il jazz torna svariate volte a definire certi stati d'animo del ragazzo in determinati momenti della sua vita. Aurora Vettorel è la madre vera che gli donò il cognome e l'orfanotrofio per proteggerlo da suo papà, Raffaele e che poi torna a prenderlo dopo qualche anno.

La mamma durante il viaggio, osservando una cicatrice sulla gota di Elia e scoprendo che gli fu inferta da uno ceffone di sorella Sara, lo redarguisce sulla vita: “Impara bambino mio, che nella vita quanto meno sai, meno subirai, quanto meno farai, meno le cose ti si ritorceranno contro.”

Improvvisamente un altro schiaffo, senza divisione di capitolo né paragrafi: la scena macabra del marito di Aurora, con lei incinta. L'uomo si accanisce su un bimbo, fino ad arrivare ad ammazzarlo. Scopriamo dunque il motivo per cui Elia venne abbandonato in quel carcere per bambini.

Più avanti, a poco più di un terzo della narrazione, quello che potremmo definire un colpo di scena, è più in realtà una sorta di nota a margine che il mio cervello da lettrice accanita registra e mette in un angolo delle sinapsi: la madre di Elia talvolta estrae da un cassetto appositamente chiuso a chiave un oggetto misterioso e riporlo nella borsetta, per poi al suo ritorno nasconderlo nuovamente nel cassetto.

Quindi un'altra scena shock: la mamma di Elia gli mostra una serie di piccole cicatrici sul proprio ventre, provocandogli un'erezione, ma anche smorzandogliela all'istante: “Sei stato tu.”

La scoperta da parte di Aurora dei loschi traffici del marito ci prende alla gola, dapprima convinta che si trattasse “soltanto” di droga con varie organizzazioni mafiose italiane, poi lo squarcio nella realtà: bambini rapiti con la complicità dell'organizzazione criminale. Lei: “Ti rendi conto di aver mentito su un fatto così importante? Ti rendi conto delle cose che tu fai?”
Lui: “Oh suvvia, sono bambini di capofamiglia mafiosi! Se lo meritano!”. Poi il cassetto, l'oggetto misterioso che altro non era se non un'arma (sapremo solo più avanti a cosa fosse servita e a cosa servirà ancora), i ritagli di giornale che parlavano di sua madre assassina del padre e la mazza della madre che quasi lo ammazza. Quasi ammazza un Elia troppo curioso. Un Elia che diventa assassino a sua volta della sua pseudo fidanzata. Brava l'autrice a raccontare l'abisso di una mente umana quando sconfina nella pazzia.
Otto colpi di pistola. Poi altri due. Chissà se essite davvero un'arma con dieci colpi, nella mia ingoranza anti violenta ne ho googlate solo da otto.

Se solo avesse avuto qualcuno che lo avesse potuto abbracciare, in quegli attimi, Finn se ne sarebbe andato con il sorriso e tutto sarebbe tornato alla normalità.” Il finale a sorpresa che vorrei per ogni romanzo: brava Anemone, chiunque tu sia.

Consigliato ad adolescenti in avanzato stato di decomposizione, agli eterni Peter Pan dell'horror, a cercatori di emozioni non scontate.