martedì 27 agosto 2019

LA CIOCIARA di Alberto Moravia

Da anni mi ero prefissata l’obiettivo di leggere questa opera di Alberto Moravia, ritenuta grande dalla cultura mainstream, tuttavia lo snobismo nei confronti suoi me lo impediva, come mi accadde tante volte (vedi L’ELEGANZA DEL RICCIO), facendomi soggiacere all’ignoranza. Anche in questo caso, mi sono accorta di aver perso per troppo tempo un’immensa lezione di letteratura e di vita. Troppo, si fa per dire: se si ha l’umiltà di accogliere una lezione, non è mai troppo tardi. Almeno spero.

Così, per studiarmi passaggi che ritengo pregnanti per l’immenso contenuto di umanesimo, me li riscrivo qui:
“Ma questo tesoro sotto terra non c’era, come sapevo; l’avevo trovato dentro me stessa, con la stessa sorpresa che se l’avessi scavato con le mie mani; ed era stata quella calma profonda, quella mancanza completa di paura e ansietà, quella fiducia in me e nelle cose che, passeggiando tutta sola, mi erano cresciute nell’animo a misura che i giorni passavano. In tanti anni furono quelli forse i miei giorni più felici e, strano a dirsi, furono proprio quelli in cui mi trovai più povera, più sprovvista di tutto, con pane e formaggio per cibo e l’erba del prato come letto e neanche una capanna per rifugiarmi, quasi più simile ad un animale selvatico che a una persona.”

“Ma adesso non me la sentivo di dir nulla. In realtà le nostre disgrazie ci rendevano indifferenti alle disgrazie degli altri. E in seguito ho pensato che questo è certamente uno dei peggiori effetti della guerra: di rendere insensibili, di indurire il cuore, di ammazzare la pietà.”

“Lo ricordo l’elenco e lo riporto qui per dare un’idea di cosa fosse la vita della gente nell’autunno del 1943. La nostra vita, di me e di Rosetta, era dunque affidata ad un sacco di cinquanta chili di farina di fiore, per fare il pane e la pasta, ad un altro sacco più piccolo di farina gialla di granoturco per fare la polenta, ad un sacchetto di una ventina di chili di fagioli della peggiore qualità, quelli con l’occhio, ad alcuni chili di ceci, di cicerchi e di lenticchie, a cinquanta chili di arance, ad un vaso di strutto del peso di due chili e a un paio di chili di salsicce. Tommasino inoltre aveva portato su anche un sacchetto di frutta secca come dir fichi, noci e mandorle, e una buona quantità di carrube che di solito si danno ai cavalli, ma ormai, come ho accennato, erano troppo buone anche per noi.”

Il finale, mesto e modesto, ha una sua maestosità che è d’uopo riportare qui:
“Grazie al dolore, eravamo alla fine, uscite dalla guerra che ci chiudeva nella sua tomba di indifferenza e di malvagità ed avevamo ripreso a camminare nella nostra vita la quale era forse povera cosa piena di oscurità e di errore, ma purtroppo la sola che dovessimo vivere, come senza dubbio Michele ci avrebbe detto e fosse stato con noi.”

Consigliato a chi volesse conoscere la vita di dignitosi stenti durante il 1943, di come la figura della Donna venisse tenuta in considerazione in quell’Italietta di popolani, ora come allora, ad autori come me che volessero apprendere uno stile dimesso ma mai ignorante.


lunedì 19 agosto 2019

IL CUORE E LA TENEBRA di Giuseppe Culicchia


Una mente aperta nutre lo spirito di ricerca. Suppongo che Culicchia abbia alimentato il proprio, quindi parto da questo spunto per verifciare quella che alla prima lettura appare come un'opera grandiosa e perfetta. Nel corso degli anni (e della scrittura di racconti che finirà nella raccolta RESISTERE PER SOPRAVVIVERE, ciascuno a suo modo, ambientati in Italia dopo il '43) ho imparato che la contrapposizione tra rossi e neri, tra fascisti e partigiani, tra Badogliani e Decima Mas è solo frutto improbo di chi ha scritto la Storia, cioè i “cosiddetti vincitori”. In realtà, ad ogni contrapposta fazione, era cara l'italica Patria, ciascuno a suo modo, per l'appunto.

Anzi, che la sinistra, per dirla alla Culicchia, in antipatico maiuscolo nell'originale: “L'HA MESSO IN QUEL POSTO A ME E A TUTTA LA CLASSE OPERAIA. LA SINISTRA NON HA FATTO ALTRO CHE ABBRACCIARE IN TUTTO E PER TUTTO IL LIBERO MERCATO, IN OSSEQUIO SERVILE AI DESIDERATA DI CONFINDUSTRIA E POTERE FINANZIARIO. LA PRIMA VOLTA CHE SONO ANDATI AL GOVERNO HANNO INTRODOTTO IL PRECARIATO. LO SA LEI QUAL E' STATA LA SOLA E VERA LEGISLAZIONE A FAVORE DEGLI OPERAI IN QUESTO NOSTRO BELPAESE? QUELLA DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA.”. Culicchia si incarica di riportare alla memoria di noi italiani, popolo di smemorati, che l’adozione dello stato sociale ad opera del regime fascista portò a riforme radicali nella legislazione familiare e del lavoro, redigendo l'elenco delle leggi fasciste che si sono prese cura degli italiani, durante il ventennio, nell'ordine:

Tutela lavoro donne e fanciulli – (Regio Decreto n° 653 26/04/1923)
Maternità e infanzia – (Regio Decreto n° 2277 10/12/1923)
Assistenza ospedaliera per i poveri – (Regio Decreto n° 2841 30/12/1923)
Assicurazione contro la disoccupazione – (Regio Decreto n° 3158 30/12/1923)
Assicurazione invalidità e vecchiaia – (Regio Decreto n°3184 30/12/1923)
E tante altre...

Da recensora in stile San Tommaso, vado a metterci il naso e faccio due ricerchine facili facili sulla Rete. In fondo, il tanto vituperato Mussolini fondò l'OMNI, l'Opera Nazionale Maternità e Infanzia. Voglio verificare le date dei vari Regi Decreti citati dal Culicchia, visto che non mi ero mai preoccupata di farlo in precedenza e che desidero dal profondo del cuore “dare a Cesare quel che è di Cesare”, non in nome di chissà quale revisionismo storico, ma della giustizia, animata dall'ammirazione per l'autore che tanto ha fatto, tanto ha cercato, tanto ha indagato, tanto ha approfondito.

E invece, trovo l'esatto elenco riportato nel testo di Culicchia, persino lo stesso ordine, in un blog per non dimenticare, che nella Home Page riporta le seguenti parole: “Questo sito nasce per essere d’aiuto a quanti non vogliono dimenticare i crimini della più terribile e spietata ideologia del secolo scorso, il Comunismo.”

In poche parole, il Culicchia sembrerebbe aver applicato una strategia cara al D'Annunzio, la ‘contaminatio’, stratagemma antico dello storytelling, copiando il nostro immenso patrimonio poetico mitologico e leggendario, per. Punto, non voglio usare la necessaria parola, prima di aver dato le altrettanto necessarie motivazioni. Volto al recupero del classicismo antico e rinascimentale, D'Annunzio sperimenta tutti gli stili di scrittura, sia contemporanei che antichi (Maia), e tutte le poetiche (simboliste, veriste, russe, futuriste, crepuscolari). D'Annunzio fa riferimento al classicismo di Carducci e ai parnassiani francesi. Porge una certa attenzione al simbolismo, ricavata dall'identificazione del poeta con la natura, con un elemento di volta in volta diverso (panismo) o all’antropomorfizzazione della natura (Canto nuovo), guarda a Baudelaire, recuperando temi erotici e quasi pornografici (Intermezzo di rime), si ispira a temi di piacere, recuperando temi erotici e quasi pornografici (Intermezzo di rime), si ispira a temi di piacere, sesso, crudeltà in ambiti e stili classicheggianti (Isotteo e Chimera), fino alla riproduzione del simbolismo, con se stesso, autodefinitosi ‘il Vate’, che interpreta i messaggi della natura; senza di lui, essa non parla (La sera fiesolana). D'Annunzio parte, nelle prime raccolte, con la metrica barbara, che è una pratica carducciana. Carducci scrive ‘odi barbare’, cercando di rendere i metri latini (che sono quantitativi) in versi italiani (accentuativi), combinando i versi italiani. Ciò che si ottiene è un qualcosa di barbaro, straniero sia agli italiani che ai latini. È un prodotto nuovo, di scarso valore, quello del Carducci. Ma D’Annunzio lo imita, copiandolo. E fa bene, perché arriva all’originalità e ad esplicare le due funzioni dell’Arte, educatrice e portatrice di verità. Ed eccoci alla occulta parola: copiare. Co pia re.

Ebbene, io non voglio imitare la sua superbia superuomistica, nemmeno essere snob e sentirmi al di sopra di tutti. Non sono la sacerdotessa dell’Arte, sono una donna comune che legge cose comuni alle quali si ispira. Nel copiare alla D’Annunzio (cioè, cito: per “poi replicarlo e dilatarlo o riformarlo per una rifinitura, per un rovesciamento, con poche abili rettifiche”) non riproducendo “il nostro immenso patrimonio poetico mitologico e leggendario” ma quell’altro di pari immensità dello scritto reperibile sul web, migliorandolo, trasformandolo, ritemprandolo e magari - consentitemi il neologismo da glossopoieta - originalizzandolo, dicevo nel copiare vorrei creare bellezza, guadagno, valore, come previsto da Sensei Makiguchi.

Insomma, non mi sento di condannare il Culicchia per aver copiato. Anzi, lo esalto per aver superato lo spaventacchio di qualunque autore con classe ed eleganza, convincendo una vecchia 'lupa di lettere' come me dell'originalità del suo scrivere.

Consigliato a chi ancora oggi teme lo spauracchio del fascismo, per recupare una memoria storica troppo spesso dimenticata, senza per questo farne dell'apologia.

mercoledì 27 marzo 2019

MISCELLANEA

MISCELLANEA di Domenico Cavallo è una silloge poetica di natura esistenziale dal titolo desueto. Non parto mai da pregiudizi, cerco allora di farmi sorprendere.
Dalla dedica alla madre, deduco che la poesia SEMPRE sia rivolta a lei: “Voglio vedere sempre/
una luna sulla tua bocca, (...) Saggezza e calma,/aghi della bilancia/di una vita semplice,/senza fronzoli.” Proprio come la sua poesia, gradevole perché pacata.

POESIA ORRENDA mi fa sorridere, ma non vorrei ferire la sensibilità di Domenico, che interessi filosofici comuni ci hanno permesso di incontrarci offline un giorno in Piazza D'Armi a Torino  È di una sensibilità straordinaria da sfiorare la fragilità, ecco perché mai vorrei conoscere gli autori prima della recensione. Mi devo sentire libera da preconcetti e lucida. “Schifezza sublime comunque sarà/qualunque sia il suo destino/ (poetico?)”


INCONTRO descrive il ballo armonioso tra caffè e Nutella, immedesimandosi nell'uno e nell'altra: divertente e arguto, Cavallo: bravo.

DELIRIO conferma la sua perizia nel creare immagini non banali, come “braccia pensanti” dove le “rotaie” diventano “mediatrici tra il pensiero e la luce”, stilema mirabilmente raggiunto in “Se vuoi vedere la luce/ in mancanza del sole/ guarda ogni mattina/ la tua mano,/ cerchiata di stelle/e pianeti,
vie celesti,/ originali angeli/ che brillano di riflessi opachi/ e specchiati./ Rapidi giri d'oro e argento/ simulano disegni d'autenticità/ su pelle scura,/ avvolta da comete eteree/ ormai stabili e indelebili./ Solitaria;/ avvolta dalla bellezza,/ avvolta dalla serenità della vita.” Mi fa pensare ad un mio forforisma: L'eleganza della solitudine, perché è di lei cha sta parlando, il Cavallo.

In PIACEVOLI VISIONI avverto un non so che di omosessuale, che colgo in altri componimenti, ad esempio in QUANTO VORREI manifesta il desiderio di svelarsi “Quanto vorrei uscire un giorno/all'aria aperta di un balcone” “e lasciarmi bagnare,/senza vestiti addosso;” quasi un outing,
o mentre spia i giochi amorosi di una coppia e cerca di vedere solo l'elemento maschile “No, lei non la guardo affatto,/non esiste ai miei occhi,/è solo una proiezione di lui” (PROIEZIONE MENTALE). Unicamente allo scopo di rilevare che il Cavallo usa la poesia per lenire se stesso e per parlare con il prossimo. Ma è solo con“Sono una vecchia (…) Limbo perenne/su una fune sempre tesa.” (VECCHIA) che esplode e si rivela finalmente in NON CI CREDO! per poi esteriorizzarsi più e più volte, ormai consapevole: “E' la mia salvezza,/ la mia bandiera di vita promiscua;/ ruolo passivo/ di un corpo morto per bene,/ dilemma che mi costa parecchio:/ rinuncia della parola.” (BRONTOLIO)

Timidezza e timore, dettati forse da una bassa auto-stima?
“Poche piume ormai/riempiono il mio corpo” e ancora: “mi spezzo un braccio/per solidarietà tua;” (ANGELO) e poi “Dovrei superare/il muro della timidezza/a forza di sfide” (VORREI BACIARTI MA NON POSSO), però in cerca di un riscatto personale, magari con forze proprie più che interventi dall'esterno: “Col mio bastone da signore,/senza disturbare/e rassegnarmi,/raccolgo le mie forze/e, come un pesce guizzante,/faccio tacere chi non mi apprezza.” (LUNGHE SERATE). “Gocce di paura/ sbattono alla finestra scura/ del tempo/ ed io le accolgo/ come ricordo/ di una scena già vissuta.” (SU E GIÙ) o ancora in IPOTESI DI UNA FINE: “tra squali/ che si devono accontentare/ della mia poca carne,/ poco attrattiva.” E sempre più lucida in SENTO... “Sento che la mia vita/ mi delude;/ ed io deludo gli altri (…) Sento che [il cervello] sta per esplodere;/ tanto ne è rimasto/un sol frammento.” e poi in ZANZARE “(...) il mio corpo è purtroppo svuotato,/ carcassa ormai vacua e inutile/ per me.” Infine in ZERO, dove lui è uno zero, però al centro di ogni cosa.

La parola “occhi” ritorna così spesso (ventitré occorrenze) da indurmi a chiedermi che importanza abbiano, per il Cavallo, l'occhio, lo sguardo (altri sei matchs), l'essere guardato (cinque volte)? E anche “paura” (otto).

Colpisce l'incanto provato davanti alla natura, che appare a tratti, ma tutto impregna un'intera poesia: “Alzo il sipario grigio e sporco/lasciando spazio a geometrie bicromatiche/con tetti a scalare./S'alza una palla di fuoco/tra nuvole multiformi,/dipingendo quadri/da far invidia alla tela del pittore,/a volte privo d'idee ed ingegno./Guardo la meraviglia/mentre bevo una tazza di inebriante caffè;/accavallo le gambe/per cercare comodità./Le nuvole passano senza salutarmi/ma il mio sguardo rimane fisso/sull'acqua marina,/striata di colori favolosi,/rossi e blu alternanti/e sfumati nell'aria/che li solleva con delicatezza./Vaporosità/trasporta con sé l'odore dell'umidità/che irrigidisce ossa/appena scaldate dal torrido mattino/di breve durata./Odore fastidioso/che dura tutto il giorno/fino al lancio in cielo/della luce lunare;/monotonia cromatica di fugace visione.” sfiorando la sinestesia d'annunziana, fino ad arrivare al metafisico con “S'apre la galleria del piacere/ lasciando uscire/ sole, luna e stelle:/ luci universali/ che abbracciano l'ambiente;/ verde serra del cielo/ ritmata dal tempo.” (VINO). Incanto naturale e sinestetico che si ritrova in CONTRASTI.

Mai chiedere al Poeta il significato recondito della parola scritta, ma in questo caso la curiosità è femmina. In MIELE cito un passaggio in cui suppongo sia celata tutta la poetica del Cavallo: “è l'oro che mi aspetta/ per sgonfiar bolle/ a cui non penso/ per sgonfiar nausee/ che mai mi aspetto.”

Sebbene via via le poesie si facciano più ermetiche alla Ungaretti o alla Quasimodo, diventano al medesimo tempo più mature, più consapevoli del sé, quasi in un percorso didascalico della propria vita. Il Cavallo non avverte più la necessità di urlare il suo io sessuale nascosto, ci gioca, vi si arrotola come in una calda coperta, rassicurante e rassicurato, fino all'estrema padronanza che si fa arroganza quasimodiana: “Cielo,/ che asciuga subito le sue lacrime,/ spinge un lume nuvoloso verso est:/ aspetto altezzoso fino a sera.” Bravo Cavallo, mi sorprende, con la sua “Vittoria, vittoria!/ Conclusione di percorsi/ nascosti nel cuore.” (VIAGGI). Resta comunque attivissima l'impronta meditativa sul sé erotico (RIFLESSI FALLICI), che il Cavallo vive e propala come donazione di amore grande. E si incide ancor più nel profondo lo scambio di umori, sottilmente perversi, alludendo quasi a giochi sadomaso (FAMMI PROVARE).

Quantunque si senta a volte di essere un burattino, un giocattolo usato solo nel momento del bisogno di amore, in attesa di una risposta via WhatsApp (POI TI RISPONDO) “Poi ti rispondo”./Sì,/ al calare della notte/ quando io non provo più nulla (…) tiro calci per il dolore,/ impazienza/ e paranoia dell'attesa.” e in SVANIRE: “... amara realtà: un'incognita d'amore.”, gli accenni erotici, dapprima vaghi e confusi con amore per un unico individuo “Le labbra sospirano noia,/ perduta nella coltre pelosa/” poi diventano un sospetto threesome in TRE: “Figlio innocuo della fanciullezza/ in mezzo ad orsi/ arrivati quasi a metà strada della vita.” Ma sempre garbato, il Cavallo, come in NOI “Catena d'amore e di sesso; (…) Giochi di simmetrie/ come tocchi gai
di labbra macchiate di rosso (...) Goccia che passa da me a te;/ liquido fluttuante sulle nostre pelli”. TRASFORMAZIONI rimembra una sessualità insperata che trasmigra nei dieci mondi buddisti e conclude con “Trasformazioni,/ che si pagano a caro prezzo:/ col sudore,/ con la vita,/ con l'orgoglio.” Ah sì, il Cavallo è buddista (la cosiddetta teoria del mutuo possesso dei dieci mondi interpreta il nostro stato vitale per il conseguimento della buddità in questa esistenza), poi man mano che la sua consapevolezza erotica progredisce, diventa distacco dal sentimento e avvicinamento al godimento carnale puro, senza aspettative, nel qui e ora.

Il Cavallo parla anche della Poesia: “Assorbo le mie poesie./ Tappezzo tutta la casa/ così da far eco;/ le diffondo/ tra una parete e l'altra/ al massimo dei miei pensieri./ Cento e oltre./Regalo strofe:/ entrano da un verso,/ escono da un altro./ Memoria invisibile/ agli occhi.” (ASSORBO)

Frequentissimo utilizzo del punto e virgola, raro sia in prosa che in poesia, almeno quanto raro l'impiego della punteggiatura, una delle qualità nascoste del Cavallo, in questo mondo di poesia colloquiale. Con CAVALLO si sperimenta in giochi linguistico enigmistici, che vanno dall'anagramma, al tautogramma, alle assonanze, ai rimandi metafisici, ai richiami sovra reali, nel confermare che la Poesia, quella Alta, può e deve giocare per divertire (vedi commento critico al Marzano).

Da PACE, prende vigore l'immagine bimba che il Cavallo ha di sé: “rivelando la semplicità/ e lo stupore fanciullesco mai perduto.” già accennata in precedenti poesie.

E poi, l'amore, l'Amore, con la A maiuscola, l'Amore salvifico forse mai ricambiato, che impregna tutta la silloge, sia rivolto alla madre, al padre, ad amiche, ad amici, partners e che sgorga alla sua massima espressione in SANGUE. Me la sono ricopiata, per apprendere la sua poetica, ma a voi lascio la sorpresa della scoperta. Il Cavallo non si lamenta, mai, si gode il qui e ora, nella miglior filosofia buddista. Bravo!

Sorprende TOCCHI, quasi un alludere erotico, poi si rivela la inconsistenza della morte. Fa rabbrividire la lucidità del Cavallo.

Da ZANZARE: “La mia mente ora è sazia di ciò/ ma il mio corpo è purtroppo svuotato,/ carcassa ormai vacua e inutile/ per me” dove la “carcassa ormai vacua e inutile” rimanda a reminiscenze baudelairiane e via così, talvolta palesandosi con genere femminile, altre manifestando ad alta voce il desiderio di “Vivere... finalmente”, in un crescente spleen che si risolve solo in LANGUORINO.

L'aspetto estremamente maschile del viso di Cavallo, gran barba scura che gli occupa buona parte del viso, cozza con alcune sue affermazioni. In: “Visione di una Donna dal Balcone si identifica proprio in questa donna che vede dall'alto un bel ragazzo. “L'amore non è cieco come sembra;/ io so scegliere bene chi amare”. No, in fondo no: il capello lungo e fluente, la voce cristallina e flautata allo stesso tempo e le mani che si muovono farfalle non ingannano.

Moderazione e pacatezza, fanciullesco e bimbo (CHIOMA, TRE, PACE, STELLE) la nuda giocosità della solitudine (SONO NUDO), l'irridente passività erotica (BRONTOLIO, GIOIA), la filosofia buddista dei dieci mondi (LAMENTELA, VALORE), tocchi di surrealismo (CREAZIONE) con accenni di auto erotismo (che è la pera citata, se non un gioco auto erotico?), tanta emotività e sentimenti mal ripagati e (per questo, forse) mal riposti, sono i temi più ricorrenti della poetica del Cavallo.

In conclusione, le consuete osservazioni sulla copertina che deve poter essere strumento di vendita nell'era delle sconfinate librerie dagli sconfinati bancali. È discreta, nel suo bicromatismo, quasi desueto, dicevo, il titolo. Forse vende, forse no, ma riconosco, da Art Director Pubblicitaria della Milano da Bere, quanto sia intrigante la scelta di visualizzare solo parole per delineare il tratto caratteristico del Cavallo, che ha fatto della parola la sua scelta di vita.

Consigliato a chi cerca rarefazione del reale nella Poesia, con accento forte sull'interiorità erotica.


giovedì 21 marzo 2019

PRIMO


La silloge poetica di oggi, PRIMO, di Valerio Succi, si presenta suddivisa in sezioni con componimenti numerati, di cui riporto i versi che per innovazione immaginifica o per immediatezza comunicazionale o per svecchiamento poetico, sono meritevoli di menzione.

Sezione Rivolta, in cui il Poeta Succi fa spiccare il riscatto sociale dei giovani.“Sarà, ma io ci credo!/Credo in questa generazione./Il coraggio sarà la nostra arma!” Generazione Z (1995-2010) “Noi giovani, bloccati, non ci affermiamo/mentre l’antica guardia si trasforma/nel gioco delle poltrone gli scambi./Oh sì, sarà così!/tu, Italia, ripudi i giovani, perisci allora!/tu, Italia, cacci i giovani, quindi soccombi!/O noi o te, Italia!” Quasi ispirato direi dai moti mazziniani. Lodevole.
III “Questo forse scombussola i giovani/oramai disorientati, (...) bomba in detonazione/mutevole pari al vento”
IV “Tu che imbamboli, anestetizzi/seghi giovani sognanti il futuro.”
V “Il tempo astante d’una nuova lotta,/un secondo genocidio generazionale...”

Sezione Manifesto, che, secondo il mio modesto parere, rappresenta la base del suo poetare.
VI “Ogni poeta ha la sua strada/i grandi immortali scolpiti nel tempo/l’esistenza acquista un senso.”
VII “Poesia discriminante il vero/ il tuo il suo il vostro, ma mai il nostro ché/la mia parola annaffia la sola mia realtà.”
VIII “Qui la mia missione dei prossimi anni, mio ruolo/scoccare questa freccia, mia sensibilità/per centrare il centro del bersaglio, poesia.”
IX “Sovente stagnano lì, abitanti un cimitero-dizionario”

Sezione Realismo terminale, in cui fa da padrona di casa l'ispirazione al Guido Oldani e al suo realismo terminale, “Critica feroce e poetica a un mondo che si consuma consumando, avvolto da un bozzolo di oggetti e fasciato da un sarcofago di prodotti che rendono oggetto l'uomo e le cose soggetto” essendo l'attualità postmoderna. 
XII “Vivo nella dittatura della mia mente/nessuna libertà, ma non la rivendico.”
XIII “Scapperò quindi in una metropoli, fino a quando/tutte mi staranno così strette/che allora il mondo sarà l’ultimo paese.”
XVI “poesie abortite, con dolore partorite/parole scritte, sostituite, cancellate/poi tipo T9 dimenticate.”
XVII “Sentenza durezza del controllore/Niente biglietto, niente corsa/e quello zitto, ito giù dal vagone/e a quello oh ciao, bello ciao, ora che non lo rivedrò più./Come lui quanti nella mia vita/
tant’è che pare proprio un viaggio in treno:/molte le fermate/numerosi gli incidenti, i ritardi/su da sempre chi è salito e mai sceso/fedele passeggero d’un viaggio sconosciuto/alcuni però già smontati, suicidi sui binari./Ma io viaggio nomade, zero soste/da gruppo a gruppo d’amici/senza mai creare una memoria comune/cosa che io insofferente invidio./E non ho foto di me felice con alcuno/perché sempre diverse ‘ste persone; mai immaginarmelo avrei potuto/che le uniche foto in cui sono/sono dei turisti immortalanti duomo più involontaria folla./E chissà quante mi ospitano, cameo/comparsa d’angoscia sullo sfondo, neo/d’un film d’amore con DiCaprio, Leo.

Sezioni Provincia e Bologna, dialetticamente opposte fra loro...
XX “La noia logora ogni giorno, fino all’apatia/e per fuggirla abbracci la droga,/mera illusione d’evasione.”
XXI “i vecchi hanno imposto la loro legge:/il poeta deve avere i capelli bianchi/puoi immaginare la fatica d’un esordiente/nel veder idolatrare un rudere provinciale ormai demente/come se io avessi da dire niente/e poi, dai, voglio scegliere, provare, scappare/salire su ‘sto treno e cosa vi è oltre indagare.”

… e da Bologna

XXV “Bagna, mica te, ma i tuoi cittadini/non più miei fratelli, novelli Rambelli traditor del Passator cortese/ (…) /uscire da quel buco nero, Hawking docet.”


Infine, la Sezione Residui che, lo dice la parola stessa, presenta componimenti non inseribili nelle precedenti sezioni e in cui, a sentire del Succi, “diventa centrale il dialogo col lettore.”
XXVII “Qui, dove doveva essere la poesia a te dedicata/non vi è nulla, buco bianco/vuoto./E non è tua timidezza/Dai, non metterla che non è il caso/ma proprio rifiuto/disconosciuta, come il figlio col padre/e non ne vuoi più sentir parlare, ma dell’oblio ne hai il diritto./Poche righe ancora, poi finito/esplosione di delusione/Così mi allontani dici/e quindi che senso ha aprirsi?/Tu tieni tutto per te dici/e poi rifiuti i miei segreti?/Tu sei pazzo dici/così difficile capirmi?/Qui, dove doveva esserci la poesia a te dedicata/non vi è nulla, buco bianco/vuoto.”

Autobiografia, 20 anni “3) indipendente autonomo, non più schiavo d’altre persone/ma forse l’amore è necessario, suo sconosciuto/ma come può incontrarti? lui non cerca nessuno/lui non si fida, ermetico, leggigli gli occhi/lui evita persone senza valore, piuttosto soli ma/ambisce a essere protagonista della tua vita, diva.” La solitudine amara seppur ambita del Poeta in generale, del Succi in particolare. Somigllia al mio Forforisma Pastorolgy "L'eleganza della solitudine", cortesemente piaciatene la pagina Facebook.

XXIX “Non il senso della tua vita nel mondo materiale/pochi lo sfruttano per scrivere/la poesia necessita d’imperatori/non di biechi ambasciatori.” dove il  citato verso “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato” è di una raccolta poetica del 1923 di Eugenio Montale. Rivolto ad un imitatore, il Succi gli dice: “Se mi emuli, destinato alla sconfitta/alla dimenticanza del tempo/dei cari, non sei in Coco/né Misery, né il King della scena.” Per se stesso, paragoni forse lusinghieri “Gray, Dr Jeckill/miei simili su carta.”
Un verso, precisamente Geht Durch Mich mi rimanda a una band, i Manic Street Preachers, che compose Europa Geht Durch Mich e che finisce nella mia playlist, da utilizzare per inseguire la mia sfuggente ispirazione.
I Manic Street Preachers sono uno di quei gruppi solo apparentemente nelle retrovie del commercio musicale: mentre il mondo segue le avventure delle popstar più chiacchierate, loro se ne stanno bellamente in studio a scrivere un album nuovo senza chiasso, clamori inutili, affidandosi soltanto alla potenza evocativa delle loro canzoni di altissimo livello.

Conclude con un addio in poesia in cui rimanda alla prossima silloge, forse cambiato, forse rinnovato, forse chissà.

Maturità sospettata e poi confermata nei Ringraziamenti, che sembra rifarsi al buddismo e al concetto di resilienza.

“Ringrazio, (...) tutta la gente che mi ha fatto del male e mi ha fatto soffrire, perché è questo ciò che mi ha reso la persona che sono oggi: voi mi avete formato più di ogni altro, seppur sia per me difficile accettarlo.”

In chiusura di rece, le mie immancabili valutazioni sulla copertina che, in tempi di librerie mega store, deve saper vendere e quella del Succi, non solo vende, ma spacca.  5 stelline su GoodReads.

Consigliato ai poetanti dei Social per cogliere l'essenza vera della Poesia sofferta ma ben catalogata, forse l'unico difetto del Succi.

venerdì 1 marzo 2019

LA PRIMA VOLTA IN CUI SONO MORTA

L’onestà intellettuale e la dirittura deontologica che mi caratterizzano mi obbligano a fare una premessa: letta la recensione, la Minotti mi ha chiesto di cambiarla, in quanto a suo avviso avevo spoilerato tutto. Non l’ho potuta accontentare: le mie sono recensioni gratuite, non sottostanno al volere degli autori, in special modo se sono frutto di paranoie. Nel caso di Marta Minotti, ho ritenuto inserire piccoli elementi di anticipazione per far meglio comprendere al lettore di che libro si tratti, stando accorta di evitare lo spoiler in assoluto. Purtroppo infatti, la tecnica scrittorica della Minotti pecca in chiarezza, ma per incoraggiarla a fare sempre meglio, ho evitato di scriverlo. Lei si inalberò comunque. Pazienza, ormai dovrei aver imparato di “non fare del bene se non si è pronti all’ingratitudine” cit. Forforismi Pastorology (ne avete piaciato la pagina?) 

Inizia sorprendentemente senza titolo, con le parole in prima persona di quella immaginiamo sia la protagonista, Silvia, (che scopriremo più avanti essere colpita da una decina d'anni dall'artrite reumatoide), parole che a noi lettori arrivano attraverso un diario in cui la protagonista segna minuziosamente dati di natura pratica (terapie, tempi e modalità, dosaggi, iniezioni e poco altro). Ma nelle ultime pagine del diario, che sono quelle che leggiamo nell'incipit, il registro cambia: la protagonista afferma di voler scegliere lucidamente una morte pulita con l'impiccagione, descrizione piena di speranza che leggo in un gruppo Facebook dedicato a presentazioni letterarie. Già un'aspirante suicida piena di speranza sembrerebbe un ossimoro, tuttavia non fu quello che che contestai all'autrice Marta Minotti per sospetta mancanza di verosimiglianza. La morte per impiccamento lascia segni esterni inequivocabili sul collo (il cosiddetto 'solco cutaneo'), si perde la ritenzione sfinterica, la lingua si estroflette, il viso assume il tipico colorito cianotico, gli occhi strabuzzano, le vene del viso e dei globi oculari scoppiano, come pure si creano i famigerati "calzini e guanti di sangue" e via proseguendo per altre amene descrizioni che poco hanno di pulito. Alla reazione della Minotti, che negava recisamente, avendo tentato una sua amica il suicidio, sospendo il giudizio e proseguo la lettura. Silvia, dopo l'infausto gesto di cui non conserva memoria, la ritroviamo ricoverata in ospedale, in preda ad amnesia. L'unica cosa di cui è certa è di non aver compiuto 'quella cosa'. Purtroppo, la lettura del suo diario, oltre a confermare di averlo lei stessa programmato lucidamente, le lascia una lacuna di un mese.
“A volte a rubarti la vita non è una malattia né la morte stessa, ma il tempo.”, afferma Silvia, in un'amara osservazione della Minotti.

Per Marianna, la figlia avuta da Paolo, mai veramente amato da Silvia, innamorata invece del bello e impossibile Brando, conosciuto in tempi adoloescenziali quando le offrì di suonare la chitarra nel suo locale, la protagonista afferma “... la famiglia è rimasta in piedi, non ho voluto che spartisse la sua vita tra due case, che fosse obbligata a scegliere a chi volere più bene.” Molto saggio, ma anche manipolatorio. Se una donna sta male col proprio uomo, se si sente maltrattata o costretta in una qualche forma di oppressione psicologica, tenga bene in mente il motto per la sopravvivenza: via dalle violenze domestiche, prima che sia troppo tardi, coniato dalla Stefi Pastori Gloss in CORPI RIBELLI resilienza tra maltrattamenti e stalking. Googlate Centro Virtuale  Arte CORPI RIBELLI. Comincio a sospettare che questa Silvia sia perfettamente dotata di determinate specifiche cliniche.

“Ogni volta che guardavo mia figlia negli occhi...” Mia? Perchè non “nostra”? Silvia conferma i miei sospetti, svelando le caratteristiche psicologiche conosciute come quelle del 'narcisista perverso'.

“... medici e infermieri saranno le uniche persone che vedrò. Ma loro con me non parlano, e sono giunta alla conclusione che il motivo non risieda nella mia incapacità di rispondere ma nella percezione che hanno di me, di una che la vita l’ha disprezzata e probabilmente è anche indifferente alle cure che le stanno facendo. Nelle loro menti sono solo un impiccio, una perdita di tempo.” Terribile ammettere che, nella sofferenza, gli altri possano anche solo pensare questo di ciò che una persona stia passando. Silvia (cioè, la Minotti) è bravissima a farci sentire coinvolti. Altra tecnica tipica del 'narcisista perverso'.

Di Felia, sua estemporanea compagna di camera d'ospedale, che fantomaticamente vive di affitti, Silvia dice: “Ha il solito sorriso che abbaglia su quella faccia da ragazzina dove il tempo non ha messo le mani.”. Descrizione lusinghiera di una di fatto sconosciuta e che la Minotti mette in bocca ad una persona intelligente, sì, ma non arguta. Ulteriore caratteristica tipica del 'narcisista perverso'. Comincio a chiedermi come la Minotti ne sia così bene a conoscenza.

“Sono dieci anni di vita che si azzerano, un tempo buono che si fa da parte indulgente come un padre. Questo momento è una clessidra che si inceppa.” Parole che Silvia dedica al padre, quando la va a trovare in ospedale. La figura del padre è la sola veramente centrale della sua vita, come spesso accade alle donne 'narcisiste perverse'. Tutto si incastra perfettamente, brava Minotti.

Silvia è palesemente ancora innamorata di Brando, suo amore adolescenziale. Quando la va a trovare in ospedale, gli riserva una descrizione da cui traspare la sua infatuazione: “È cambiato pochissimo, i capelli sono un po’ più radi e c’è qualche ruga sul suo viso che sta lì solo a fargli un favore.” Sorprendetemente, conosce Felia. Annoto mentalmente e metto da parte.

Una profonda ma sintetica descrizione della crisi matrimoniale tra Silvia e Paolo, mi fa credere che la Minotti se ne intenda: “Non siamo più nel presente, siamo nella nostra vita di coppia, nel nostro matrimonio fallito, nei rancori mai dichiarati, nel folto di una forra sconosciuta e piena di notte.” A tal punto che Silvia non lo chiama più per nome, ma semplicemente con il pronome 'Lui', tecnica spersonalizzante del solito 'narcisista perverso'.

La Minotti ci permette di però ascoltare anche la voce di Paolo: “Trascorse quasi mezz’ora in quell’atrio in cui non c’era nessuno all’infuori di noi e quando ci accorgemmo del tempo che era passato, lei mi chiese soltanto se volevo il suo recapito, mi avrebbe dato volentieri un consiglio, qualora ne avessi avuto bisogno. Per un attimo, anche se avevo capito benissimo che il motivo di quell’invito era esclusivamente professionale, il mio orgoglio di maschio sfiorò vette che non raggiungeva da anni e subito dopo mi ritrovai a pensare a quanto fossi stupido e a quanto mi mancasse l’attenzione di una donna.(...) ero affamato di vita, d’amore, di qualcosa che fosse soltanto mio e che volevo tenermi stretto…avevo digiunato troppo, persi completamente la testa.”

Sara, infermiera di Silvia, che la Minotti ci farà gradualmente scoprire essere anche l'amante di Paolo, rivelandosi una mirabile orchestratrice di modalità e tempi, accusa Paolo della mancata morte di Silvia: “«Se quel giorno non avessi dimenticato il cellulare, se non fossi tornato indietro, a quest’ora lei sarebbe morta e noi saremmo liberi! (…) Sei un uomo senza spina dorsale, senza carattere, ora capisco perché lei ti ha preferito quell’altro, non vali niente, niente! Che cosa vuoi che faccia, che la tolga di mezzo con le mie mani? Guarda che ne sono capace, perché se credi che le lascerò rovinare le nostre vite…»” che torna più avanti, con una terribile affermazione: “E poi in ogni caso non ci saremmo mai liberati definitivamente di lei, sarebbe stata un accollo per sempre, disoccupata e malata com’è: era meglio sbarazzarsene ed eliminare così il problema alla radice, dovevo solo trovare un modo.”

Silvia scopre il tradimento di Paolo: “Se non fosse per mia figlia lo butterei fuori a calci in questo stesso momento. E Marianna lo sa, non è una stupida, lo avverte in un attimo questo veleno, le basta guardarci.
“Io vado a vestirmi” – dice infatti ad un tratto scattando dalla sedia e dileguandosi in fretta. In un attimo se n’è andata lasciandoci soli nella nostra cucina ad odiarci.” La figlia, come sempre accade nelle famiglie che si auto distruggono, sottolinea quanto siano pretestuose le motivazioni di Silvia per salvare il matrimonio.

Il primo colpo di scena ce lo propone la stessa Silvia: “Le immagini ritraggono due persone, due donne per la precisione, una delle quali è indubbiamente lei, anche se ha i capelli diversi, più lunghi e di un altro colore. Anche l’altra la riconosco subito.”

Il secondo colpo di scena ce lo svela Brando: “Sua madre ne era completamente soggiogata e Sara riusciva a farle fare tutto ciò che voleva, in virtù della vecchia storia che l’aveva privata di un padre.”

Il terzo colpo di scena ce lo svela ancora Silvia con la sua memoria che torna: “Sono piena di rabbia e allo stesso tempo ho paura. Sono sola in questa stanza senza telefono, lontana da casa e con il mio aguzzino ad un passo da me che sta curando la mia stupida ferita... (…) Tutto torna, tutto si ricompone in questo puzzle degli orrori il cui pezzo centrale sono proprio io.”

In effetti, con la mia prima osservazione critica circa la presunta compostezza della morte per impiccagione, avevo già intuito qualcosa di questo puzzle abilmente predisposto dalla Minotti. Ovviamente non rivelo null'altro per non spoilerare.

La chiusa del romanzo è commovente. Ogni cosa va al suo posto, anche il sentimento, rivelando una nuova scrittrice capace. Copertina da 'image bank' che dice tutto e niente, 4° stellina su Goodreads.

Consigliato agli amanti degli intrighi familiari, ai soliti giallisti, a chi come me è convinto che il male torni sempre indietro.

https://centrovirtualearte.it/2018/02/14/corpi-ribelli-resilienza-maltrattamenti-stalking-lautrice-stefi-pastori-gloss/





giovedì 7 febbraio 2019

CONCEPTION la genesi della perfezione


Scambiata una breve chat via Social con l'autore Eugene Pitch, che è l'ovvio pseudonimo - pronto per il cinema, suppongo - di un non altrettanto ovvio napoletano che vive in Giappone, scopro la sua poetica fondata sull'accattivante concetto di HyperBook per questo suo CONCEPTION*. Appena ricevo il pdf, ne cerco in sommario la declinazione che, appunto, sarebbe perfetta se rimandata al cinema. Nell'ambiente cinematografico, si definisce pitch un breve scritto di presentazione che l'aspirante sceneggiatore** sottopone all'eventuale produttore e/o distributore del progetto filmico. Deve fungere più di un soggetto, perché conterrà quella o quelle chiavi imprescindibili che convinceranno i finanziatori della validità del film in fieri.

L'Eugene Pitch mi conferma ciò che noto da sempre quando approccio un'opera da recensire: c'è della musica a fare da sfondo. Nel suo caso, da vera musicofila mi limito a dare risalto a colui che apprezzo di più, in mezzo a tanti poco conosciuti, tra robetta tipo-irlandese e canzoncine dei Duemila ferme ai peggiori anni Ottanta, in cui di rilevante c'è solo il batterista che perde una delle bacchette. Nello stile dell'hyperbook si possono ascoltare in sottofondo le note inconfondibili di Lee Ritenour, chitarrista jazz che ha collaborato con gorssi calibri come di Herbie Hancock - buddista! - Steely Dan, Dizzy Gillespie, Sonny Rollins, Umberto Tozzi (in Stella Stai) e Pink Floyd, attribuendosi numerosi dischi d'oro e collezionando svariate nomination al premio Grammy.

Curiosamente ogni capitolo unisce alla location, la temperatura atmosferica. Sarà un parallelismo tra l'accadimento di cui si narrerà nello stesso e il luogo? A fine lettura, l'amletico dubbio non è dato da svelarsi. Siccome parto sempre nel recensire senza mai conoscere nulla in anteprima, lo chiederò all'Eugene Pitch solo dopo aver compilato la presente rece. L'indicazione della temperatura è distraente, in un'azione continua che si dipana tra Abu Dhabi, 37°C, Londra, 19 ºC, Amsterdam, 14 ºC e via discorrendo, con al centro una conferenza internazionale sul tema della cooperazione fra scienza e religione alla luce delle ultime rivoluzioni tecnologiche, che vede protagonista una certa Sarah, menomata conferenziera a rischio di attentato terroristico per le sue idee libertarie. Vi prenderebbero parte non solo scienziati da tutta Europa, ma anche personalità di spicco del mondo musulmano, ebraico e protestante. A Sarah, l' Eugene Pitch affida il suo pensiero: “Sul web si condividono foto di malati terminali commentando quanta misericordia meritino, eppure si diffondono con altrettanta facilità parole di odio e menzogne. Perché? Forse in fondo l’uomo non è ancora pronto a ciò che sta per arrivare e quando arriverà sarà ormai troppo tardi.”

Per come il personaggio di Sarah viene introdotto, ci si aspetterebbe una pasionaria, impegnata nella cooperazione sociale e nei diritti umani. Eppure, alcuni segnali di inumanità ci vengono disseminati dall'autore qua e là: “Sarah non aveva mai visto una platea del genere.”
“Era la prima volta che a Sarah capitava di essere al centro dell’attenzione non per ciò che era, ma per quello che faceva.”
“Sarah proseguì col suo lungo discorso di ringraziamento. In realtà non aveva idea di cosa farsene di quella cittadinanza. Era una cosa che la incuriosiva, ma non se ne sarebbe mai servita, questo lo sapeva.”
“Lo sguardo di Sarah era invece freddo e sterile.”
“Sarah lo fissava senza espressione.”
“Sarah sapeva che il mondo stava cambiando e che lei, seppure piccolo atomo di ingegno, era parte di quel cambiamento. La gente aveva bisogno di capire.”
Il motivo di questa sapiente semina del Pitch lo sapremo solo alla fine.

Il partner di Sarah, il dottor Michael Zimmer, è uno scienziato e ci viene raccontato dal Pitch con lo spiegone classico di chi non ha idee per farlo tramite azioni, cosa invece estremamente necessaria in cinematografia. “E ora invece, dopo tanti anni, la voglia di lasciarsi tutto alle spalle si stava facendo ogni giorno più forte, ogni giorno più ingombrante; proprio come la domanda che continuava senza sosta a frullargli per la mente: chi è davvero Michael Zimmer?” Insomma, il Pitch ce ne affida la costruzione. Che scarsità di fantasia. In un romanzo veloce come dichiaratamente il suo per descrivere un personaggio è necessaria azione, non discorsi descrittivi. A maggior ragione nel cinema.

Eugenie, la giornalista internazionale che sta scrivendo un libro-inchiesta su compravendita di armi al mercato nero e finanziamento allo Stato Islamico in Siria, si direbbe l'alter ego dello scrittore. Anche a lei, l'Eugene Pitch affida i propri pensieri a sfondo socio politico: “Dietro di lei passarono come fantasmi due donne in burka. Eugenie non trovava giusto che una persona fosse costretta a coprirsi il volto. Era un retaggio antico che ai giorni nostri per lei non aveva più senso. Se un tempo solo l’uomo aveva dei diritti, oggi anche la donna doveva avere il coraggio di sentirsi libera. Ironico era però il fatto che, per quanto le più intrepide femministe si dessero da fare per cambiare il sistema, la libertà che era stata concessa alla donna era solo una mera utopia: essa doveva rimanere assoggettata a tutta una serie di aspettative sociali, dal modo di comportarsi al modo di apparire, passando per la tipologia di lavoro alla quale poteva avere accesso, senza tuttavia godere ancora appieno degli stessi vantaggi di cui godevano gli uomini. E questa era una cosa che Eugenie non sopportava.” Già mi è simpatica, io che da anni lotto contro le discriminazioni di genere (CORPI RIBELLI e STANDING OVULATION sono le due opere in cui me ne occupo). Suo occasionale partner, tale Edward Muffen che, nello stile cui ci sta abituando il Pitch, solo molto più avanti nella narrazione scopriremo essere una Agente dei Servizi di sicurezza britannici e che compirà un'azione iperbolica.

“Il suo idolo, il fotografo australiano Ray Green, aveva appena postato uno scatto favoloso del tempio Kiyomizudera, a Kyoto. Zimmer avrebbe dato qualunque cosa per visitare il Giappone, terra arcana ricca di insolito.” Infatti l'autore vive in Giappone. Non mi stupirei se in questo romanzo, si fosse inventato l'effettiva esistenza di tale Ray Green

“Sarah era connessa a internet e stava scaricando le ultime news. Trovò curioso che l’87% delle notizie di attualità siano solitamente negative ma che, al tempo stesso, ricevano più attenzione da parte dei media e della gente comune. È come se noi umani fossimo attratti in maniera viscerale da ciò che ci fa stare più male. Sia un moto masochistico perpetuo che ci accomuna tutti o semplicemente curiosità morbosa non si sa, ma molti la definiscono in un solo modo: realtà.”, “La gente è disposta a passare gran parte della propria esistenza a lavorare come un cane, solo per potersi permettere un biglietto per la felicità on-demand: ma quanto costa la felicità?” in corsivo anche nel testo originale. Suppongo sia un motivo ricorrente nella narrativa del Pitch, così come mantiene ciò che promette nella sua poetica da hyperbook: ogni capitolo chiude lasciando in sospeso il lettore, che passa subito avidamente al seguente.

Nel pieno della preannunciata conferenza internazionale, due colpi di scena. Uno, già ampiamente telefonato, coinvolge un alto esponente della politica e cultura araba, “in arresto per corruzione, riciclo di denaro, traffico di armi e stupefacenti e per collaborazione esterna con cellule terroristiche.”, tramite di Edward Muffen. E l'altro invece parte immediatamente dopo come una cannonata inattesa. Ve ne lascio la sorpresa.

“«Tutti sono musulmani, perciò sono tutti uguali. Almeno finché non ci scappa il morto a casa nostra, allora sì che li additiamo come terroristi. Cosa ci sia dietro non vogliamo saperlo, né tantomeno risolverlo. Ci basta atteggiarci a padrini del bene mettendo un semplice “mi piace” ai post pacifisti su Facebook e tanti saluti.»” L'autore mette in bocca ad uno dei personaggi il suo giudizio sulla società contemporanea. Sembra voler finire frettolosamente la vicenda, ma solo per rimandare i lettori alla successiva puntata. Che ci sarà, ne sono certa, e sarà costituita da prossimo hyperbook. Sono stata indeterminata fino all'ultimo se riportarne qui la relativa poetica, soprattutto per il parallelismo tra hyperbook e sceneggiatura. Se nei commenti, anche sui Social, mi verrà richiesto, ne scriverò apposito post. Dai ringraziamenti finali, traggo spunti per future collaborazioni. I suoi suggerimenti involontari spero mi risulteranno preziosi. Resto perplessa sul messaggio affidato alla copertina, che è d'impatto e nello stesso tempo misteriosa, quindi, da ex Art Director anni Ottanta, validissima per il tipico acquisto d'impulso.


Consigliato a lettori frettolosi che trovano noioso Proust, agli appassionati di azione, a produttori di fiction televisive. Il cinema, ormai, lascia 'l'azione a tutti i costi' allo strumento più popolare, tenendosi per sé una dimensione più meditativa – film hollywoodiani di super eroi a parte.

* Concezione, concepimento, concetto, nozione, idea. Dall'Inglese. Dal Francese, disegno. In un caso che nell'altro, appropriato alla sopresa.
** Io stessa vengo dal cinema: nei Novanta fui sceneggiatrice ghost writer per alcuni pezzi grossi, come Carlo Verdone.

mercoledì 30 gennaio 2019

NON DITELO ALLO SCRITTORE

NON DITELO ALLO SCRITTORE si apre in una classe di adolescenti incantati da un professore che evidentemente è rimasto nelle corde della scrittrice, Alice Basso: a lui e a quelli come lui è dedicato il libro, in quanto fanno “il lavoro più importante del mondo”, ovvero educare personaggi alla Silvana Sarca, detta Vani, che, in questa scena d'apertura, è una ragazzetta in forma di pipistrello, autodefinitasi “patetico esempio di sociopatica aggressiva”, che può permettersi di essere strafottente perché intelligentissima. La Vani mi ricorda un barista che incontro quelle volte in cui scendo a Torino: è al bancone, serve la clientela, sfoggiando ben evidente sulla gola il tatuaggio: ODIO TUTTI. Vani odia tutti, ma allo stesso tempo mette al servizio di tutti la sua inusuale capacità di empatia. Entrambi ossimori viventi. Amando i libri alla follia, la Vani crescendo è diventata ghost writer di scrittori importanti. Le sole quattro persone fondanti della sua vita che sanno del suo lavoro di ghost writer sono l'editore per il quale lavora, un commissario, Berganza, con cui collabora, un affascinante giovane scrittore, Riccardo, da cui è stata sedotta e abbandonata, e l'amica più giovane di lei, Morgana, sua imitatrice in tutto, che le perpetra un “tradimento collaborazionista” a vantaggio di quel Riccardo, il quale la vorrebbe riconquistare.

La Vani legge, legge, legge, legge. Cresce leggendo, per diventare scrittrice: mi auguro assurga ad esempio a quei sedicenti scrittori che dicono di non aver bisogno di leggere e che per controtendenza mi hanno ispirato uno dei Forforismi Pastorology: i libri scrivono i libri (piaciatene per favore la pagina Facebook).

La vicenda si snoda su due livelli: quello di trasformare un altro professore bisbetico e intollerante al pubblico (per tali caratterisitche, mi ricorda un amico mio che, guarda caso, fa il professore) in una persona facile da intervistare (fu anni prima a sua volta ghost writer di altro personaggio famoso, ma incapace di scrittura), per rinverdire la pubblicazione svelandone il reale autore. E quello di aiutare Berganza a scoprire le mosse strategiche di un mafioso agli arresti per pilotare i suoi scagnozzi senza pizzini. È evidente che la Vani riuscirà in entrambi gli intenti, ma la bellezza di tutto non consiste in questi due lieti fini, cui arriva tramite tanti colpi di scena, ma nel linguaggio ad alto tasso di ironia e sarcasmo di una hater di professione come la Vani Sarca, che manda a stendere il pretendente ufficiale e ne conquista un altro, ben più difficile da raggiungere.

Valutare positivamente la copertina è facile, visto che ritrae la presunta protagonista fotograficamente parlando. Però è altrettanto facile cogliere per me che fui Art Direstor Pubblicitaria, si tratti di foto preconfezionata, prelevata da data base. Fosse stato uno scatto predisposto appositamente per il romanzo, probabilmente la ragazza sarebbe stata più dark, con un impermeabile lucido che non toglie mai, dal rossetto viola e lo sguardo arguto. Da togliere una stellina su GoodReads, ma la scittura aveva già superato il massimo di cinque, perciò la valutazione resta stabilizzata.

Consigliato agli aspiranti scrittori che troverebbero guadagno nel fare i ghost writer, nell'attesa di diventare famosi, agli amanti del genere giallo, ma animati da sete di cultura a profusione.