giovedì 21 marzo 2019

PRIMO


La silloge poetica di oggi, PRIMO, di Valerio Succi, si presenta suddivisa in sezioni con componimenti numerati, di cui riporto i versi che per innovazione immaginifica o per immediatezza comunicazionale o per svecchiamento poetico, sono meritevoli di menzione.

Sezione Rivolta, in cui il Poeta Succi fa spiccare il riscatto sociale dei giovani.“Sarà, ma io ci credo!/Credo in questa generazione./Il coraggio sarà la nostra arma!” Generazione Z (1995-2010) “Noi giovani, bloccati, non ci affermiamo/mentre l’antica guardia si trasforma/nel gioco delle poltrone gli scambi./Oh sì, sarà così!/tu, Italia, ripudi i giovani, perisci allora!/tu, Italia, cacci i giovani, quindi soccombi!/O noi o te, Italia!” Quasi ispirato direi dai moti mazziniani. Lodevole.
III “Questo forse scombussola i giovani/oramai disorientati, (...) bomba in detonazione/mutevole pari al vento”
IV “Tu che imbamboli, anestetizzi/seghi giovani sognanti il futuro.”
V “Il tempo astante d’una nuova lotta,/un secondo genocidio generazionale...”

Sezione Manifesto, che, secondo il mio modesto parere, rappresenta la base del suo poetare.
VI “Ogni poeta ha la sua strada/i grandi immortali scolpiti nel tempo/l’esistenza acquista un senso.”
VII “Poesia discriminante il vero/ il tuo il suo il vostro, ma mai il nostro ché/la mia parola annaffia la sola mia realtà.”
VIII “Qui la mia missione dei prossimi anni, mio ruolo/scoccare questa freccia, mia sensibilità/per centrare il centro del bersaglio, poesia.”
IX “Sovente stagnano lì, abitanti un cimitero-dizionario”

Sezione Realismo terminale, in cui fa da padrona di casa l'ispirazione al Guido Oldani e al suo realismo terminale, “Critica feroce e poetica a un mondo che si consuma consumando, avvolto da un bozzolo di oggetti e fasciato da un sarcofago di prodotti che rendono oggetto l'uomo e le cose soggetto” essendo l'attualità postmoderna. 
XII “Vivo nella dittatura della mia mente/nessuna libertà, ma non la rivendico.”
XIII “Scapperò quindi in una metropoli, fino a quando/tutte mi staranno così strette/che allora il mondo sarà l’ultimo paese.”
XVI “poesie abortite, con dolore partorite/parole scritte, sostituite, cancellate/poi tipo T9 dimenticate.”
XVII “Sentenza durezza del controllore/Niente biglietto, niente corsa/e quello zitto, ito giù dal vagone/e a quello oh ciao, bello ciao, ora che non lo rivedrò più./Come lui quanti nella mia vita/
tant’è che pare proprio un viaggio in treno:/molte le fermate/numerosi gli incidenti, i ritardi/su da sempre chi è salito e mai sceso/fedele passeggero d’un viaggio sconosciuto/alcuni però già smontati, suicidi sui binari./Ma io viaggio nomade, zero soste/da gruppo a gruppo d’amici/senza mai creare una memoria comune/cosa che io insofferente invidio./E non ho foto di me felice con alcuno/perché sempre diverse ‘ste persone; mai immaginarmelo avrei potuto/che le uniche foto in cui sono/sono dei turisti immortalanti duomo più involontaria folla./E chissà quante mi ospitano, cameo/comparsa d’angoscia sullo sfondo, neo/d’un film d’amore con DiCaprio, Leo.

Sezioni Provincia e Bologna, dialetticamente opposte fra loro...
XX “La noia logora ogni giorno, fino all’apatia/e per fuggirla abbracci la droga,/mera illusione d’evasione.”
XXI “i vecchi hanno imposto la loro legge:/il poeta deve avere i capelli bianchi/puoi immaginare la fatica d’un esordiente/nel veder idolatrare un rudere provinciale ormai demente/come se io avessi da dire niente/e poi, dai, voglio scegliere, provare, scappare/salire su ‘sto treno e cosa vi è oltre indagare.”

… e da Bologna

XXV “Bagna, mica te, ma i tuoi cittadini/non più miei fratelli, novelli Rambelli traditor del Passator cortese/ (…) /uscire da quel buco nero, Hawking docet.”


Infine, la Sezione Residui che, lo dice la parola stessa, presenta componimenti non inseribili nelle precedenti sezioni e in cui, a sentire del Succi, “diventa centrale il dialogo col lettore.”
XXVII “Qui, dove doveva essere la poesia a te dedicata/non vi è nulla, buco bianco/vuoto./E non è tua timidezza/Dai, non metterla che non è il caso/ma proprio rifiuto/disconosciuta, come il figlio col padre/e non ne vuoi più sentir parlare, ma dell’oblio ne hai il diritto./Poche righe ancora, poi finito/esplosione di delusione/Così mi allontani dici/e quindi che senso ha aprirsi?/Tu tieni tutto per te dici/e poi rifiuti i miei segreti?/Tu sei pazzo dici/così difficile capirmi?/Qui, dove doveva esserci la poesia a te dedicata/non vi è nulla, buco bianco/vuoto.”

Autobiografia, 20 anni “3) indipendente autonomo, non più schiavo d’altre persone/ma forse l’amore è necessario, suo sconosciuto/ma come può incontrarti? lui non cerca nessuno/lui non si fida, ermetico, leggigli gli occhi/lui evita persone senza valore, piuttosto soli ma/ambisce a essere protagonista della tua vita, diva.” La solitudine amara seppur ambita del Poeta in generale, del Succi in particolare. Somigllia al mio Forforisma Pastorolgy "L'eleganza della solitudine", cortesemente piaciatene la pagina Facebook.
XXIX “Non il senso della tua vita nel mondo materiale/pochi lo sfruttano per scrivere/la poesia necessita d’imperatori/non di biechi ambasciatori.” dove il citato verso “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato” è di una raccolta poetica del 1923 di Eugenio Montale. Rivolto ad un imitatore, il Succi gli dice: “Se mi emuli, destinato alla sconfitta/alla dimenticanza del tempo/dei cari, non sei in Coco/né Misery, né il King della scena.” Per se stesso, paragoni forse lusinghieri “Gray, Dr Jeckill/miei simili su carta.”
Un verso, precisamente Geht Durch Mich mi rimanda a una band, i Manic Street Preachers, che compose Europa Geht Durch Mich e che finisce nella mia playlist, da utilizzare per inseguire la mia sfuggente ispirazione.
I Manic Street Preachers sono uno di quei gruppi nelle retrovie del commercio musicale: mentre il mondo segue le avventure delle popstar più chiacchierate, loro se ne stanno in studio a scrivere un album nuovo senza chiasso, clamori inutili, affidandosi soltanto alla potenza evocativa delle loro canzoni di altissimo livello.

Il Succi conclude con un addio in poesia in cui rimanda alla prossima silloge, forse cambiato, forse rinnovato, forse chissà.

Maturità sospettata e poi confermata nei Ringraziamenti, che sembra rifarsi al buddismo e al concetto di resilienza.

“Ringrazio, (...) tutta la gente che mi ha fatto del male e mi ha fatto soffrire, perché èquesto ciò che mi ha reso la persona che sono oggi: voi mi aveteformato più di ogni altro, seppur sia per me difficile accettarlo.”

In chiusura di rece, le mie immancabili valutazioni sulla copertina che, in tempi di librerie mega store, deve saper vendere e quella del Succi, non solo vende, ma spacca. 5 stelline su GoodReads.


Consigliato ai poetanti dei Social per cogliere l'essenza vera della Poesia sofferta ma ben catalogata, forse l'unico difetto del Succi.

venerdì 1 marzo 2019

LA PRIMA VOLTA IN CUI SONO MORTA


Inizia sorprendentemente senza titolo, con le parole in prima persona di quella immaginiamo sia la protagonista, Silvia, (che scopriremo più avanti essere colpita da una decina d'anni dall'artrite
reumatoide), parole che a noi lettori arrivano attraverso un diario in cui la protagonista segna minuziosamente dati di natura pratica (terapie, tempi e modalità, dosaggi, iniezioni e poco altro). Ma nelle ultime pagine del diario, che sono quelle che leggiamo nell'incipit, il registro cambia: la protagonista afferma di voler scegliere lucidamente una morte pulita con l'impiccagione, descrizione piena di speranza che leggo in un gruppo Facebook dedicato a presentazioni letterarie. Già un'aspirante suicida piena di speranza sembrerebbe un ossimoro, tuttavia non fu quello che che contestai all'autrice Marta Minotti per sospetta mancanza di verosimiglianza. La morte per impiccamento lascia segni esterni inequivocabili sul collo (il cosiddetto 'solco cutaneo'), si perde la ritenzione sfinterica, la lingua si estroflette, il viso assume il tipico colorito cianotico, gli occhi strabuzzano, le vene del viso e dei globi oculari scoppiano, come pure si creano i famigerati "calzini e guanti di sangue" e via proseguendo per altre amene descrizioni che poco hanno di pulito. Alla reazione della Minotti, che negava recisamente, avendo tentato una sua amica il suicidio, sospendo il giudizio e proseguo la lettura. Silvia, dopo l'infausto gesto di cui non conserva memoria, la ritroviamo ricoverata in ospedale, in preda ad amnesia. L'unica cosa di cui è certa è di non aver compituo 'quella cosa'. Purtroppo, la lettura del suo diario, oltre a confermare di averlo lei stessa programmato lucidamente, le lascia una lacuna di un mese.
“A volte a rubarti la vita non è una malattia né la morte stessa, ma il tempo.”, afferma Silvia, in un'amara osservazione della Minotti.

Per Marianna, la figlia avuta da Paolo, mai veramente amato da Silvia, innamorata invece del bello e impossibile Brando, conosciuto in tempi adoloescenziali quando le offrì di suonare la chitarra nel suo locale, la protagonista afferma “... la famiglia è rimasta in piedi, non ho voluto che spartisse la sua vita tra due case, che fosse obbligata a scegliere a chi volere più bene.” Molto saggio, ma anche manipolatorio. Se una donna sta male col proprio uomo, se si sente maltrattata o costretta in una qualche forma di oppressione psicologica, tenga bene in mente il motto per la sopravvivenza: via dalle violenze domestiche, prima che sia troppo tardi, coniato dalla Stefi Pastori Gloss in CORPI RIBELLI resilienza tra maltrattamenti e stalking. Comincio a sospettare che questa Silvia sia perfettamente dotata di determinate specifiche cliniche.

“Ogni volta che guardavo mia figlia negli occhi...” Mia? Perchè non “nostra”? Silvia conferma i miei sospetti, svelando le caratteristiche psicologiche conosciute come quelle del 'narcisista perverso'.

“... medici e infermieri saranno le uniche persone che vedrò. Ma loro con me non parlano, e sono giunta alla conclusione che il motivo non risieda nella mia incapacità di rispondere ma nella percezione che hanno di me, di una che la vita l’ha disprezzata e probabilmente è anche indifferente alle cure che le stanno facendo. Nelle loro menti sono solo un impiccio, una perdita di tempo.” Terribile ammettere che, nella sofferenza, gli altri possano anche solo pensare questo di ciò che una persona stia passando. Silvia (cioè, la Minotti) è bravissima a farci sentire coinvolti. Altra tecnica tipica del 'narcisista perverso'.

Di Felia, sua estemporanea compagna di camera d'ospedale, che fantomaticamente vive di affitti, Silvia dice: “Ha il solito sorriso che abbaglia su quella faccia da ragazzina dove il tempo non ha messo le mani.”. Descrizione lusinghiera di una di fatto sconosciuta e che la Minotti mette in bocca ad una persona intelligente, sì, ma non arguta. Ulteriore caratteristica tipica del 'narcisista perverso'. Comincio a chiedermi come la Minotti ne sia così bene a conoscenza.

“Sono dieci anni di vita che si azzerano, un tempo buono che si fa da parte indulgente come un padre. Questo momento è una clessidra che si inceppa.” Parole che Silvia dedica al padre, quando la va a trovare in ospedale. La figura del padre è la sola veramenrte centrale della sua vita, come spesso accade alle donne 'narcisiste perverse'. Tutto si incastra perfettamente, brava Minotti.

Silvia è palesemente ancora innamorata di Brando, suo amore adolescenziale. Quando la va a trovare in ospedale, gli riserva una descrizione da cui traspare la sua infatuazione: “È cambiato pochissimo, i capelli sono un po’ più radi e c’è qualche ruga sul suo viso che sta lì solo a fargli un favore.” Sorprendetemente, conosce Felia. Annoto mentalmente e metto da parte.

Una profonda ma sintetica descrizione della crisi matrimoniale tra Silvia e Paolo, mi fa credere che la Minotti se ne intenda: “Non siamo più nel presente, siamo nella nostra vita di coppia, nel nostro matrimonio fallito, nei rancori mai dichiarati, nel folto di una forra sconosciuta e piena di notte.” A tal punto che Silvia non lo chiama più per nome, ma semplicemente con il pronome 'Lui', tecnica spersonalizzante del solito 'narcisista perverso'.

La Minotti ci permette di però ascoltare anche la voce di Paolo: “Trascorse quasi mezz’ora in quell’atrio in cui non c’era nessuno all’infuori di noi e quando ci accorgemmo del tempo che era passato, lei mi chiese soltanto se volevo il suo recapito, mi avrebbe dato volentieri un consiglio, qualora ne avessi avuto bisogno. Per un attimo, anche se avevo capito benissimo che il motivo di quell’invito era esclusivamente professionale, il mio orgoglio di maschio sfiorò vette che non raggiungeva da anni e subito dopo mi ritrovai a pensare a quanto fossi stupido e a quanto mi mancasse l’attenzione di una donna.(...) ero affamato di vita, d’amore, di qualcosa che fosse soltanto mio e che volevo tenermi stretto…avevo digiunato troppo, persi completamente la testa.”

Sara, infermiera di Silvia, che la Minotti ci farà gradatamente scoprire essere anche l'amante di Paolo, rivelandosi una mirabile orchestatrice di modalità e tempi, accusa Paolo della mancata morte di Silvia: “«Se quel giorno non avessi dimenticato il cellulare, se non fossi tornato indietro, a quest’ora lei sarebbe morta e noi saremmo liberi! (…) Sei un uomo senza spina dorsale, senza carattere, ora capisco perché lei ti ha preferito quell’altro, non vali niente, niente! Che cosa vuoi che faccia, che la tolga di mezzo con le mie mani? Guarda che ne sono capace, perché se credi che le lascerò rovinare le nostre vite…»” che torna più avanti, con una terribile affermazione: “E poi in ogni caso non ci saremmo mai liberati definitivamente di lei, sarebbe stata un accollo per sempre, disoccupata e malata com’è: era meglio sbarazzarsene ed eliminare così il problema alla radice, dovevo solo trovare un modo.”

Silvia scopre il tradimento di Paolo: “Se non fosse per mia figlia lo butterei fuori a calci in questo stesso momento. E Marianna lo sa, non è una stupida, lo avverte in un attimo questo veleno, le basta guardarci.
“Io vado a vestirmi” – dice infatti ad un tratto scattando dalla sedia e dileguandosi in fretta. In un attimo se n’è andata lasciandoci soli nella nostra cucina ad odiarci.” La figlia, come sempre accade nelle famiglie che si auto distruggono, sottolinea quanto siano pretestuose le motivazioni di Silvia per salvare il matrimonio.

Il primo colpo di scena ce lo propone la stessa Silvia: “Le immagini ritraggono due persone, due donne per la precisione, una delle quali è indubbiamente lei, anche se ha i capelli diversi, più lunghi e di un altro colore. Anche l’altra la riconosco subito.”

Il secondo colpo di scena ce lo svela Brando: “Sua madre ne era completamente soggiogata e Sara riusciva a farle fare tutto ciò che voleva, in virtù della vecchia storia che l’aveva privata di un padre.”

Il terzo colpo di scena ce lo svela acora Silvia con la sua memoria che torna: “Sono piena di rabbia e allo stesso tempo ho paura. Sono sola in questa stanza senza telefono, lontana da casa e con il mio aguzzino ad un passo da me che sta curando la mia stupida ferita... (…) Tutto torna, tutto si ricompone in questo puzzle degli orrori il cui pezzo centrale sono proprio io.”

In effetti, con la mia prima osservazione critica circa la presunta compostezza della morte per impiccagione, avevo già intuito qualcosa di questo puzzle abilmente predisposto dalla Minotti. Ovviamente non rivelo null'altro per non spoilerare.

La chiusa del romanzo è commovente. Ogni cosa va al suo posto, anche il sentimento, rivelando una nuova scrittrice capace. Copertina da 'image bank' che dice tutto e niente, 4° stellina su Goodreads.

Consigliato agli amanti degli intrighi familiari, ai soliti giallisti, a chi come me è convinto che il male torni sempre indietro.

giovedì 7 febbraio 2019

CONCEPTION la genesi della perfezione


Scambiata una breve chat via Social con l'autore Eugene Pitch, che è l'ovvio pseudonimo - pronto per il cinema, suppongo - di un non altrettanto ovvio napoletano che vive in Giappone, scopro la sua poetica fondata sull'accattivante concetto di HyperBook per questo suo CONCEPTION*. Appena ricevo il pdf, ne cerco in sommario la declinazione che, appunto, sarebbe perfetta se rimandata al cinema. Nell'ambiente cinematografico, si definisce pitch un breve scritto di presentazione che l'aspirante sceneggiatore** sottopone all'eventuale produttore e/o distributore del progetto filmico. Deve fungere più di un soggetto, perché conterrà quella o quelle chiavi imprescindibili che convinceranno i finanziatori della validità del film in fieri.

L'Eugene Pitch mi conferma ciò che noto da sempre quando approccio un'opera da recensire: c'è della musica a fare da sfondo. Nel suo caso, da vera musicofila mi limito a dare risalto a colui che apprezzo di più, in mezzo a tanti poco conosciuti, tra robetta tipo-irlandese e canzoncine dei Duemila ferme ai peggiori anni Ottanta, in cui di rilevante c'è solo il batterista che perde una delle bacchette. Nello stile dell'hyperbook si possono ascoltare in sottofondo le note inconfondibili di Lee Ritenour, chitarrista jazz che ha collaborato con gorssi calibri come di Herbie Hancock - buddista! - Steely Dan, Dizzy Gillespie, Sonny Rollins, Umberto Tozzi (in Stella Stai) e Pink Floyd, attribuendosi numerosi dischi d'oro e collezionando svariate nomination al premio Grammy.

Curiosamente ogni capitolo unisce alla location, la temperatura atmosferica. Sarà un parallelismo tra l'accadimento di cui si narrerà nello stesso e il luogo? A fine lettura, l'amletico dubbio non è dato da svelarsi. Siccome parto sempre nel recensire senza mai conoscere nulla in anteprima, lo chiederò all'Eugene Pitch solo dopo aver compilato la presente rece. L'indicazione della temperatura è distraente, in un'azione continua che si dipana tra Abu Dhabi, 37°C, Londra, 19 ºC, Amsterdam, 14 ºC e via discorrendo, con al centro una conferenza internazionale sul tema della cooperazione fra scienza e religione alla luce delle ultime rivoluzioni tecnologiche, che vede protagonista una certa Sarah, menomata conferenziera a rischio di attentato terroristico per le sue idee libertarie. Vi prenderebbero parte non solo scienziati da tutta Europa, ma anche personalità di spicco del mondo musulmano, ebraico e protestante. A Sarah, l' Eugene Pitch affida il suo pensiero: “Sul web si condividono foto di malati terminali commentando quanta misericordia meritino, eppure si diffondono con altrettanta facilità parole di odio e menzogne. Perché? Forse in fondo l’uomo non è ancora pronto a ciò che sta per arrivare e quando arriverà sarà ormai troppo tardi.”

Per come il personaggio di Sarah viene introdotto, ci si aspetterebbe una pasionaria, impegnata nella cooperazione sociale e nei diritti umani. Eppure, alcuni segnali di inumanità ci vengono disseminati dall'autore qua e là: “Sarah non aveva mai visto una platea del genere.”
“Era la prima volta che a Sarah capitava di essere al centro dell’attenzione non per ciò che era, ma per quello che faceva.”
“Sarah proseguì col suo lungo discorso di ringraziamento. In realtà non aveva idea di cosa farsene di quella cittadinanza. Era una cosa che la incuriosiva, ma non se ne sarebbe mai servita, questo lo sapeva.”
“Lo sguardo di Sarah era invece freddo e sterile.”
“Sarah lo fissava senza espressione.”
“Sarah sapeva che il mondo stava cambiando e che lei, seppure piccolo atomo di ingegno, era parte di quel cambiamento. La gente aveva bisogno di capire.”
Il motivo di questa sapiente semina del Pitch lo sapremo solo alla fine.

Il partner di Sarah, il dottor Michael Zimmer, è uno scienziato e ci viene raccontato dal Pitch con lo spiegone classico di chi non ha idee per farlo tramite azioni, cosa invece estremamente necessaria in cinematografia. “E ora invece, dopo tanti anni, la voglia di lasciarsi tutto alle spalle si stava facendo ogni giorno più forte, ogni giorno più ingombrante; proprio come la domanda che continuava senza sosta a frullargli per la mente: chi è davvero Michael Zimmer?” Insomma, il Pitch ce ne affida la costruzione. Che scarsità di fantasia. In un romanzo veloce come dichiaratamente il suo per descrivere un personaggio è necessaria azione, non discorsi descrittivi. A maggior ragione nel cinema.

Eugenie, la giornalista internazionale che sta scrivendo un libro-inchiesta su compravendita di armi al mercato nero e finanziamento allo Stato Islamico in Siria, si direbbe l'alter ego dello scrittore. Anche a lei, l'Eugene Pitch affida i propri pensieri a sfondo socio politico: “Dietro di lei passarono come fantasmi due donne in burka. Eugenie non trovava giusto che una persona fosse costretta a coprirsi il volto. Era un retaggio antico che ai giorni nostri per lei non aveva più senso. Se un tempo solo l’uomo aveva dei diritti, oggi anche la donna doveva avere il coraggio di sentirsi libera. Ironico era però il fatto che, per quanto le più intrepide femministe si dessero da fare per cambiare il sistema, la libertà che era stata concessa alla donna era solo una mera utopia: essa doveva rimanere assoggettata a tutta una serie di aspettative sociali, dal modo di comportarsi al modo di apparire, passando per la tipologia di lavoro alla quale poteva avere accesso, senza tuttavia godere ancora appieno degli stessi vantaggi di cui godevano gli uomini. E questa era una cosa che Eugenie non sopportava.” Già mi è simpatica, io che da anni lotto contro le discriminazioni di genere (CORPI RIBELLI e STANDING OVULATION sono le due opere in cui me ne occupo). Suo occasionale partner, tale Edward Muffen che, nello stile cui ci sta abituando il Pitch, solo molto più avanti nella narrazione scopriremo essere una Agente dei Servizi di sicurezza britannici e che compirà un'azione iperbolica.

“Il suo idolo, il fotografo australiano Ray Green, aveva appena postato uno scatto favoloso del tempio Kiyomizudera, a Kyoto. Zimmer avrebbe dato qualunque cosa per visitare il Giappone, terra arcana ricca di insolito.” Infatti l'autore vive in Giappone. Non mi stupirei se in questo romanzo, si fosse inventato l'effettiva esistenza di tale Ray Green

“Sarah era connessa a internet e stava scaricando le ultime news. Trovò curioso che l’87% delle notizie di attualità siano solitamente negative ma che, al tempo stesso, ricevano più attenzione da parte dei media e della gente comune. È come se noi umani fossimo attratti in maniera viscerale da ciò che ci fa stare più male. Sia un moto masochistico perpetuo che ci accomuna tutti o semplicemente curiosità morbosa non si sa, ma molti la definiscono in un solo modo: realtà.”, “La gente è disposta a passare gran parte della propria esistenza a lavorare come un cane, solo per potersi permettere un biglietto per la felicità on-demand: ma quanto costa la felicità?” in corsivo anche nel testo originale. Suppongo sia un motivo ricorrente nella narrativa del Pitch, così come mantiene ciò che promette nella sua poetica da hyperbook: ogni capitolo chiude lasciando in sospeso il lettore, che passa subito avidamente al seguente.

Nel pieno della preannunciata conferenza internazionale, due colpi di scena. Uno, già ampiamente telefonato, coinvolge un alto esponente della politica e cultura araba, “in arresto per corruzione, riciclo di denaro, traffico di armi e stupefacenti e per collaborazione esterna con cellule terroristiche.”, tramite di Edward Muffen. E l'altro invece parte immediatamente dopo come una cannonata inattesa. Ve ne lascio la sorpresa.

“«Tutti sono musulmani, perciò sono tutti uguali. Almeno finché non ci scappa il morto a casa nostra, allora sì che li additiamo come terroristi. Cosa ci sia dietro non vogliamo saperlo, né tantomeno risolverlo. Ci basta atteggiarci a padrini del bene mettendo un semplice “mi piace” ai post pacifisti su Facebook e tanti saluti.»” L'autore mette in bocca ad uno dei personaggi il suo giudizio sulla società contemporanea. Sembra voler finire frettolosamente la vicenda, ma solo per rimandare i lettori alla successiva puntata. Che ci sarà, ne sono certa, e sarà costituita da prossimo hyperbook. Sono stata indeterminata fino all'ultimo se riportarne qui la relativa poetica, soprattutto per il parallelismo tra hyperbook e sceneggiatura. Se nei commenti, anche sui Social, mi verrà richiesto, ne scriverò apposito post. Dai ringraziamenti finali, traggo spunti per future collaborazioni. I suoi suggerimenti involontari spero mi risulteranno preziosi. Resto perplessa sul messaggio affidato alla copertina, che è d'impatto e nello stesso tempo misteriosa, quindi, da ex Art Director anni Ottanta, validissima per il tipico acquisto d'impulso.


Consigliato a lettori frettolosi che trovano noioso Proust, agli appassionati di azione, a produttori di fiction televisive. Il cinema, ormai, lascia 'l'azione a tutti i costi' allo strumento più popolare, tenendosi per sé una dimensione più meditativa – film hollywoodiani di super eroi a parte.

* Concezione, concepimento, concetto, nozione, idea. Dall'Inglese. Dal Francese, disegno. In un caso che nell'altro, appropriato alla sopresa.
** Io stessa vengo dal cinema: nei Novanta fui sceneggiatrice ghost writer per alcuni pezzi grossi, come Carlo Verdone.

mercoledì 30 gennaio 2019

NON DITELO ALLO SCRITTORE

NON DITELO ALLO SCRITTORE si apre in una classe di adolescenti incantati da un professore che evidentemente è rimasto nelle corde della scrittrice, Alice Basso: a lui e a quelli come lui è dedicato il libro, in quanto fanno “il lavoro più importante del mondo”, ovvero educare personaggi alla Silvana Sarca, detta Vani, che, in questa scena d'apertura, è una ragazzetta in forma di pipistrello, autodefinitasi “patetico esempio di sociopatica aggressiva”, che può permettersi di essere strafottente perché intelligentissima. La Vani mi ricorda un barista che incontro quelle volte in cui scendo a Torino: è al bancone, serve la clientela, sfoggiando ben evidente sulla gola il tatuaggio: ODIO TUTTI. Vani odia tutti, ma allo stesso tempo mette al servizio di tutti la sua inusuale capacità di empatia. Entrambi ossimori viventi. Amando i libri alla follia, la Vani crescendo è diventata ghost writer di scrittori importanti. Le sole quattro persone fondanti della sua vita che sanno del suo lavoro di ghost writer sono l'editore per il quale lavora, un commissario, Berganza, con cui collabora, un affascinante giovane scrittore, Riccardo, da cui è stata sedotta e abbandonata, e l'amica più giovane di lei, Morgana, sua imitatrice in tutto, che le perpetra un “tradimento collaborazionista” a vantaggio di quel Riccardo, il quale la vorrebbe riconquistare.

La Vani legge, legge, legge, legge. Cresce leggendo, per diventare scrittrice: mi auguro assurga ad esempio a quei sedicenti scrittori che dicono di non aver bisogno di leggere e che per controtendenza mi hanno ispirato uno dei Forforismi Pastorology: i libri scrivono i libri (piaciatene per favore la pagina Facebook).

La vicenda si snoda su due livelli: quello di trasformare un altro professore bisbetico e intollerante al pubblico (per tali caratterisitche, mi ricorda un amico mio che, guarda caso, fa il professore) in una persona facile da intervistare (fu anni prima a sua volta ghost writer di altro personaggio famoso, ma incapace di scrittura), per rinverdire la pubblicazione svelandone il reale autore. E quello di aiutare Berganza a scoprire le mosse strategiche di un mafioso agli arresti per pilotare i suoi scagnozzi senza pizzini. È evidente che la Vani riuscirà in entrambi gli intenti, ma la bellezza di tutto non consiste in questi due lieti fini, cui arriva tramite tanti colpi di scena, ma nel linguaggio ad alto tasso di ironia e sarcasmo di una hater di professione come la Vani Sarca, che manda a stendere il pretendente ufficiale e ne conquista un altro, ben più difficile da raggiungere.

Valutare positivamente la copertina è facile, visto che ritrae la presunta protagonista fotograficamente parlando. Però è altrettanto facile cogliere per me che fui Art Direstor Pubblicitaria, si tratti di foto preconfezionata, prelevata da data base. Fosse stato uno scatto predisposto appositamente per il romanzo, probabilmente la ragazza sarebbe stata più dark, con un impermeabile lucido che non toglie mai, dal rossetto viola e lo sguardo arguto. Da togliere una stellina su GoodReads, ma la scittura aveva già superato il massimo di cinque, perciò la valutazione resta stabilizzata.

Consigliato agli aspiranti scrittori che troverebbero guadagno nel fare i ghost writer, nell'attesa di diventare famosi, agli amanti del genere giallo, ma animati da sete di cultura a profusione.

lunedì 28 gennaio 2019

NOTTURNO METROPOLITANO Milano, il commissario Ferrazza sul filo del rasoio


“Il dolore per fatti esterni a noi, che non toccano noi stessi o la nostra cerchia più intima, è autentico dolore, è una pena davvero vissuta? O è un dolore nutrito a forza solo perché si deve? Perché la morale, le consuetudini, il senso comune ce lo impongono? Quello che ci afferra la mente, senza però mai penetrare nelle viscere come una lama acuminata, si può chiamare “dolore”? Come si comportava, lui, di fronte al dolore? Di fronte allo strazio di quel corpo martoriato, cosa provava? O l’abitudine a scene di morte gli aveva spento il cuore?” Filosofia a parte, l'incipit è lento e non interessante.

Stavo per esercitare l'imprescrittibile diritto di recesso di Daniel Pennac tra il lettore e l'autore, quando mi imbatto in un pippone politico che mi convince a proseguire, per l'impegno del Bastasi:
“Quattro carabinieri, (…) sono stati raggiunti da misure cautelari in un’indagine sulla morte di un giovane marocchino nella caserma Notari di Milano. Nei loro confronti sono state mosse accuse di falso e lesioni, fino a quella di omicidio colposo (…) l’accusa fa appunto riferimento alla morte di Kamal El Kabir, un tossicodipendente portato in caserma nel corso di un’attività di controllo antidroga. Secondo l’ipotesi accusatoria i quattro carabinieri si sarebbero accaniti su di lui colpendolo ripetutamente al volto e all’addome. I militari avrebbero falsificato i verbali dell’episodio, affermando che l’uomo si sarebbe ribellato all’interrogatorio urlando. “Era un invasato violento, in evidente stato di agitazione”, hanno detto, “ci ha aggredito a colpi di karate, senza alcun motivo”. In realtà sembra che, a causa della brutalità della colluttazione, due dei manganelli utilizzati per “calmarlo” si siano addirittura spezzati. (…) Il personale paramedico riferisce di aver trovato il paziente “riverso a terra con le mani ammanettate dietro la schiena. Era incosciente e non rispondeva”. L’intervento, dopo numerosi tentativi di rianimazione cardio-polmonare, si è concluso con la constatazione sul posto della morte del giovane per “trauma cranico-facciale e arresto cardio-respiratorio”. (…) Si indaga anche su presunte “sparizioni” di droga sequestrata.” E poi ancora il Bastasi, che sembra non digerire certi atteggiamenti fascisti delle FFOO: “Non c’è stata solo la vicenda El Kabir, commissario, se li ricorda i casi Uva, Cucchi, Aldrovandi? È un’aria mefitica quella che si respira, con un partito che soffia sul fuoco parlando di “dare mano libera alle forze di Polizia”. Ha presente quel poliziotto che a una manifestazione di migranti ha detto: “Se tirano qualcosa spaccategli il braccio”? Ecco, se quella gente lì prende il potere, lui avrà licenza di farlo. E io non rimarrei al mio posto un momento di più, questo è bene che lo sappia».”, preparandoci sapientemente al finale colpo di scena, ma giustificato.

Noto un sorprendente “sopraluogo” che puntualmente viene sorretto dalla Crusca (attenzione: è notizia fake quella di oggi 28 gennaio 2019 che vede la nobile Accademia approvare l' utilizzo un modo transitivo di verbi garbatamente intransitivi, esempio: uscire, “escimi il cane”) 

Verso la metà un colpo di scena che sono costretta a celare per non spoilerare, inaspettato come nella miglior tradizione giallesca.

Descrizioni milanesi che toccano il cuore: “Era gradevole, il loft di Ferrazza. In un ex stabilimento della Richard-Ginori in via Tucidide, all’Ortica, che fino al 1986 produceva ceramiche e porcellane. Dall’esterno, oltre il muro di cinta, si intravvedevano i tetti dei vecchi capannoni operai, testimoni silenziosi di un’epoca che non c’era più. Ma, una volta all’interno, si scopriva che quei capannoni non ospitavano più impianti industriali, bensì civili abitazioni dal tocco vintage, affacciate sugli spiazzi un tempo affollati di tute blu, percorsi adesso da donne con la carrozzina o da ragazzi in bicicletta, i materiali antichi esposti quali oggetti d’arredamento, qualche pianta in giardinetti improvvisati.”, “Ed era bello, in via Ampère, nello slargo tra il Poli e il teatro Leonardo da Sogliani, passare di giorno e trovarsi circondati da una miriade di volti freschi, giovani e incoscienti, immersi in discussioni appassionate, letture solitarie, risate, fumo, baci interminabili, incuranti di tutto e di tutti. Un mondo sospeso che presto o tardi si sarebbe scontrato con incagli, ostacoli e muri di gomma difficili da espugnare. Ma, come nella Bibbia scrive Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme, “per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”.”, immagini belle ed efficaci per la loro cruda milanesità, che continuano con “Mangiò un panino in un bar anonimo, sfogliando il “Corriere”. Elezioni imminenti a marzo, una campagna elettorale gridata, a base di insulti e calunnie, i soliti tweet di Trump, avvisaglie di guerra in Medio Oriente, l’ennesima donna morta ammazzata dall’ex compagno…”, “Ferrazza si alzò dalla poltrona e si diresse verso l’ampia finestra che dava su via Cadamosto. Le strade, le case, persino gli autobus e i tre alberi della chiesa lì vicino parevano tinti di quel grigio scuro che fin dal mattino colava dal cielo. Un corvo nero stava mmobile sopra un lampione dall’altra parte della strada.”, “La gente normale. Che pensa ai cazzi suoi, ai tre mesi di lavoro promesso e poi chissà, ai novecento euro che nemmeno quelli prenderà più, alla lettera dell’azienda che delocalizza e che da un giorno all’altro o ti trasferisci in Calabria o sei fuori, al figlio chino sullo smartphone che mangia a spizzichi e non dice una parola, al condomino di sopra che ti sveglia azionando lo sciacquone in piena notte, al frigo da cambiare proprio adesso che soldi non ce n’è, ai negri che “arrivano in massa a distruggere la nostra civiltà”. Le serrande dei pochi negozi rimasti si abbassano una dopo l’altra e tra un po’ la strada diventerà un deserto, si torna a casa, si cena con la TV accesa. Più tardi, il popolo della notte affollerà i pub, dove il vocìo diffuso impedirà di cogliere i bisbigli, i sospiri, i silenzi.  Giovani e meno giovani stipati al bancone, ai tavolini, e poi anche fuori, al freddo, a occupare il marciapiede, a fumare, ragazze e ragazzi vestiti di nero, pantaloni, giubbotti scuri. Notturno metropolitano.” Ecco, il titolo, riferito ad un aspetto del mè Milan, caro a me e al Bastasi. “Quel sabato, alle otto di mattina, la città appariva immersa in un’aria strana, tra l’indaco e il marrone, densa di umidità. Ogni cosa era velata, il cielo offuscava un sole pallido, la cui luce fredda e opaca si fermava a metà, poco sopra lo skyline della città. Talora qualche sprazzo di pulizia diradava la caligine, ma quella che appariva era comunque una scena in bianco e nero.” Un fascino milanese “virato al seppia come in una foto vintage” così discreto da obbligarmi a scegliere anni fa, altra località di vita: le Alpi. Poi, se ho bisogno di una razione di smog seppiato, scendo in Milano.

Qualche riflessione filosofica rallenta le azioni, gradevole intermezzo: “Oggi si afferra la vita come un susseguirsi di singoli istanti, ciascuno dei quali è un presente a sé, senza legami né relazioni. Non esiste il passato, non esiste il futuro, non esiste l’altro. Esisto io, qui e adesso, con la mia fragile importanza personale. Una perdita di senso che provoca le azioni e i comportamenti dissennati dei quali tu e io siamo ogni giorno testimoni».”, “«Eh, commissario… Vedi, mio padre era un muratore con la quinta elementare, che però mi ha fatto studiare fino alla laurea in legge. Era iscritto al partito comunista e per lui, e per quelli come lui, la cultura ha sempre svolto un ruolo fondamentale, di sviluppo personale e sociale.(...) Altri tempi.”. La cultura, oggi in Italia, appaga ma non paga. Cit Forforismi Pastorology, uno dei miei più cari. Ne avete piaciato la pagina Facebook?

Poi una scena al fulmicotone che lascerebbe col fiato sospeso chiunque si azzardasse a leggerla, il ritrovamento della principale testimone dopo un inseguimento degno di Jason Bourne.

Ritorna anche un riferimento a casi come quello del Cucchi: «… Sempre secondo l’accusa, in passato altre persone, italiane e non, condotte in caserma per i più svariati motivi, avrebbero subito pestaggi e abusi. Al vaglio degli inquirenti ci sono infatti altri episodi analoghi, i cui verbali sono stati sequestrati. Una donna, anch’essa risultata tossico dipendente, avrebbe subito violenza sessuale. Si indaga anche su presunte “sparizioni” di droga sequestrata»” che servono da supporto alla narrazione.

Infine, tra attori e attrici sosia, sansevierie, amori e tradimenti, improvvidi scambi di cellulari, TOR, il limite estremo dei femminicidi sempre più frequenti da parte di uomini che ne reclamano il pieno possesso, l'eterna diatriba Polizia/Carabinieri “E noi, in nome della cosiddetta giustizia, siamo disposti a infangare un’istituzione come l’Arma dei carabinieri?»”, e-mail compromettenti inopportunamente non cestinate, insospettabili pezzi grossi implicati non solo in omicidi ma anche e soprattutto in spaccio di stupefacenti, verità supposte ma doppiamente interpretabili, “«La verità!» replicò Farnese. «La verità non esiste, dovrebbe averlo capito, in tanti anni di professione. Esistono solo i punti di vista. Mi dia retta, Ferrazza, seppelliamo i morti e diamo spazio ai vivi.”, “Un risultato di pulizia importante, del quale l’artefice è lei, Ferrazza, un successo per il quale proporrò senz’altro la sua promozione. L’essenziale è che l’Arma ne esca a testa alta, quindi il caso è chiuso. Chiu-so. Mi ha chiamato addirittura il sottosegretario Vincenzi, s’è tanto raccomandato, c’è già troppo rumore attorno a queste storie». Ferrazza scosse le spalle, le mascelle strette tanto da fargli male, gli occhi fissi su quelli del questore, che a un certo punto li abbassò. «È tutto?», domandò. «Sì. È tutto. Non faccia stupidaggini e si prenda qualche giorno di riposo. Ha una bella carriera davanti a sé, immagino che diventare commissario capo non le faccia schifo, no? E anch’io, poi, non sono eterno… Sono certo che ha capito, Ferrazza, conto su di lei, sulla sua intelligenza e sul suo senso del dovere». «E voilà! Giustizia, Difesa e Interni, tre ministeri, tutti d’accordo nell’insabbiare l’inchiesta.”, e poi ancora: “«Cosa ne penso?», riprese Guido, dopo aver ingollato un bicchiere d’acqua. «Penso che ho appena finito il capitolo sui fatti di Genova del 2001. Il G8, le manifestazioni dei NO-GLOBAL, e poi la Diaz, la caserma di Bolzaneto. E le enormi responsabilità della politica sull’accaduto». «Evoluzione e involuzione. La società italiana dalla caduta del fascismo a oggi, giusto?». «È il titolo provvisorio, poi come sempre deciderà l’editore».” (si direbbe che l'autore Bastasi ne stia scrivendo uno, di saggio, sulle vessazioni delle Forze dell'Ordine italiane nei confronti dei propri “screanzati cittadini” alla Cucchi). Ma alla fine il Bastasi farà trionfare la giustizia. Un po' amara, ma sempre giustizia.

Le consuete considerazioni di un Art Director Pubblicitaria della Milano da Bere mi portano ad aumentare a 4 le stelline su GoodReads.

Consigliato ai soliti gaillisti, ormai l'unica categoria di lettori intaliani esistente in vita, con tendenze alla politologia e alla dietrologia.

L'AUDACE COLPO DEI QUATTRO DI RETE MARIA CHE SFUGGIRONO ALLE MISERABILI MONACHE di Marco Marsullo

Da qualche tempo, in verità circa un anno, mi sto battendo per far accettare il progetto di #badanteletteraria nelle Biblioteche. Ho cominciato proprio da febbraio 2018 a Palermo, che in quell'anno era Capitale della Cultura. Dagli scaffali dell'ultima biblioteca visitata, in Oulx (TO), mentre ero in attesa della Responsabile, mi occhieggiava questo libro di Marco Marsullo, dall'insuperabile copertina di Riccardo Falcinelli che, con me che fui Art Director Pubblicitaria nella Milano da Bere, sarà convinto che a fare il successo di vendita di un libro, è proprio la copertina, visto che ne disegna da anni e con comprovato successo. Nella fattispecie, questa richiama un famoso disco dei Beatles (quello per intenderci in cui i quattro di Liverpool attraversano la strada, ma solo uno è scalzo: chi?) Però raffigura quattro anziani e quello che avrebbe dovuto essere scalzo, indossa pantofole da nonno. Bravo e ironico Falcinelli, come sempre. Copertina vincente che conferma, se mai ce ne fosse avuto bisogno, le 5 stelline su GoodReads.

Einaudi: l'editore promette bene (non faccio più lo sbaglio di ignorare chi sia la casa editrice - vedi De Alberti). In quell'attesa di pochi minuti, leggo già una trentina di pagine. L'autore ha superato quella che io chiamo “prova Eco” e anch'io. Il semiologo affermò che il lettore va catturato entro le prime venti pagine, nel bene come nel male. Lui scelse il male (il suo NOME DELLA ROSA è così infarcito all'inizio “del suo bosco narrativo” di dotte dissertazioni latiniste, da far desistere anche i lettori più accaniti, ma poi in preda al ravvedimento, ha negoziato coi suoi critici, su significato e interpretanti, riesamindolo consistentemente, perché se è vero che “il testo è una macchina pigra nei confronti della quale il lettore è chiamato a condurre un lavoro di interpretazione e a cooperare al fine di riempire spazi di non-detto o di già-detto” cit. Eco da Lector in Fabula,1979 cioè l'anno precedente a IL NOME DELLA ROSA, è anche vero che in questo caso il lettore medio non ci risuciva).

Il Marsullo invece imbastisce subito i profili di quattro probabilissimi personaggi, vecchietti tanto auto ironici quanto ardimentosi, originali se solo non ricordassero quei burloni degli AMICI MIEI. Nella Villa delle Betulle dove risiedono da quando sono in preda chi alla demenza senile (che oserei tradurre bonariamente in scemenza), chi alla stitichezza, chi al Parkinson, chi all'erotomania, con arguti soprannomi che parlano anche per ossimoro delle loro disabilità senili, (Agile, Brio, Guttalax, Rubirosa) sono tenuti a bada da un'allegra congrega di monache. Allegra congrega è un eufemismo: le sorelle o sono giocondamente beote oppure appartengono alla gioventù hitleriana, senza mezze misure. A tal punto da obbligare i residenti al televisivo rosario domenicale di un certo Padre Vattelapesca del Vaticano, che ha pure la zeppola.

Il più bombarolo dei quattro lo odia a tal punto da ideare un attacco terroristico a suo danno, approfittando della gita a Roma per tutti organizzata dalle sorelle, riesce a coinvolgere i quattro nel suo diabolico piano, perché vince le perplessità di ciascuno facendo leva su loro motivazioni estremamente personali. L'autore Marsullo gli congegna un piano che ha del geniale, almeno quanto le zingarate degli AMICI MIEI, “amabilmente” contrastati dai loro “acerrimi nemici”, altri vecchietti da soprannomi come Capitan Findus, Sciabola e Uccello. Vi lascio indovinare quale siano le loro attempate tipicità.

Lo stile linguistico del Marsullo appartiene al miglior varietà cui ci abituò Mamma Rai negli anni d'oro, ma anche al gioco degli scambi e degli equivoci di certa commedia teatrale di antica tradizione italiana. Nessuno stupore: sarà anche giovine, il ragazzo è nato nell'85, ma evidentemente si è ben documentato dalle Mediateche Rai, inesauribili fonte d'ispirazione anche per me. Di conseguenza, non riporto brani come sono solita fare, perché non ci sono particolari acrobazie linguiste. Dico solo che, da buona sceneggiatrice ghost writer proprio dell'ideatore degli AMICI MIEI (Leo Benventuti), noto subito come sia una successione di fatti e colpi di scena ben concatenati gli uni agli altri. Fosse per l'appunto una sceneggiatura, la si definirebbe sceneggiatura di ferro. Bravo il Marsullo. Non mi stupirei se prima o poi venisse chiamato a firmarne una.

Non manca la lacrimuccia finale, che non spoilero. Va detto che uno dei quattro pirati, nell'impeto delle rocambolesche avventure degne di un guascone come D'Artagnan, se ne vola via “come un cretino, mentre giocava alla guerra coi suoi amici cretini”, dice il nipotino. Ma Agile gli solleva il mento con due dita e … “Proprio così, tuo nonno era un pirata senza pietà” facendo la sua gioia.

Consigliato agli estimatori della narrativa d'azione, anche se azione datata (ma del resto stiamo andando verso un inesorabile invecchiamento della Nazione), ai lettori che cercano soddisfazione negli intrighi giallini, anche se qui, di giallino, ci sono solo perdite. E non parlo dell'opposto di vittorie.

giovedì 24 gennaio 2019

MULIERES E MITI


Il titolo già anticipa inequivocabilmente i contenuti di questa sillloge poetica, in cui la Vallesi esplicita tutto il suo afflato positivo per il mondo femminile, incarnato in donne reali quanto mitologiche. O forse donne del quotidiano che diventano mitiche eroe (scusate l'uso improprio della parola eroe, forzatamente coniugato al femminile, ma è proprio azzecatissimo nel caso della Vallesi per sottolineare l'importanza che dà all'eterno femminino. “(...) Pensate come il linguaggio stesso sia imbevuto di misoginia. Ad esempio, avvocato per una Donna avvocata, consigliere per una Donna consigliera, assessore per una Donna assessora, presidentessa per una presidenta - lo so, quest’ultima è mera provocazione” cit. STANDING OVULATION di Stefi Pastori Gloss). Il suo nome, Annalea, è composto da due parti femminee: Anna, graziosa, e Lea, leonessa, essa stessa dunque ossimoro concettuale come molti dei miti da lei citati. Interessante sarebbe chiederle quanta influenza abbia avuto sul tema della sua silloge. La copertina stessa parla di questa sua predilezione: una tigre (che, anche se maschio, conserva il genere femminile), una samurai in rosa, entrambe simbolo di combattenti. La riproduzione di un quadro molto efficace per trasmettere gli intenti della Vallesi. Brava! Avessi reperito il libro in una di quelle librerie con bancali zeppi, l'avrei scelto. E' così che funge, detto da una ex Art Director Pubblicitaria degli anni della Milano da Bere.

La prima poesia, che riscrivo per impararne l'efficacia, introduce bene il suo naturale trasporto muliebre. È intitolata a:

ELISSA
(Il canto d'amore di Didone ad Enea)

“Ho sognato di te,/come fa un albero/che perde le sue foglie/e le ritrova sulla terra all'indomani./La mia terra è umida/e invasa da un caldo desiderio,/ma tace/per non essere calpestata./Se la tua mano potesse poggiarsi lieve/sul suo battito convulso,/non si ritrarrebbe,/ma ascolterebbe in silenzio/quel rumore.”
nella quale è possibile rilevare influenze dannunziane (penso in particolare a Alcyone, la pioggia nel pineto). Allīzāh, tradotto in Elissa, è il nome fenicio di Didone. Ne ho imparata un'altra. La vera letteratura insegna.

Nello scorrere attentamente i componimenti, mi sembra di scorgere un altalenante percorso d'amore della Poeta: da non corrisposto, anelante ad un qualcosa di impossibile da raggiungere, come ben si deduce da OLIMPIA (città olimpica o mito femminista? Propendo per il riferimento a Olympe de Gouges, pseudonimo di Marie Gouze, vissuta in Francia nel Secolo dei Lumi, drammaturga e attivista politica i cui scritti femministi e abolizionisti ebbero grande risonanza contro schiavitù razziale e negazione dei diritti della donna. Promulgando l'uguaglianza politica e sociale tra uomo e donna, dimenticava “le virtù che convengono al suo sesso”, condannandosi da sé alla ghigliottina). “... quale nube ha offuscato il tuo pensieri/a quale ancora hai ormeggiato le certezze.../Salta verso l'ignoto!” o in ACCA LARENTIA, figura semidivina, prostituta protettrice del popolo umile, sembrerebbe moglie del pastore Faustolo, che soccorse i gemelli Romolo e Remo, fondatori di Roma. Assume i nomi di Faula o Fabula, e viene detta “lupa” (termine con il quale i Romani indicavano le prostitute e dal quale viene il termine “lupanare”) “Non so se ti sono insopportabile/o solo indifferente.” Poi passa attraverso la decisione di una trasformazione di sé con LILITH (demone sumero o prima moglie di Adamo, in parallelo alla crescente emancipazione delle donne nel mondo occidentale, alla fine dell'Ottocento, Lilith assurge a simbolo del femminile che non si assoggetta al maschile e, rivalutata nelle religioni neopagane, viene posta a fianco di simboli come quello della Grande Madre) “...Sarò un'altra me/un'altra storia/un'altra croce/un'altra ora.” e tra BRISEIDE (figlia di Briseo, sacerdotessa troiana di Apollo) “...Vorrei essere l'aurora di un giorno infinito/che scalda la tua fronte ignara” e tra i “quieti rancori” da ELENA (di Troia, icona dell'eterno femminino. Proprio questa sua caratteristica archetipica fa sì che, nell'immensa letteratura nata attorno alla sua figura, Elena venga raramente considerata responsabile dei danni e lutti provocati dalle contese nate per appropriarsi della sua bellezza), e sobrie auto rassicurazioni per un amore non ancora corrisposto “amare non è altro/che il naturale desiderio di essere riamati” arriva anche ad ASTREA (altro personaggio della mitologia greca, vergine stellare simboleggiante la Giustizia, figlia di Astreo e di Eos, innocente e pura), giungendo perfino all'empatia con il male subito e perpetratole “Eppure, se lo si ascoltasse/saprebbe come farsi perdonare” e alla morte, in ECATE, (personaggio di origine pre-indoeuropea che regnava sui demoni malvagi, sulla notte, la luna, i fantasmi, i morti e la Negromanzia, ma qui sembra più essere d'ispirazione alla Vallesi in qualità di psicopompa, in grado di viaggiare liberamente tra il mondo degli uomini, quello degli dei e il regno dei Morti.)

Tracce dell'ispirazione a D'Annunzio - da me amato fin dall'adolescenza - l'amante guerriero ispiratore di gesta da epopea e poeti financo europei a lui contemporanei, si ritrovano disseminate nella silloge della Vallesi. O ancora influenze ungarettiane quasimodiane in PER GILDA (dopo il nostro litigio) amica della Poeta, cui la Vallesi attribuisce il nome di una bellissima spogliarellista, personaggio interpretato da Rita Hayworth. La canzone Put the Blame on Mame rimase indissolubilmente legata al suo nome. “Una luce piccola e calva/accovacciata sull'ancora salvifica/del perdono/mi attraversa/come un dono./Il buongiorno è/un'amaca di sabbia/appesa tra la sera e l'alba.” CIRCE (i cui magici artifizi trasformavano gli uomini in leoni, cani, maiali, a seconda del carattere e della natura) “L'orizzonte come/stelo di sole/infuocato al tramonto/e pallido all'alba/separa l'immenso cielo della vita/dal mare della mia anima bambina.” e via così dicendo, passando da una biblica SARA “ … Sarai spiga di luce di una qualsiasi alba” a muse come CLIO “Un fulmine nella tempesa/o un raggio di sole al tramonto.” Leziosità, a dire il vero, che però alla Vallesi si possono perdonare, perché appartenenti alla sua personalità, gradevolmente leggiadra.

Consigliato a storici e mitologi che però siano anche amanti della Poesia Alta, per intenderci alla D'Annunzio, Quasimodo, Ungaretti, agli estimatori dellEterno Femminino, alle Femmine Vere.