giovedì 14 giugno 2018

L'UOMO OMEGA


È la prima volta, tra tutta la letteratura erotica derivante da EROSCULTURA di Daniele Aiolfi, che leggo di un feticista del piede, perversione prevalentemente maschile che prevede l’utilizzo di oggetti, detti feticci, quali mutande, reggiseni, calze, scarpe, stivali, o altri accessori di abbigliamento femminile o parti anatomiche come piedi, capelli e talvolta anche difetti fisici come cicatrici da cui ricava piacere sessuale. Spesso il feticcio è necessario al soggetto per raggiungere l’eccitazione sessuale e la sua assenza può determinare una disfunzione dell’erezione.

L'autore Ivan Nigò, sotto pseudonimo, si esplicita uomo omega, rendendosi “necessario collante amoroso della coppia.”. I piccoli refusi reperiti qua e là (c'è un sospetto “incese”, un “alo” invece di “allo”, un “le” al posto di un “gli”), si fanno subito dimenticare dalla sorprendente ricchezza chimica del suo linguaggio in generale, in particolare riguardante quella parte anatomica oggetto della sua adorazione e del sentore di sporco che ne emana e che noi esseri comuni senza parafilie  chiameremmo puzza di piedi. Riporto, a mero esempio non esaustivo, un elenco dei termini utilizzati dal Nigò per definire un odore, declinato in tutti i suoi innumerevoli sinonimi, come “richiamo, sapore, odorino, puzza, influsso, sudorazione, zaffata, profluvio, esalazione, afflato, brezza, effusione, olezzo”: umilievole, persistente, sincero, fermo, muschiato, intimo, improbabile, complicato, soporifero, ancestrale, incomparabile, sbalorditivo, condensato, indecente, ipnogeno, invasivo, viscoso, leggero, rappreso, puerperale, ammonico, munifico, sconcio, basico, faceto, lezzoso, sfacciato, bizzarro, stordente, e così tante altre denominazioni, aggettivi nominalizzati o vezzeggiativi, da farmi sospettare che dietro lo pseudonimo Ivan Nigò si nasconda un chimico, esteta e dotto, sia di scelte lessicali che di conoscenze antropologiche. A proposito di uomo omega, trovo errata la strategia di spiegarne il significato in due righe come introduzione, così invece ben chiosato sul finire dell'opera, togliendo al lettore la curiosità. Anche perché essendoci ben poco sviluppo di un plot, (un uomo si innamora nell'infanzia di una sua coetanea, Francesca che inseguirà per tutta la vita a tal punto da assoggettarsi persino al marito di lei, Carlo), ciò che c'è di pregiato in questo scritto è il concedersi totale nelle descrizioni di rapporti carnali, da rendere il libro avvincente successione di secrezioni umorali e indimenticabili scene di sesso, anche tra uomini. Il quasi conclusivo chiarimento circa la funzione omega di un uomo, alla fine, resta la vera e unica sorpresa. Peccato dunque anticiparla.

Dicevamo, il Nigò Maestro delle spiegazioni odorose: “E come fanno le giovani laboriose sarte, che con la scarpetta impegnata nell'instancabile prestazione, premono sul pedale repulsore che muove la ruota della cucitrice, smuovendo sotto i loro piedi l'aria caliginosa di aulenze tessili risentite dal vivido odore plantare che immane costretto sotto al banco da lavoro, così Marinella animava il clima sottostante di laide frescure sofisticate, che si risvegliavano dal suo piede zeloso per premiare la mia appassionata devozione con l'intima pratica con cui lei mi aveva avvezzato.”

Per mero esercizio stilistico, ho ricopiato altri passaggi magistrali che non riporto qui, tranne questo:
La voglia di cadere ai suoi piedi più maturi, che tanto in questi anni avevo sospirato, mi fece fantasticare di prostrarmi umilmente sotto il tavolo, dove, nella mia fabulazione, Francesca si sarebbe sfilata per metà la scarpa sostenendola in un equilibrio instabile con l'alluce inarcato, e io mi sarei permesso di annusare arrischiandomi nell'interstizio tra la soletta e la pianta del piede mentre lei dondolava la scarpetta per ventilare gli afrori che la calzatura le procurava, e importunata dei miei sfioramenti e dagli ansimi affannati provenienti da sotto il tavolo, Francesca si sarebbe certo decisa a sgridarmi. Conoscendola, sapevo che si sarebbe tolta le scarpe, mettendo un piede di fianco all'altro e piegando le ginocchia per alzare le gambe, mi avrebbe afferrato per i polsi con le mani e tirato a sé, portandomi la faccia ad aderire sulle piante dei suoi piedi affiancati, per tacitarmi la bocca e rendermi mansueto con l'odore intimo dei suoi piedi. Così sarei stato teneramente calpestato e Francesca, pigiando alternativamente con i piedi sulla mia faccia, avrebbe di certo preteso che annusassi bene, anche tra le dita, nonostante le conseguenze della calura estiva lo sconsigliassero vivamente, facendomi in questo modo rivivere le sensazioni che in gioventù mi dispensava per farmi sospirare il suo esoso affetto.”

Giacché sono dal 2007 impegnata in azioni di contrasto per la prevenzione delle violenze di genere nel rispetto dei diritti del singolo individuo, https://ilpiacerediscrivere.it/intervista-a-stefania-pastori-1/ CORPI RIBELLI resilienza tra maltrattamenti e stalking è acquistabile al https://stores.streetlib.com/stefi-pastori-gloss/corpi-ribelli-resilienza-tra-maltrattamenti-e-stalking),
devo ammettere che la ricerca di abiezione, di umiliazione, di sottomissione brutale mi ha turbata, ma posso capire, senza giudicare, che alcune persone lo faccia per proprio piacere.
E l'atteggiamento violento con cui si imponeva tra le mie chiappe per farmi sentire il suo cazzo, stranamente mi rassicurava, e stava facendomi comprendere che le botte che ricevevo con tanta animosità nel culo, erano la giusta cura per la malattia affettiva cui mi aveva portato Francesca, anche se non potevo nascondermi che questa era una facile scusa per giustificare il mio fallimento, poiché in verità avevo già goduto nel sentirmi posseduto da un maschio, e non mi dispiaceva affatto provare il brivido dell'infamante declinazione sessuale con cui Carlo mi traviava per farmi esternare tutta la mia vergogna e l'imbarazzo delle mie squallide azioni davanti a Francesca, sempre pronta a perdonarmi.”

... odori ascosi nelle pieghe più profonde che mi facevano arrossire il viso di vergogna per l'incontenibile turbine degenerante”
... oggi mi lasciassi marchiare dallo sperma”
Non si impietosì delle mie discolpe, infilandomelo in bocca per non ascoltare altre scuse.”
È innegabile che ognuno trova nelle proprie flatulenze qualcosa di estremamente piacevole quanto incondivisibile, se non con il nostro più nascosto ego erotico, ma sperimentare un simile piacere annusando il culo di un altro maschio che si può permettere di scoreggiarti in faccia, non era cosa da tutti i giorni. Però, con Carlo, trovai la giusta ispirazione per provarci, sapendo che mi sarei dovuto umiliare partecipando con mutismo e rassegnazione ai suoi turlupinanti richiami anali.”

Descrizioni dalla tecnica letteraria efficacissima a parte, si direbbe che Ivan Nigò le abbia davvero vissute di persona queste sue esperienze. Ma questa è solo una mia considerazione di carattere personalissimo.

Consigliato a coloro che vorrebbero trovare conforto nel condividere una propria parafilia come il feticismo, agli etero-curiosi e, più in generale, a coloro che sono in cerca di emozioni forti e alternative.

giovedì 17 maggio 2018

COME UN PANDORO A FERRAGOSTO


Tonino è il timido protagonista, tanto da trovarsi “come un pandoro a ferragosto” in svariate occasioni della vita. Diplomando presso l'Istituto Tecnico Carlo Levi di Torino, ragioniere, ma con la passione delle Lettere, ha una dettagliata e approfondita conoscenza dei nomi della grande letteratura e delle loro opere, dei personaggi e relative caratteristiche psicologiche. Solo la passione può far fare questo. E il Marzano lo sa bene. Ce ne dà la prova descrivendo i libri sul comodino della madre di Tonino: “Una pila altissima e traballante, che solo un miracolo perenne (la magia della letteratura?) teneva in equilibrio.”

Il pandoro svanisce quando in viaggio per le vacanze al Sud, Tonino conosce Claudia, con cui riesce ad instaurare subito un buon dialogo, ricco di allegria e ironia. Claudia gli racconta di un amico dal nome usuale da quelle parti e Tonino ci scherza amabilmente.
Se in una piazza affollata chiami Salvatore si girano tutti. Sai che sforzo dover variare all'infinito il nome per non confondere un Salvatore con l'altro?!” “Tore, Totò, Salvo, Turiddu... “buttò lì Claudia. “Sasà, Toruzzu, Turi...” rispose lui al volo. La ragazza di controbalzo: “Toto, Torillo, Sarbaturi...” ridacchiando. “Toruccio, Totore, Salvino, Salvuccio, Turicciduzzo!” esagerò Tonino.” 

Così nasce un amore da viaggio, destinato, dopo la vacanza, a sparire per la lontananza l'uno dall'altra. Con l'espediente di narrare della morte di un amore a distanza, il Marzano coinvolge il lettore. Ma l'Amore a quell'età rinasce subito. Tonino costruisce una nuova relazione con una collega di lavoro. Il Marzano ne descrive lo sbocciare con ciò che gli riesce meglio, ovvero la scrittura poetica: “Non appena varcata la soglia, fecero subito l'amore, in modo spontaneo e naturale. Senza nessuna inibizione alla voglia di esplorarsi, di cercarsi l'anima bocca con bocca, sprofondati in un brivido muto che sorreggeva i loro corpi di amanti, incollati nel dolce incanto di quella notte troppo breve. (…) Era un amore sbocciato a sorpresa, come un fiore di zucchino nella sua gialla, luminosa e sfacciata bellezza, comparso una mattina là dove la sera prima non c'era niente. Uno dei giochi sbalorditivi della natura che fa esplodere vulcani, fiori o amori a suo piacimento.”

Tonino passerà attraverso peripezie e disastri, anche economici, tanto da obbligarlo ad allevare galline pur di risollevarsi e di tornare indipendente economicamente.
Pensava che il rapporto con Dio, Allah, Buddha, o chi per loro, fosse una cosa intima e che riguardasse soltanto l'individuo.” Unico appunto al Marzano: Buddha non è un dio, ma un comune mortale. La storia è semplice e gradevole, anche se l'autore eccelle in altro campo. Direi infatti che la prosa non è la sua cifra migliore, ma la scrittura poetica, che gli consente assonanze, rime interne, i giochi di parole, come in M'ILLUMINO DI MENSOLE

A conferma, la sua prima prova di prosa conclude così, con un gioco di parole:
Hai visto dove ti sei messo? Sembra la tua insegna!» (…) Tonino si arrampicò lesto lassù fino al cartello sopra la sua panchina. Staccò la grossa “N” adesiva che componeva la parola “Nuova” e la trasferì proprio dove mancava la “r” di Torino. ToNino Porta uova.

COME UN PANDORO A FERRAGOSTO è uno dei tanti esempi di letteratura scritta in dislocazione, un'eredità di scrittura cartografica alla Salgari che descrisse della Malesia senza mai esserci stato. Il Marzano parla di Torino e ne descrive luoghi senza averci vissuto, con una differenza: oggi c'è la tecnologia di Google.
  
Consigliato alle persone rinate dopo un disastro economico e/o amoroso per identificazione, a quelle che lo stanno affrontando per ricevere un grande incoraggiamento: basta rimboccarsi le maniche per risollevarsi perché nulla è perduto.

lunedì 14 maggio 2018

DALL'INTERNO DELLA SPECIE


Sono così assuefatta alla scarsa qualità di scrittura dei prodotti editoriali che ricevo in lettura per essere recensiti, da non riconoscere immantinente un scrittore mirabile.
Così, recepisco la silloge di poesia DALL'INTERNO DELLA SPECIE di Andrea De Alberti (che, come al solito, non conosco), senza avvedermi che l'editore è. Punto. Non lo dico per non creare aspettative, proprio com’è successo a me.

Di conseguenza, non conoscendo il poeta e ignorando la casa editrice, tendo subito a diffidare della qualità poetica di quest'opera, non essendovi rime. Nel corso di anni da filosofa, scrittrice, poeta, recensora, studiosa in generale, ho accumulato la convinzione che, passando da Dante a Montale, Ungaretti, Quasimodo, Valduga, la Poesia si evoluta/involuta in più direzioni, dalla rima baciata delle filastrocche, agli endecasillabi più arzigogolati e astrusi. Oggi, grazie al De Alberti, ri-scopro il colloquiale (Valduga, Raboni, Sereni quasi mai studiati nei Licei perché troppo contemporanei?) Ecco una trappola in cui cadono i sedicenti poeti: credono basti scrivere in rima per esserlo. Il De Alberti fa anche di più: scrive ispirandosi alle Scienze esatte, persino per il famigerato binomio cuore/amore. Per fare Poesia, ci vuole Filosofia, Scienza, Sapere, Saggezza, Ironia, Levità. In una parola, Vita Ragionata e Sentita. Alcuni esempi dall'opera del De Alberti.

GORILLA
Siamo depressi come gorilla/ (… segue una serie di scientifiche dissertazioni sull'eziopatogenesi della depressione)/ noi come gorilla ai quali se si riduce lo spirito competitivo/ aumentano le chances di vincere lo stress,/ di sopravvivere più uniti ai morsi della fame.

NON SOLTANTO QUI LA NEVE
(…)“Dicono gli scienziati: su uno schermo primordiale/ l'anima nel freezer ha un cervello emotivo/ che può ancora difendere.” in cui il poeta ammette di essere frutto di una “strana evoluzione” che impedisce a “ragione e sentimento” di restare uniti (rivelando di essere fan di Jane Austen).

LA DONNA SCIMMIA è una intensa poesia sulle funzioni genitoriali e i loro parallelismi nel mondo dell'arte contemporanea: “Tutte le sere per un anno intero ho fatto questo:/ ho usato Burri per fantasmi assemblati con i sacchi/ Joseph Beyus per riplasmare concettualmente/ la natura di mio padre./ Ma tra la madre e il figlio,/ spasimo per amore senza distrazione,/ schiacciato senso di colpa,/ dovrebbe persistere uno spazio virtuale,/ come un taglio nella tela di Fontana/ perché è lì* che nasce la creatività/ del neonato, se qualcosa non va a male./ E la donna scimmia continua il suo cammino/ con un'elica spezzata di cromosomi.”
Questo componimento gratifica le mie ridotte conoscenze artistiche (fui Art Director in pubblicità, nonché assistente di un Artista pittore da cui ricevetti in dono un Fontana). Non conoscevo Joseph Beyus, che ora so essere un performer molto apprezzato. La letteratura diventa grande se insegna qualcosa.

IL DOLORE AI TEMPI DELL'AULIN, IKEA, MANHATTAN, UN SOGNO EQUATORIALE, SALINGER e altri, sono componimenti sottilmente ironici: “Il dolore è come quando uno non sente al telegiornale/ ma capisce da strani segni che qualcosa sta andando male.” “Non pensare piú* in grande di uno specchio da muro,/ di una sedia rossa smontabile, di un tavolino laccato,” “un terzo dell’una, due parti per l’altro,/ la testa come una ciliegia nell’alcol.” “solamente un sogno equatoriale:/ una spiaggia con una mensa self-service/ attorniata da palme offriva riparo/ a uomini con un cuore./ L’homo sapiens doveva ancora arrivare.” “quanto sonno vi ho risparmiato rifiutandomi ai televisori?” Lascio ai lettori l'attribuzione dei versi alle singole poesie.

L'ANELLO MANCANTE
(..) l’anello mancante non è un essere umano,/ un primitivo nascosto nel cuore di una caverna,/ ma è un’assenza che genera linfa per una nuova terra.”

BISOGNEREBBE ELABORARE TUTTO
“… staremo a vedere.” L'autore platonicamente sospende il giudizio.

L'EVOLUZIONE È ALTRUISTA “Io che per anni avevo creduto all'egoismo per natura,
mi trovo a essere chiamato giraffa d'altruismo.”

Un tema ricorrente: King Kong, Jessica Lange, Manhattan, 1976-2001 il film, scimmioni, donne scimmia e gorilla.

Consigliato agli appassionati di Filosofia, Scienza, Sapere, Saggezza, Ironia, Levità, non in prosa, ma in Poesia.

*Al terzo “così” scritto con accento acuto mi è venuto un sospetto e ho controllato. Ogni avverbio di luogo, cioè quattro, “lì” ha l'accento invertito, ogni “più” è invece “piú”. Possibile che una casa editrice di siffatta importanza ammetta nel proprio manuale di stile accentazioni quantomeno buffe? Allora ne parlo con il De Alberti, il quale appunto afferma che «l’accentazione delle parole, così anche nella prosa, fu decisa nella seconda metà del Novecento da illustri critici, pensatori, filosofi e scrittori nonché fondatori della Einaudi», da cui si cristallizzarono consuetudini minoritarie e differenti rispetto alla stabilizzazione relativamente recente della nostra lingua, ovvero nella prima metà del Novecento. Allora, in conclusione, si direbbe che il sistema “primo Novecento” consiglia l'accento grave nei tre casi in cui è impossibile distinguere tra differenti gradi di apertura delle vocali (à, ì, ù), mentre alterna l'accento acuto con quello grave a seconda della obbligatorietà (o della volontà) di segnalare la chiusura della vocale (perché; córso della Corsica) o, viceversa, la sua apertura (dòsso). Da notare che la o finale è sempre aperta (contò, ohibò, paltò, sospirò, però). La casa editrice Einaudi nelle sue opere a stampa adopera invece, nel sistema “secondo Novecento”, l'accento acuto per tutte le vocali considerate chiuse (é, í, ó, ú) e l'accento grave per tutte le vocali aperte (à, è, ò). C’è sempre da imparare, ringrazio il De Alberti per avermi insegnato così, anzi, no, cosí tanto.

venerdì 11 maggio 2018

L'AMORE NON FA SOFFRIRE


Abbordo questo L'AMORE NON FA SOFFIRE come sempre senza saperne nulla, per lasciarmi sorprendere, nel bene e nel male, dall'autore. Manco conoscevo il sottotitolo, dal quale avrei facilmente dedotto che si tratta di un manuale d' “amore maleducato”, come lo definisce lo stesso Amato (un nome, un programma), con tanto di Trade Mark, di sito e pagina Facebook.

Scritto in linguaggio snello e diretto, il primo impatto mi allarma: sembra quasi segnale di mancanza di qualità, impressione che si rivelerà scorretta, perché l'intenzione dell'Amato, studioso, professionista e formatore, è quella di rivolgersi al maggior numero di persone appartenenti a qualsiasi categoria, anche a quella degli illetterati..

Si divide in più sezioni: la parte iniziale si concentra sul divario esistente tra la concezione d'amore che la più parte dei disillusi ha, ovvero un amore idealizzato grazie a letteratura, film, fiction (che per l'appunto, è finzione), dalla immaginazione, dalla poesia, da Prevert, da aspettative di emozioni; in cui l'amore è uguale a vantaggi e benefici per sé; in cui ci si lascia travolgere dalle emozioni e dalla passione, in cui si nasconde la serie di difetti altrui (per non vedere i propri), in cui si proiettano sul partner le nostre aspirazioni; in cui ci si aspetta che dall'altra parte sia prevista una sfera di cristallo per cogliere al volo le proprie personali esigenze. A tal punto è diffuso questo sentire, che l'Amato auspica nelle scuole l'avvento di: “un'ora durante la quale si parlasse e s'insegnasse ai giovani l'arte di vivere felici e di amare in maniera consapevole.”

Per parlarci dell'Amore vero, l'Amato afferma che:
Non vorremo vivere l'amore per paura di soffrire, ma soffriremo a causa della sua mancanza.”
E anche che:
Il come fa una differenza enorme nella tua vita e nella tua relazione.” Non il perché.
E infine che:
La difficoltà più grande è quella di comprendere che la sofferenza, molto spesso, nasce dal nostro modo di vedere le cose. Continuiamo ad incolpare gli altri, invece di assumerci la responsabilità della nostra situazione e a fare qualcosa per cambiarla.” Tutte affermazioni che sento concrete, perché aderenti alla filosofia buddista che sperimento ogni giorno nel quotidiano.

E poi ci parla dell'Amore Vero, in cui si scopre che la felicità sta nella dedizione e nell'ascolto del partner, risiede anche e soprattutto nelle piccole cose (che non finiscono mai), non solo nelle grandi passioni (che finiscono); in cui si applicano le cose imparate dalle batoste precedentemente ricevute; in cui non ci si lascia andare a casaccio, ma si costruisce assieme al partner giorno per giorno come fosse il primo giorno, rinnovando il voto di felicità che si fa a se stessi, indipendentemente dalla sua presenza o meno; in cui il sentimento, non l'emozione, decolla partendo dalla conoscenza (magari anche traumatica) dei reciproci difetti e per questo motivo, non può che raggiungere spazi siderali. Non si basa sul famigerato “colpo di fulmine”, ma sulla graduale conoscenza fatta di quotidiano; nasce cioè da esperienze dirette, negative, poi rielaborate, forse non da soli, ma con il sostegno di psicologi e di forti amicizie, oppure di una speciale filosofia di vita. L'Amore è condivisione, donare, senza pretendere nulla in cambio. L'Amore è scoprire assieme le cose belle e le cose brutte, è voglia di stare assieme, di mettere in luce le proprie fragilità, persino le negatività. Senza avere aspettative, ma cercando di confrontare le rispettive personalità, desideri, voglia di vivere. L'amore vero nasce infine dal guardare dentro di sé, avendo il desiderio di donare amore, in tutte le relazioni, anche in quelle di amicizia.

Un'altra sezione del libro ci induce a rispondere schiettamente a tre domande fondanti, quali:

1. Sei sicuro che i pensieri e le convinzioni che hai sull'Amore siano corretti? Quali sono i motivi che ti spingono a crederlo?
2. Sei davvero convinto che il modo di relazionarti con il partner (presente o passato che sia) sia davvero quello che ti permetterà di essere felice? Perché?
3.Da che cosa nascono le tue convinzioni e i tuoi pensieri sull'Amore e sulle relazioni?

Invito ogni lettore onesto con se stesso a rispondere per iscritto. Il mio partner ed io l'abbiamo fatto, ognuno indipendentemente dall'altro, costituendo così due documenti comprovanti la qualità della nostra relazione agli esordi.

Quindi, l'Amato passa a descriverci alcune modalità di comportamento efficaci alla nascita e crescita dell'Amore, cristallizzandole in “sette strategie”, perché “nel momento in cui i tuoi pensieri cambiano, anche la tua realtà si modifica.” Non le anticipo, diversamente svelerei proprio il cuore del libro. Conclude la sezione affermando che “l'Amore è un viaggio che attraversa campi di felicità e a volte deserti di tristezza, ma che vale sempre la pena di vivere. Sempre con Amore.”

Infine, giunge a interrogarci su due parole fondamentali della vita, con un cambio di accentazione. Allènati o allenàti. Una è Felicità: “Concentrati su quello che TU puoi fare per essere felice, senza attribuire la responsabilità della tua felicità a qualcun altro.”
E l'altra, ovviamente, è Amore: “Ancora una volta concentrati sui comportamenti, sulle azioni e sui pensieri che per te sono segnali d'amore, in modo da individuarli ed essere consapevole se esistono nella tua storia d'amore.”

Consigliato ai disillusi dall'Amore che hanno capito che fermarsi alle apparenze, alle emozioni, ai colpi di fulmine, alla superficialità delle relazioni li porterà sempre a scegliere le persone sbagliate.


giovedì 15 marzo 2018

STANDING OVULATION


Anche chi non sa l’inglese, conoscerà l’espressione STANDING OVATION, utilizzata per descrivere il fragoroso omaggio del pubblico tutto in piedi per un artista. STANDING OVULATION, le donne sono superiori agli uomini, anche nella violenza, tratta argomenti come violenza delle donne sugli uomini, omofobia, affido condiviso, sottrazione di minori, pornografia del sentimento, ISIS e sesso. E' la rielaborazione di un blog contro le violenze di genere, negli ultimi due anni seguito da oltre duemila persone e su Twitter da oltre un centinaio, tra cui Renzi e Boldrini. Questa volta è un mio libro.

Nel corso di nove anni di studi, ricerche e sangue nell’ambito dei maltrattamenti in famiglia, delle violenze di genere, del sessismo, dello stalking, le mie competenze si sono evolute, grazie a una rete di relazioni umane che comprende anche uomini abusati dalle donne. Le sezioni interne sono:
PAPÀ NEGATI, prendendo spunto da vicende reali, sempre più uomini sono vessati dalle loro ex quando si tratta di permettere le visite ai figli. SESSO E SOCIETÀ, partendo da fatti di cronaca, narra di come cambia il nostro rapporto con il sesso nell’ottica dell’evoluzione e/o involuzione della Società. DONNE RESILIENTI, FAMOSE E NON, meglio parlare di modelli cui ispirarsi che non di ecchimosi. FEMMINISMO, nonostante le apparenze, ce n’è ancora bisogno. IL FANTASMAGORICO ALLOGGIO POPOLARE, la ricerca di un alloggio a basso costo per una donna reduce da distruzione familiare, narrata con ironia e modi d'uso in dieci mesi tra graduatorie, uffici comunali e addetti impreparati.
Tuttavia, l’argomento principale è la violenza delle donne sugli uomini, un ribaltamento rispetto alla mia precedente opera, CORPI RIBELLI, resilienza tra maltrattamenti e stalking. E la prima recensione mi arriva proprio da un esperto in materia, il prof. Marino Maglietta, accademico italiano, professore associato di fisica presso la facoltà di ingegneria dell'Università degli Studi di Firenze e docente presso molti istituti di formazione di mediatori familiari. È socio onorario dell'AIMeF Associazione Italiana Mediatori Familiari e membro della Consulta Nazionale per l'Infanzia e l'Adolescenza "Gianni Rodari", nonché fondatore dell’associazione "Crescere Insieme" attraverso la quale porta avanti un'opera di sensibilizzazione rispetto alla tematica dell'affido condiviso e alla pratica della mediazione familiare.
Concepisce la struttura portante di quella che diventa la prima Legge italiana che contempla l'affidamento condiviso dei figli attraverso la modifica dell'articolo 155 del Codice civile. Tale Legge rende possibile una gestione equilibrata e meno conflittuale del processo di separazione tra due coniugi, anche attraverso il percorso di mediazione familiare. Ma tale Legge, seppur involontariamente, ha dato il via al reato di sottrazione di minori.
Di STANDING OVULATION, il Maglietta scrive: “Ho apprezzato lo sforzo di obiettività, tanto più meritevole in quanto spesso ha obbligato l’autrice Stefi Pastori Gloss a prendere posizioni contrarie alla sua esperienza personale. Esistono, in effetti, una miriade di testi sulle sofferenze da separazione, prevalentemente scritti da padri separati che lamentano il proprio calvario, imposto da un diritto sessuato, condizionato da stereotipi di genere, impregnato di ideologia e accompagnato nel vissuto quotidiano dalle conseguenti impunite angherie di ex vendicative, punitive e alienanti. Così come non mancano le testimonianze di donne maltrattate, vittime di violenza in tutte le sue molteplici forme, quanto meno adesso confortate da una generale solidarietà e da un’elevata attenzione, anche se non di rado motivata impropriamente da considerazioni di opportunità politica.
Mancava, invece, una voce che saltasse gli steccati e si presentasse capace di cogliere le ragioni degli uni e delle altre, probabilmente convinta, come chi scrive questa nota, che nei problemi della famiglia o di coppia – escluse le situazioni estreme - non si superano le difficoltà se non cercando soluzioni globali, che accolgano come meritevoli di considerazione e di tutela tutti gli aspetti che fanno soffrire ciascuna componente.
Arriva, dunque, oggi quest’opera, da parte di una persona che, partita come scrittrice con l’esporre solo il punto di vista femminile, le storie di donne maltrattate di CORPI RIBELLI, ha poi metabolizzato la propria esperienza avvicinando con successo l’altra metà del cielo, accogliendo e abbracciando altre forme di dolore.
Che questo piccolo grande libro possa volare." Marino Maglietta.

Consigliato a papà separati, a uomini maltrattati dalle donne, alle nuove femmine che non negano l’evidenza, agli omofobi per aiutarli a capire le istanze omosessuali, a uomini che accolgono le istanze femministe.


martedì 13 marzo 2018

DORA STURM


Mi dispiace solo di una cosa: che conosco Antonino Emanuele Valere come Editor (nonché architetto) da quando, due anni or sono, andai ad un workshop di Editoria al Tempo del Digitale,
quindi temo di non conservare la mia proverbiale quanto lucida distanza dalle due opere che mi ha chiesto di recensire. È il primo a farmi questa richiesta esplicitamente: afferma di seguirmi sui Social e di essersi deciso grazie alla mia imparzialità. Spero di non deluderlo. Dei due romanzi, inizio da quello che mi suona un po' sturm und drang. (Emanuele perdonami perché ho l'impressione che tu abbia sbagliato nel tirare ad indovinare quale dei due avrei attaccato per primo, visto che ultimamente ho recensito romanzi erotici e che, dal titolo, suppongo che il tuo altro lo sia).

Mi chiedo cosa l'abbia ispirato per scegliere questo nome così “tempesta e impeto”. Al termine della lettura, suppongo, più che ad ogni altro cristallizzato da quel movimento tedesco, si sia maggiormente riferito al concetto di oltreuomo, il cosiddetto Übermensch, che ribalta l'ordine costituito, concepito come genio al di fuori di qualsiasi cànone estrinseco, come a voler giustificare la ricerca, forse vana, del protagonista, ben raffigurando l'inquietudine contemporanea che si sazia solo con il desiderio dell'impossibile.

Inusuale per un autore posizionare i ringraziamenti nelle prime pagine, che di norma leggo anche se in fondo al libro. Da questo cambio di consuetudine, mi dovrei aspettare una scrittura di novità. “E grazie in anticipo - e infinitamente – a chi leggerà per leggere, e leggerà con leggerezza.” Sta ringraziando proprio me, che onore. Me lo conferma anche la dedica. Io che sono “rinata” più volte nella mia vita (e non è solo un modo di dire), la dedica del Valere: “a chi ha la forza di rinascere” mi emoziona a tal punto da farmi venire le lacrime.

Se riportassi le frasi che colpiscono maggiormente, riprodurrei il libro, e le amo molto perché sono caratterizzate da una ricerca raffinata di vocaboli ed espressioni filosofiche. Una su tutte:
E il conducente commetteva l'errore più grande: avanzava verso il passato.” Poi però mi accorgo
quasi a metà del libro che cotanto modo di scrivere lezioso e ridondante, mi viene a noia, qui l'apice dell'ingiustificato:
Arrivò a Milano senza concedersi il lusso di stupire nessuno, tanto meno se stesso.”

Non abbandono il libro al suo tragico destino alla Pennac, solo perché il Valere dissemina perle letterarie come: “Non si dovrebbe mai raccontarla a nessuno, la verità. Si corre il rischio di restare nudi e assiderati nel bel mezzo di una grandinata mai vista.” “Leggerezza: (leg-ge-réz-za) n.f. pl. -e. Saggezza camuffata da superficialità.”

A tre quarti del libro, sul finire della missione del protagonista, si verifica l'incontro inaspettato. Una sorta di colpo di scena senza scena e senza colpo.
Forse la Sturm poteva leggere dentro i silenzi, come i sensitivi e i veri scrittori, che poi fa lo stesso.”
Torna a vivere, Mattia. Le risposte che cerchi arriveranno quando avrai smesso di fare domande.”

Come nascono i libri?” le chiese “Li scrive la vita? La loro gestazione ha a che fare con la stessa casualità per cui ce li ritroviamo tra i piedi?”

Perché non c'è niente in natura che abbia arroganza e forza di procedere in linea retta.” Per me, potrebbe anche finire qui, in sospensione, invece il Valere procede ancora per qualche capitolo, senza far accadere nulla. Quindi non mi fermo, nonostante la noia. E per fortuna, perché rilascia ancora pillole di saggezza, come:

Era stato bellissimo perdersi nelle consapevolezze di chi racconta per mestiere e maledizione.”

Un non dare più seguito a reconditi desideri”

L'ultimo capitolo, il 10, è davvero pleonastico, e per un attimo mi balena la presuntuosa considerazione che se il Valere lo volesse tenere, che lo inserisca prima del viaggio a Lugano.

Invece no, proprio al termine dell'ultimo capitolo, il secondo “classico” colpo di scena, in posizione non classica. Un finale doppio, basato su dotte considerazioni su cosa sia la scrittura che meriterebbero una trattazione più spaziosa, anche in chiave poetica, e su una sorpresa che ci lascia librati sull'ignoto, ma che già immaginiamo, ormai conquistati dalla speranza disperata del protagonista. Come spesso accade, il valore di un romanzo lo fa il finale. Bravo Valere! E non lo dico per piaggeria.


Consigliato a chi vuole conoscere passo passo un autore dal suo “primo vero romanzo” che ha scritto da “imberbe” (sebbene lo veda portare da almeno due anni uno spesso barbone) per seguirlo nella sua che sento inevitabile e bella evoluzione.

venerdì 23 febbraio 2018

BRASILIA


Ammetto di aver iniziato iniziato la lettura di questo romanzo una notte, durante l'insonnia. Pochi minuti dopo ero già addormentata. Ero stanca, avevo avuto una di quelle giornate intensissime che mi sono tipiche, ma la cosa mi mise in allarme circa l'effettiva qualità dello scritto. Poi, nel seguente pomeriggio, ho continuato dal punto in cui l'insonnia aveva lasciato il passo alla vita, ed è solo quando Krauspenhaar asseriva: “Qualcosa di indicibile mi pungeva al petto, forse la consapevolezza che la vita era davvero altrove” come un grande scrittore sa fare, che cominciava ad avvincermi. Tuttavia la lettura deve arrivare alla fine del primo quarto di libro per conquistarmi definitivamente, quando spunta l'affermazione “Ero oppresso da un senso selvaggio di perdita, come se mi avessero rubato non solo l'identità, ma tutti gli anni della mia vita, dal primo all'ultimo. Ero raso al suolo, come nudo di fronte all'eternità.” È comunque tranquillamente possibile affermare che l'incipit non sia tra i più fulminanti che abbia mai letto (vedi L'ODORE DEL RISO di Angelo Ricci).

Vorrei fare una piccola introduzione sulla parola “distopìa s. f. [comp. di dis-2 e (u)topia]”. Tutte le parole col prefisso dis- (disistima, disarmonia, disabile, disfare, disadatto) possono esprimere sia valore contrario (es. abitato/disabitato), sia privativo (attivo/disattivo). Il dis- può esprimere, oltre al valore privativo come diserbare, anche quello reversativo (disincagliare, disabilitare); può poi avere valore oppositivo (come ad esempio in disapprovare, disobbedire). Nel caso di distopia equivale quindi a realizzazione negativa di un'utopia. Leggendo BRASILIA qualcuno come Matteo Fais ha parlato di distopia fantascientifica, ma non sono d'accordo. Cerco di motivare brevemente, senza fare un trattato di fantascienza, partendo dalla definizione che recita: “previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all’utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi. In aperta polemica con tendenze avvertite nel presente.” IN APERTA POLEMICA CON TENDENZE AVVERTITE NEL PRESENTE. Parlando di potere di stato come strumento di dominio, le parole chiave sono tre: POLEMICA, TENDENZE, PRESENTE. Krauspenhaar non ha voluto scrivere di fantascienza, perché ciò di cui racconta esiste già nel presente. Le sette sataniche sono presente. L'uso di droghe è presente. La coercizione delle menti è presente. Non polemizza con il potere, non riconosce una tendenza, non c'è un'utopia mal realizzata, parla di un futuro che in realtà è già presente. Potrei persino azzardare che forse, in fondo, pur soffrendone, gli piace, ci si trova a suo agio, ci sguazza, sia lui autore, che il suo personaggio (che è un po' se stesso). Si coglie anche dalla copertina, di un giallo malato perché abbastanza offuscata nei toni e acida, direi azzeccatissima.

Quando parlo di fantascienza distopica, essendo avvenuta la mia nascita letteraria nel cinema (fui sceneggiatrice a metà degli anni Novanta), emergono spontaneamente immagini di film come STATI DI ALLUCINAZIONEBLADE RUNNERBRAZILMINORITY REPORTTHE TRUMAN SHOW,  che hanno effettivamente alcuni elementi in comune con il BRASILIA del Krauspenhaar, come l'utlizzo di sostanze chimiche per la gestione delle menti e dei corpi, il controllo della Società da parte di poteri cogenti, la manipolazione di noi esseri comuni, ma in quei film esistono davvero utopie distortamente realizzate, nel libro no.
Quindi, ciò che più conta in BRASILIA è lo stile del Krauspenhaar, il sentire, il modo di comunicare disagio, ma anche gradevoli immagini di sollievo, come quando, descrivendo l'amplesso avuto con una donna sconosciuta, dice: “Il delizioso triangolo, sotto, coi peli radi. Come se vi entrassi con tutto me stesso, in un parto al contrario” un movimento di woodyalleniana memoria.

Ora che nel mio cuore un buco enorme si era formato, e che quel buco l'aveva fatto mio padre con la sua dipartita improvvisa, c'era come un ago e filo che suturavano continuamente quel foro nel mio cuore, mentre la ferita subito dopo si riformava, e così quell'ago e quel filo riprendevano a suturare: in tutto e per tutto, contro la mia volontà che voleva odiarlo, quella sutura era Alhazi.”

Dove sono diretto? Chiede il mio petto, che ha voce e mente propria. Attacca a parlare addirittura il cuore, gonfiando il petto.”

Era curioso: il cuore, sede di ogni sentimento e centralina del corpo umano, se parlava diventava il segno contrario di ogni genere di vita, la morte.”

Dicevo che, in definitiva, ciò che più conta in BRASILIA è lo stile del Krauspenhaar, che prenderei l'ardire di definire post- esistenzialista:
A quanto pareva tutto tornava, la vita era un viaggio che partiva da un inizio che diventava la fine, un'ellissi del ritorno. Quando il sole apparì in tutta la sua pesante crudezza, il suicidio mi tornò in mente come possibilità di salvezza. Sarebbe diventato impossibile resistere, forse la salvezza evitata poteva valere un gesto estremo che ridesse a tutta la mia vita una dignità che stava perdendo” fino a chiudersi in uno di quei finali bellissimi perché sospesi come la carta del Pendu dei tarocchi marsigliesi, a conferma che è un bel finale a fare di un libro la sua bellezza.

Consigliato agli amanti della fantascienza distopica, agli esistenzialisti, a chi assume sostanze stupefacenti per riconoscersi, ai figli che non hanno mai conosciuto i rispettivi padri.