mercoledì 25 luglio 2018

CARTOLINE DALLA FINE DEL MONDO

Mi pregio di cominciare con un’affermazione del Roversi che suonerebbe apocalittica se non fosse già reale: “«Risparmiare sull’educazione significa investire nell’ignoranza.»” e che mi fa amare d’emblée questo “manuale di cultura della milanesità”.

Mi capita sempre più spesso, ultimamente, di entrare in contatto con autori ed editori via Instagram, agli inizi un Social un po’ snobbato da me, più affezionata a Facebook,  roba da antichi per gli ultra cinquantenni come la sottoscritta, tranne da quando mi accorsi che il primo sta soppiantando il secondo. È qui che Paolo Roversi “risiede”, o, almeno, la sua casa editrice, la quale mi spedisce via e-mail il pdf da recensire. Poi, mentre sto scrivendo, lo trovo anche sul Social “antico”.

Fin dalle prime battute, avverto di “conoscere” il Roversi letterariamente parlando, emulo dell’eccelso Scerbanenco. Ma capita che a volte l’allievo superi il Maestro e questo è il caso del Roversi, così milanese nelle ossa da ambientare le “sue” vicende in quel di Milano in modo preciso e mirato.

Il poliziesco CARTOLINE DALLA FINE DEL MONDO inizia con la predisposizione della fuga del protagonista al Polo Sud, nei pressi di un Faraday Bar. Enrico Radeschi, nome milanesissimo fosse solo perché uno tra i più noti locali di apericene in zona Corso Garibaldi, è un ex giornalista sempre in collaborazione con la Questura che nel corso della narrazione scoverà un imitatore di prodezze geniali del Da Vinci. Ma l’incipit riguarda la sua precedente fuga da un eventuale assassinio: il proprio, per mano di un suo vecchio personaggio investigato. Inizia così: “«Hanno ammazzato una ragazza, Antonio. L’hanno uccisa al posto mio. Per colpa mia. Capisci? E ora l’assassino è sulle mie tracce...»”

e finisce così:

“Bentornato a casa Enrico. Ho visto il tuo video in rete in cui salvi le opere di Leonardo. Bravo! Ma non rilassarti troppo. Ho seguito le tue tracce fin qui al Faraday Bar, scovarti a Milano sarà una passeggiata. Inizia a preoccuparti perché ci rivedremo presto. Saluti dalla fine del mondo.
H.” Lascio a voi di scoprire perché si riferisce al titolo.

In Milano, soprattutto nella zona di Porta Romana (toh, che caso) esistono numerose trattorie per l’appunto romane frequentate dal Radeschi. Grazie al protagonista, scopro l'esistenza di un condimento per pastasciutta tipico della cucina laziale, a me sconosciuto, preparato facendo rosolare nell'olio guanciale e cipolla, con l'aggiunta di formaggio pecorino grattugiato. Sapete come si chiama? Siete curiosi? Leggete il libro.

Ricci, il nuovo questore, Loris Sebastiani, il vice questore, che “Ha più espressioni facciali il suo sigaro di lui.” (citazione da Sergio Leone che, da cinefila ed ex sceneggiatrice, non mi sfugge), il commissario Lonigro, dottor Ambrosio, Mascaranti, tutti nomi a me già noti, ma ancora dopo la lettura non so perché. Pur essendo accanita lettrice, non mi risulta di aver scorso in precedenza qualcosa del Roversi.  “Fino a cinque anni prima insegnava semiotica all’Università Statale e io e Loris lo conoscevamo dai tempi del nostro primo caso  insieme, quando ci aveva aiutato a scoprire chi si nascondesse dietro un’antica confraternita.” “Del resto, la voglia di ballare e cantare, i sudamericani ce l’hanno nel sangue: mi ricordo uno dei miei primi casi, quando ero capitato nella chiesa di Santo Stefano, accanto a quella di San Bernardino alle Ossa, frequentata principalmente da peruviani, salvadoregni ed ecuadoriani; ebbene, la messa cantata e partecipata da tutti era un vero spettacolo. Chissà se è ancora così.” I riferimenti ad altre indagini dell’ex giornalista Enrico Radeschi non mi aiutano. L’obiettivo della narrazione è catturare l’assassino autodefinitosi Mamba Nero alias il Serpente, che ammazza nei musei della città i tecnici della TechHackCorp. Piero Sartori ne è l’odioso direttore a tal punto da far affermare a chi si occupa delle indagini: “«Su una cosa ha ragione» dico (...) «Sarebbe?» chiede Lonigro. «Perché non uccidono lui?»” .

Anche per i più accorti fuggitivi, “La nostalgia quando arriva è come un fiume che rompe un argine: inonda e porta tutto via con sé. Come il grande fiume, il mio fiume, il Po.” Così, dopo anni di oculata e difficoltosissima rinuncia a tutto ciò che può essere rintracciabile (cellulari, computer, carte di credito…), il Radeschi torna a casa.

Come spesso mi capita di rilevare in opere che si rivelano eccelse, anche in questo poliziesco l’ironia salverà il mondo:  «Darla non è un’esortazione né un consiglio; solo uno stupido nome, d’accordo?»” ,  «Un secondo Darla, tieniti in caldo.» «Tieniti in caldo? Cosa sono, una minestra?»”, “Alle mani, che stringono un bicchiere di quello che sembra champagne, anelli d’oro e d’argento. Incarna davvero tutti gli stereotipi: un capo dell’Organizacija, la mafia russa, fatto e finito. Come noi temo.”  In Corso Buenos Aires a Milano: “Le librerie hanno quasi tutte chiuso: le mutande hanno avuto la meglio sul desiderio di cultura dei milanesi.” “«Il denaro è come il sesso: se non ce l’hai non pensi ad altro. Se ce l’hai pensi ad altro.»”

Da solita pistina letteraria qual sono, mi permetto di rilevare qualche imprecisione di traslitterazione dal milanese: “Ritornare a Lambrate dopo tutti questi anni mi regala un brivido; ci vivevo appena arrivato a Milano e, da allora, questo quartiere per me è una sorta di Montmartre baùscia.” “«Non far passare altri otto anni, però? Te salùdi.»” Due “ù” che, secondo la pronuncia dialettale, andrebbero con la dieresi. Ma magari mi sbaglio, visto che sono anch’io longobarda, ma non così tanto parlante milanese.

“Quando sei giornalista lo sei per sempre. Con o senza tesserino. Con o senza testata su cui  pubblicare. È la curiosità e il desiderio di andare a fondo nelle cose che ti spinge.” Infatti il Radeschi finisce per accettare il ruolo di cronista da un suo ex sottoposto, che ha, durante la fuga, avviato un sito di notizie in tempo reale, battendo la concorrenza cartacea.

Non volendo spoilerare, dico solo che la milanesità del Roversi, oltre che sui luoghi topos della città, (il toro in galleria cui pestare i gioielli, Santa Maria delle Grazie, il caffè più famoso di Milano, le osterie della periferia), si fonda quasi completamente sul Da Vinci, i suoi Codici, le sue Vigne, le sue Macchine, la sua Arte. Il mio applauso va all’ingegnosità tutta vinciana del Roversi per aver così ben congegnato la malefica "macchina letteraria" del criminale, degno dei migliori hacker nerd mondiali, riservandoci anche un raffinato colpo di scena finale.

Come sempre in chiusura, le mie osservazioni sulla vendibilità - o meno - del libro tramite la copertina: anche se non immediatamente riconoscibile come tale, c'è del giallo, quindi è vincente. 5 stelle anche su GoodReads.

Consigliato a coloro che amano i polizieschi, i marchingegni gialli come il Giallone della Vespa anni Cinquanta di Radeschi, a coloro che adorano la città più metropolitanamente europea d’Italia: Milano, agli estimatori di Leonardo Da Vinci.

PARTITURE PER UN ADDIO

Conosco l’autore Paolo Agrati via Facebook dove, a parte un invidiabile viaggio in Rajasthan nel 2017, condivide solo battute ironiche (non sempre apprezzabili), forse con l’intento di emulare “poeti” attualmente di moda ai Potery Slam, che hanno costruito il proprio successo su battute da basso cabaret televisivo. Potrei citare alcuni nomi particolarmente apprezzati dal largo pubblico, che però non compra poesia, chissà perché.

Quindi, come sempre, non ho precise aspettative, se non quella di una poesia corrotta da comicità presuntuosa. Invece  sono piacevolissimamente sorpresa dalla qualità lugubre delle composizioni, sia scritte che musicate. Infatti stavolta il libro in realtà è un cd, anzi, per meglio dire, una compilation musicale; al primo ascolto si direbbe di natura sperimentale, in collaborazione con notevole compositore/esecutore e uno speaker di elevata capacità (ma che non rispetta gli enjambements).

Solo in seguito scoprirò che lo speaker è l’Agrati stesso, il “cattivo” dei videogame di Batman1, nonché cantante della Band THE SPLEEN ORCHESTRA , il cui compositore e fonico è Simone Pirovano, che dà un'impronta da bassista  molto evidente nelle colonne sonore dell’Agrati.

THE SPLEEN ORCHESTRA, ispirata a film di Tim Burton, è nome quantomeno azzeccatissimo per il rigor mortis poetico di PARTITURE PER UN ADDIO. “L’idea è quella di raccontare il celebre regista attraverso un proprio linguaggio musicale e scenico mantenendo intatto lo spirito poetico delle pellicole. Cercando di riproporre, con un taglio “indie”, l’immaginario musicale e visivo di estrema ricchezza. Viene così a delinearsi il primo embrionale progetto della Spleen Orchestra – Tim Burton Show.” Cit.

Le poesie fin dall'incipit vanno subito in tema:

I
“ho scelto il pieno mistero della morte.”

II
“ci consuma piano finché di noi non resta/ che un soffio, un grumo di sangue guasto.”

III
“ma piano davvero, la vita perdersi/come moneta dal taglio della tasca.”.

L’esordio della silloge poetica dell’Agrati è tutt’altro che allegro, come ci si potrebbe aspettare invece dal suo temperamento via Social. Infatti, nei miei forforismi di Pastorology predico “la vita non è Facebook”. Se volete piaciarli e condividerli, seguite questo link, per favore.

Il seguito è una sorta di inno al suicidio. Attenzione, non mera istigazione, ma investigazione delle varie possibilità espressive insite nell’estremo gesto. Al che colgo finalmente il significato del titolo: è un addio non ad un* partner, non ad un luogo geografico, non a un lavoro. E’ un addio alla vita.

Esplorandone diverse modalità, per annegamento, per recisione dei polsi, per impiccagione, inscenando un incidente d’auto, una caduta dal trapezio nel circo, per mano di un sicario, sotto il convoglio della metro, per intossicazione farmacologica, oppure emulando gli attentatori delle Torri Gemelle, per un colpo di pistola, con monossido di carbonio dal tubo di scappamento, per esplosione di un ambiente saturo di gas da cucina, con tuffo dal balcone, con un frammento di specchio inferto al collo, dal ponte, per mano della Polizia, persino per malattia cancerosa - sembra che certe formazioni derivino la loro eziopatogenesi dalla psiche, quasi dalla volontà - l’Agrati vorrebbe augurarsi di trovare il modo ideale per decidere da sé la propria morte.

XXIV
“Prima sono andato a puttane di nascosto per provare/il gusto del tradimento. Perché fosse più amaro/per mia moglie, ho scelto una donna sciatta e avanti/negli anni e ci ho fatto tutto quello che il danaro/poteva pagare. Tra sette minuti e venti il mio corpo/fermerà la metropolitana nella quale lei, elegante/come ogni settimana, se ne va dal suo giovane amante.” Sottile ironia, pregevole gioco di contrasti.

XXXIII
“Pensavo non ci fosse/via d’uscita dal dolore. Illuso da una finta libertà/mi sono rinchiuso nei loro pensieri, per non uscirne più.” Anche la chiusura di una mente può essere considerata alla stregua della morte.

XLI
“ho guardato il sole e ho tolto le scarpe/perché per il volo non servono suole.” Da Ungaretti, di una lucidità terribile però.

PARTITURE PER UN ADDIO è ascoltabile e apprezzabile su BANDCAMP, un social per musicisti e musicofili. La mia immancabile critica sulla copertina è positiva e guadagna loro (musicisti, speaker, autore) le famigerate 5 stelle su GoodReads.

Mi ha commossa profondamente, perché anch’io nascondo un’anima malinconica dietro al sorriso che indosso tutti i giorni e, da musicofila qual sono, pure sensibile alle “scale minori”. Consiglio davvero di cuore all'Agrati di lasciar perdere le battute da basso Poetry Slam e di rivelare la vera natura della sua Arte, anche sui Social.

Consigliato ai malinconici, agli estimatori di Edgar Allan Poe e di Tim Burton, agli aspiranti suicidi per trovarvi un lato leggero, o, viceversa, ai cuori allegri come me per disvelare  l’altro lato della vita: la morte.

venerdì 13 luglio 2018

GRANDE MADRE ACQUA


Ricevo dall'editore CasaSirio un romanzo che non conoscevo, nonostante legga un centinaio di libri l'anno, dieci più, dieci meno, che è la storia di un'amicizia infantile tra Lem e Keïten in costante ricerca di una MADRE e di un MONTE, nonostante una direzione sadica, tra le pareti, anzi, tra i muri, meglio ancora dentro ai muri di un oscuro orfanotrofio russo negli Anni Quaranta, rinfrescato da amenità del tipo: “In fondo però, chi non ha desiderato, almeno una volta nella vita, di buttarsi senza pensare?”, da altre come: “Che io sia maledetto, il talento è una grande magia. E una sofferenza.”, fino all'uso patafisico delle parole “secoli” e “migliaia d'anni” al posto di “poche ore”.

La prima cosa che mi colpisce di questo romanzo è l'interiezione: “Che io sia maledetto”. Al ritmo di due volte per pagina. Praticamente, un tormentone. Che però alla lunga accompagna come una sicurezza attraverso le brutture e incertezze descritte dall'autore dal nome impronunciabile. Anzi, pregherei i lettori di mandarmene un audio con la corretta pronuncia al mio indirizzo e-mail: pastoristefaniagloss@gmail.com.

Si può definire uno scritto ottimista, quando si arriva a leggere massime come questa: “È triste, amico mio, è triste essere vivi e accorgersi che tutti ti hanno già cancellato. In quel momento non c’è più vita, per un uomo, nessun compito da portare a termine, solo quello di morire.”. Ovviamente, sono ironica. Capisco rapidamente che orrore e tristezza e "rassegnazione mai" sono la cifra stilistica del Čingo.

Nel riportare le sue citazioni, stavolta lascio appositamente il corsivo dove lui scrive in corsivo, e l'italico dove l'italico, perché l'autore alterna pagine riempite di considerazioni filosofiche in corsivo ad altre circa i fatti scritte in normale italico, identificando nei due diversi stili di carattere le relative differenziazioni semantiche. Qui, una delle sentenze, estrapolata dai corsivi, che identificano le sue riflessioni: “ciò che doni agli altri ti appartiene, ecco il senso di ogni cosa.
Rapidamente, all’interno dell’orfanotrofio, bambini e oggetti cominciarono a confondersi fino a divenire indistinguibili.”: qui invece una perfetta descrizione di alienazione fattuale affidata all'italico.

Descrizioni fulminanti per grigiore e sintesi: “Il mattino incombeva dolorosamente, spossato come l’albero dell’orfanotrofio, lacerato per metà.”, “Il Campanaro sgranò gli occhi a tal punto che, per poco, non gli cascarono in terra come bottoni scuciti.”, “Non si era mai visto uno spettacolo simile nel cortile dell’orfanotrofio. Magri, denutriti, i corpi ancora bambini, giravamo intorno alla nostra piccola ombra malconcia come folli. Non sapevamo che fare della nostra testa mutilata, delle nostre braccia rotte, di noi stessi.” e ancora: “Non mi lascio aprire bocca e mi getto a terra con la grossa mano da macellaio, tra le ceneri della primavera che sorgeva come una fiamma.”, “se si vuole punire qualcuno per tutta la vita, bisogna separarlo da ciò che ama di più al mondo.” o "trovate" come quella del "lisciare i capelli" per ore con le mani impastate di saliva, addormentarsi la notte con un fazzoletto in testa, per poi svegliarsi la mattina così: “peccato che al risveglio i capelli fossero divenuti colla, una vera e propria matassa da sbrogliare. Forza, provate a sbrogliarli, provate a pettinare quei capelli! Il prezzo sono lacrime e sangue. La forza del talento era tutta qui: poveri bambini, tutto ricominciava da capo, e dovevano di nuovo sopportare stoicamente le peggiori sofferenze.

Un talento a me sconosciuto, questo Čingo. Ne ricopio ampi brani per impararne lo stile e farlo mio.

Che io sia maledetto, erano scorci stregati. All’improvviso vedi uno spiraglio che scintilla, poi un altro, e un altro ancora. Era il più stupefacente e magico dei labirinti. Provate a individuare il punto esatto in cui lo sguardo di un bambino ha bucato il muro. La Direzione esaminava il muro ogni giorno, le punizioni erano severe e i buchi venivano tappati. Ciechi. A cosa poteva servire il cemento se, trascorso un solo istante, migliaia di buchi identici apparivano di nuovo?

Tutto l’orfanotrofio era immerso nella solita immobilità, la stessa calma glaciale che spesso regna nei cimiteri. Di tanto in tanto, capitava che uno di noi cercasse qualcun altro in sogno, allora i bambini mormoravano, parlavano da soli.” E poi nel bel mezzo della narrazione di una marachella tra ragazzini, una perla speculativa: “Bisognava invecchiare secoli per conservare intatta l’innocenza.

Oh madre mia, oh amico mio, oh la vita, oh gli uccelli, oh l’acqua, oh la casa...” era come una pugnalata al cuore. Evidentemente, quando si è così tristi, cantare o gridare non serve. - Calmati, Lem! Calmati, bambino - diceva Trifoun Trifounoski, spaventato e inquieto. Ma quale cuore sarebbe riuscito a placarsi, a fermare quel vento nefasto e distruttore? “Oh, divento cieco” diceva il mio testo e io, idiota, avevo gli occhi rovesciati, col bianco che riempiva del tutto le orbite, e il povero Trifoun Trifounoski pensò fosse la fine per la mia vista. - Povero bambino – disse.”

Il Piccolo Male, il Male Sacro dell'epilessia sembra attraversare le pagine del piccolo protagonista, come farebbe uno sciamano. Forse si spiega così l'inserimento a catalogo CasaSirio nella collana SCIAMANI.

- Mi vergogno - dissi, e scoppiai a piangere. Gli confessai che non avevo alcun talento, che detestavo le poesie, i romanzi e tutto il resto; gli confessai che si trattava di un istante di follia, d’incoscienza, di dolore, un dolore egoista e insignificante, e tutto per un uomo, quanta importanza per un solo uomo. Che io sia maledetto, proprio così, per un solo uomo.”

Nel cuore di Keïten non era cambiato nulla, regnavano ancora l’amicizia e l’amore, la solidarietà e l’accoglienza, il sorriso, il suo sorriso, e il desiderio, la fede nella Madre Acqua, la verità sul Monte Senterlev. Che io sia maledetto, questo monte esisteva, un monte luminoso tra nebbie dorate ed eterne. Quel sogno meraviglioso ci riapparve, niente poteva distruggere il nostro desiderio di libertà. Amico mio, avevamo dentro un sentimento gigantesco, l’amore. La Madre Acqua era ovunque, e lì dentro era la sola cosa che ci ricordasse la vita. Cosa potevamo volere di più?

Ancora adesso non riesco a capire quale verme abbia potuto rosicchiare a tal punto i nostri cuori – la fame, la paura, le punizioni, le umiliazioni quotidiane, il freddo, la nota sul dossier, forse le file e quel maledetto muro, o forse tutto insieme – ma una cosa era chiara come il giorno: lo spionaggio, la viltà e la cattiveria spuntavano nell’orfanotrofio come patate novelle. Tutti diffidavano di tutti, si nascondevano dagli altri e si chiudevano in loro stessi.

...avrei compreso che esistevano molte cose di cui non cogliamo immediatamente il senso, cose che non si lasciano vedere a occhio nudo, meraviglie che si nascondono negli oggetti, che ci aspettano pazienti mentre noi, spietati e ciechi, le calpestiamo distruggendole in maniera irrevocabile.

Eppure, celata dietro tutta questa negatività, ci sta la speranza. Proprio il più malmesso, ovvero Keïten, che fu affidato alle cure di Lem perché ritenuto responsabile, perché “con dossier aggiornato”, perché più savio, proprio Keïten compie la sua rivoluzione silenziosa, il miracolo di cambiare se stesso, e il malefico direttore, in buoni personaggi. Come? Ve lo lascio disseppellire con l'archetipo più antico del mondo.

Due parole, come mia consuetudine, sulla copertina. Nell'esplorare il catalogo di CasaSirio, un'editrice non a pagamento, (finalmente, leggi qui le mie valutazioni a riguardo), noto con piacere* l'unità grafica che ne caratterizza i libri. Eccellente coesione visuale, caratterizzata da armonia dell'impaginazione, dagli equilibri degli elementi visivi, alla euritmia dei cromatismi. Va necessariamente il mio plauso all'editrice. Cinque stelle su GoodReads anche per questo motivo. Invito CasaSirio a completarne la scheda.

Consigliato a chi riconosce nel potere dell'acqua l'eterno femminino e in quello della montagna discopre il maschile, a chi abbia vissuto un periodo della propria vita in luoghi oscuri e opprimenti per trovarvi comunque una ragione di speranza, a chi crede nella capacità di salvezza nell'essere empatici prima di tutto.

*Fui Art Director negli anni Ottanta a Milano.

giovedì 14 giugno 2018

L'UOMO OMEGA


È la prima volta, tra tutta la letteratura erotica derivante da EROSCULTURA di Daniele Aiolfi, che leggo di un feticista del piede, perversione prevalentemente maschile che prevede l’utilizzo di oggetti, detti feticci, quali mutande, reggiseni, calze, scarpe, stivali, o altri accessori di abbigliamento femminile o parti anatomiche come piedi, capelli e talvolta anche difetti fisici come cicatrici da cui ricava piacere sessuale. Spesso il feticcio è necessario al soggetto per raggiungere l’eccitazione sessuale e la sua assenza può determinare una disfunzione dell’erezione.

L'autore Ivan Nigò, sotto pseudonimo, si esplicita uomo omega, rendendosi “necessario collante amoroso della coppia.”. I piccoli refusi reperiti qua e là (c'è un sospetto “incese”, un “alo” invece di “allo”, un “le” al posto di un “gli”), si fanno subito dimenticare dalla sorprendente ricchezza chimica del suo linguaggio in generale, in particolare riguardante quella parte anatomica oggetto della sua adorazione e del sentore di sporco che ne emana e che noi esseri comuni senza parafilie  chiameremmo puzza di piedi. Riporto, a mero esempio non esaustivo, un elenco dei termini utilizzati dal Nigò per definire un odore, declinato in tutti i suoi innumerevoli sinonimi, come “richiamo, sapore, odorino, puzza, influsso, sudorazione, zaffata, profluvio, esalazione, afflato, brezza, effusione, olezzo”: umilievole, persistente, sincero, fermo, muschiato, intimo, improbabile, complicato, soporifero, ancestrale, incomparabile, sbalorditivo, condensato, indecente, ipnogeno, invasivo, viscoso, leggero, rappreso, puerperale, ammonico, munifico, sconcio, basico, faceto, lezzoso, sfacciato, bizzarro, stordente, e così tante altre denominazioni, aggettivi nominalizzati o vezzeggiativi, da farmi sospettare che dietro lo pseudonimo Ivan Nigò si nasconda un chimico, esteta e dotto, sia di scelte lessicali che di conoscenze antropologiche. A proposito di uomo omega, trovo errata la strategia di spiegarne il significato in due righe come introduzione, così invece ben chiosato sul finire dell'opera, togliendo al lettore la curiosità. Anche perché essendoci ben poco sviluppo di un plot, (un uomo si innamora nell'infanzia di una sua coetanea, Francesca che inseguirà per tutta la vita a tal punto da assoggettarsi persino al marito di lei, Carlo), ciò che c'è di pregiato in questo scritto è il concedersi totale nelle descrizioni di rapporti carnali, da rendere il libro avvincente successione di secrezioni umorali e indimenticabili scene di sesso, anche tra uomini. Il quasi conclusivo chiarimento circa la funzione omega di un uomo, alla fine, resta la vera e unica sorpresa. Peccato dunque anticiparla.

Dicevamo, il Nigò Maestro delle spiegazioni odorose: “E come fanno le giovani laboriose sarte, che con la scarpetta impegnata nell'instancabile prestazione, premono sul pedale repulsore che muove la ruota della cucitrice, smuovendo sotto i loro piedi l'aria caliginosa di aulenze tessili risentite dal vivido odore plantare che immane costretto sotto al banco da lavoro, così Marinella animava il clima sottostante di laide frescure sofisticate, che si risvegliavano dal suo piede zeloso per premiare la mia appassionata devozione con l'intima pratica con cui lei mi aveva avvezzato.”

Per mero esercizio stilistico, ho ricopiato altri passaggi magistrali che non riporto qui, tranne questo:
La voglia di cadere ai suoi piedi più maturi, che tanto in questi anni avevo sospirato, mi fece fantasticare di prostrarmi umilmente sotto il tavolo, dove, nella mia fabulazione, Francesca si sarebbe sfilata per metà la scarpa sostenendola in un equilibrio instabile con l'alluce inarcato, e io mi sarei permesso di annusare arrischiandomi nell'interstizio tra la soletta e la pianta del piede mentre lei dondolava la scarpetta per ventilare gli afrori che la calzatura le procurava, e importunata dei miei sfioramenti e dagli ansimi affannati provenienti da sotto il tavolo, Francesca si sarebbe certo decisa a sgridarmi. Conoscendola, sapevo che si sarebbe tolta le scarpe, mettendo un piede di fianco all'altro e piegando le ginocchia per alzare le gambe, mi avrebbe afferrato per i polsi con le mani e tirato a sé, portandomi la faccia ad aderire sulle piante dei suoi piedi affiancati, per tacitarmi la bocca e rendermi mansueto con l'odore intimo dei suoi piedi. Così sarei stato teneramente calpestato e Francesca, pigiando alternativamente con i piedi sulla mia faccia, avrebbe di certo preteso che annusassi bene, anche tra le dita, nonostante le conseguenze della calura estiva lo sconsigliassero vivamente, facendomi in questo modo rivivere le sensazioni che in gioventù mi dispensava per farmi sospirare il suo esoso affetto.”

Giacché sono dal 2007 impegnata in azioni di contrasto per la prevenzione delle violenze di genere nel rispetto dei diritti del singolo individuo, https://ilpiacerediscrivere.it/intervista-a-stefania-pastori-1/ CORPI RIBELLI resilienza tra maltrattamenti e stalking è acquistabile al https://stores.streetlib.com/stefi-pastori-gloss/corpi-ribelli-resilienza-tra-maltrattamenti-e-stalking),
devo ammettere che la ricerca di abiezione, di umiliazione, di sottomissione brutale mi ha turbata, ma posso capire, senza giudicare, che alcune persone lo faccia per proprio piacere.
E l'atteggiamento violento con cui si imponeva tra le mie chiappe per farmi sentire il suo cazzo, stranamente mi rassicurava, e stava facendomi comprendere che le botte che ricevevo con tanta animosità nel culo, erano la giusta cura per la malattia affettiva cui mi aveva portato Francesca, anche se non potevo nascondermi che questa era una facile scusa per giustificare il mio fallimento, poiché in verità avevo già goduto nel sentirmi posseduto da un maschio, e non mi dispiaceva affatto provare il brivido dell'infamante declinazione sessuale con cui Carlo mi traviava per farmi esternare tutta la mia vergogna e l'imbarazzo delle mie squallide azioni davanti a Francesca, sempre pronta a perdonarmi.”

... odori ascosi nelle pieghe più profonde che mi facevano arrossire il viso di vergogna per l'incontenibile turbine degenerante”
... oggi mi lasciassi marchiare dallo sperma”
Non si impietosì delle mie discolpe, infilandomelo in bocca per non ascoltare altre scuse.”
È innegabile che ognuno trova nelle proprie flatulenze qualcosa di estremamente piacevole quanto incondivisibile, se non con il nostro più nascosto ego erotico, ma sperimentare un simile piacere annusando il culo di un altro maschio che si può permettere di scoreggiarti in faccia, non era cosa da tutti i giorni. Però, con Carlo, trovai la giusta ispirazione per provarci, sapendo che mi sarei dovuto umiliare partecipando con mutismo e rassegnazione ai suoi turlupinanti richiami anali.”

Descrizioni dalla tecnica letteraria efficacissima a parte, si direbbe che Ivan Nigò le abbia davvero vissute di persona queste sue esperienze. Ma questa è solo una mia considerazione di carattere personalissimo.

Consigliato a coloro che vorrebbero trovare conforto nel condividere una propria parafilia come il feticismo, agli etero-curiosi e, più in generale, a coloro che sono in cerca di emozioni forti e alternative.

giovedì 17 maggio 2018

COME UN PANDORO A FERRAGOSTO


Tonino è il timido protagonista, tanto da trovarsi “come un pandoro a ferragosto” in svariate occasioni della vita. Diplomando presso l'Istituto Tecnico Carlo Levi di Torino, ragioniere, ma con la passione delle Lettere, ha una dettagliata e approfondita conoscenza dei nomi della grande letteratura e delle loro opere, dei personaggi e relative caratteristiche psicologiche. Solo la passione può far fare questo. E il Marzano lo sa bene. Ce ne dà la prova descrivendo i libri sul comodino della madre di Tonino: “Una pila altissima e traballante, che solo un miracolo perenne (la magia della letteratura?) teneva in equilibrio.”

Il pandoro svanisce quando in viaggio per le vacanze al Sud, Tonino conosce Claudia, con cui riesce ad instaurare subito un buon dialogo, ricco di allegria e ironia. Claudia gli racconta di un amico dal nome usuale da quelle parti e Tonino ci scherza amabilmente.
Se in una piazza affollata chiami Salvatore si girano tutti. Sai che sforzo dover variare all'infinito il nome per non confondere un Salvatore con l'altro?!” “Tore, Totò, Salvo, Turiddu... “buttò lì Claudia. “Sasà, Toruzzu, Turi...” rispose lui al volo. La ragazza di controbalzo: “Toto, Torillo, Sarbaturi...” ridacchiando. “Toruccio, Totore, Salvino, Salvuccio, Turicciduzzo!” esagerò Tonino.” 

Così nasce un amore da viaggio, destinato, dopo la vacanza, a sparire per la lontananza l'uno dall'altra. Con l'espediente di narrare della morte di un amore a distanza, il Marzano coinvolge il lettore. Ma l'Amore a quell'età rinasce subito. Tonino costruisce una nuova relazione con una collega di lavoro. Il Marzano ne descrive lo sbocciare con ciò che gli riesce meglio, ovvero la scrittura poetica: “Non appena varcata la soglia, fecero subito l'amore, in modo spontaneo e naturale. Senza nessuna inibizione alla voglia di esplorarsi, di cercarsi l'anima bocca con bocca, sprofondati in un brivido muto che sorreggeva i loro corpi di amanti, incollati nel dolce incanto di quella notte troppo breve. (…) Era un amore sbocciato a sorpresa, come un fiore di zucchino nella sua gialla, luminosa e sfacciata bellezza, comparso una mattina là dove la sera prima non c'era niente. Uno dei giochi sbalorditivi della natura che fa esplodere vulcani, fiori o amori a suo piacimento.”

Tonino passerà attraverso peripezie e disastri, anche economici, tanto da obbligarlo ad allevare galline pur di risollevarsi e di tornare indipendente economicamente.
Pensava che il rapporto con Dio, Allah, Buddha, o chi per loro, fosse una cosa intima e che riguardasse soltanto l'individuo.” Unico appunto al Marzano: Buddha non è un dio, ma un comune mortale. La storia è semplice e gradevole, anche se l'autore eccelle in altro campo. Direi infatti che la prosa non è la sua cifra migliore, ma la scrittura poetica, che gli consente assonanze, rime interne, i giochi di parole, come in M'ILLUMINO DI MENSOLE

A conferma, la sua prima prova di prosa conclude così, con un gioco di parole:
Hai visto dove ti sei messo? Sembra la tua insegna!» (…) Tonino si arrampicò lesto lassù fino al cartello sopra la sua panchina. Staccò la grossa “N” adesiva che componeva la parola “Nuova” e la trasferì proprio dove mancava la “r” di Torino. ToNino Porta uova.

COME UN PANDORO A FERRAGOSTO è uno dei tanti esempi di letteratura scritta in dislocazione, un'eredità di scrittura cartografica alla Salgari che descrisse della Malesia senza mai esserci stato. Il Marzano parla di Torino e ne descrive luoghi senza averci vissuto, con una differenza: oggi c'è la tecnologia di Google.
  
Consigliato alle persone rinate dopo un disastro economico e/o amoroso per identificazione, a quelle che lo stanno affrontando per ricevere un grande incoraggiamento: basta rimboccarsi le maniche per risollevarsi perché nulla è perduto.

lunedì 14 maggio 2018

DALL'INTERNO DELLA SPECIE


Sono così assuefatta alla scarsa qualità di scrittura dei prodotti editoriali che ricevo in lettura per essere recensiti, da non riconoscere immantinente un scrittore mirabile.
Così, recepisco la silloge di poesia DALL'INTERNO DELLA SPECIE di Andrea De Alberti (che, come al solito, non conosco), senza avvedermi che l'editore è. Punto. Non lo dico per non creare aspettative, proprio com’è successo a me.

Di conseguenza, non conoscendo il poeta e ignorando la casa editrice, tendo subito a diffidare della qualità poetica di quest'opera, non essendovi rime. Nel corso di anni da filosofa, scrittrice, poeta, recensora, studiosa in generale, ho accumulato la convinzione che, passando da Dante a Montale, Ungaretti, Quasimodo, Valduga, la Poesia si evoluta/involuta in più direzioni, dalla rima baciata delle filastrocche, agli endecasillabi più arzigogolati e astrusi. Oggi, grazie al De Alberti, ri-scopro il colloquiale (Valduga, Raboni, Sereni quasi mai studiati nei Licei perché troppo contemporanei?) Ecco una trappola in cui cadono i sedicenti poeti: credono basti scrivere in rima per esserlo. Il De Alberti fa anche di più: scrive ispirandosi alle Scienze esatte, persino per il famigerato binomio cuore/amore. Per fare Poesia, ci vuole Filosofia, Scienza, Sapere, Saggezza, Ironia, Levità. In una parola, Vita Ragionata e Sentita. Alcuni esempi dall'opera del De Alberti.

GORILLA
Siamo depressi come gorilla/ (… segue una serie di scientifiche dissertazioni sull'eziopatogenesi della depressione)/ noi come gorilla ai quali se si riduce lo spirito competitivo/ aumentano le chances di vincere lo stress,/ di sopravvivere più uniti ai morsi della fame.

NON SOLTANTO QUI LA NEVE
(…)“Dicono gli scienziati: su uno schermo primordiale/ l'anima nel freezer ha un cervello emotivo/ che può ancora difendere.” in cui il poeta ammette di essere frutto di una “strana evoluzione” che impedisce a “ragione e sentimento” di restare uniti (rivelando di essere fan di Jane Austen).

LA DONNA SCIMMIA è una intensa poesia sulle funzioni genitoriali e i loro parallelismi nel mondo dell'arte contemporanea: “Tutte le sere per un anno intero ho fatto questo:/ ho usato Burri per fantasmi assemblati con i sacchi/ Joseph Beyus per riplasmare concettualmente/ la natura di mio padre./ Ma tra la madre e il figlio,/ spasimo per amore senza distrazione,/ schiacciato senso di colpa,/ dovrebbe persistere uno spazio virtuale,/ come un taglio nella tela di Fontana/ perché è lì* che nasce la creatività/ del neonato, se qualcosa non va a male./ E la donna scimmia continua il suo cammino/ con un'elica spezzata di cromosomi.”
Questo componimento gratifica le mie ridotte conoscenze artistiche (fui Art Director in pubblicità, nonché assistente di un Artista pittore da cui ricevetti in dono un Fontana). Non conoscevo Joseph Beyus, che ora so essere un performer molto apprezzato. La letteratura diventa grande se insegna qualcosa.

IL DOLORE AI TEMPI DELL'AULIN, IKEA, MANHATTAN, UN SOGNO EQUATORIALE, SALINGER e altri, sono componimenti sottilmente ironici: “Il dolore è come quando uno non sente al telegiornale/ ma capisce da strani segni che qualcosa sta andando male.” “Non pensare piú* in grande di uno specchio da muro,/ di una sedia rossa smontabile, di un tavolino laccato,” “un terzo dell’una, due parti per l’altro,/ la testa come una ciliegia nell’alcol.” “solamente un sogno equatoriale:/ una spiaggia con una mensa self-service/ attorniata da palme offriva riparo/ a uomini con un cuore./ L’homo sapiens doveva ancora arrivare.” “quanto sonno vi ho risparmiato rifiutandomi ai televisori?” Lascio ai lettori l'attribuzione dei versi alle singole poesie.

L'ANELLO MANCANTE
(..) l’anello mancante non è un essere umano,/ un primitivo nascosto nel cuore di una caverna,/ ma è un’assenza che genera linfa per una nuova terra.”

BISOGNEREBBE ELABORARE TUTTO
“… staremo a vedere.” L'autore platonicamente sospende il giudizio.

L'EVOLUZIONE È ALTRUISTA “Io che per anni avevo creduto all'egoismo per natura,
mi trovo a essere chiamato giraffa d'altruismo.”

Un tema ricorrente: King Kong, Jessica Lange, Manhattan, 1976-2001 il film, scimmioni, donne scimmia e gorilla.

Consigliato agli appassionati di Filosofia, Scienza, Sapere, Saggezza, Ironia, Levità, non in prosa, ma in Poesia.

*Al terzo “così” scritto con accento acuto mi è venuto un sospetto e ho controllato. Ogni avverbio di luogo, cioè quattro, “lì” ha l'accento invertito, ogni “più” è invece “piú”. Possibile che una casa editrice di siffatta importanza ammetta nel proprio manuale di stile accentazioni quantomeno buffe? Allora ne parlo con il De Alberti, il quale appunto afferma che «l’accentazione delle parole, così anche nella prosa, fu decisa nella seconda metà del Novecento da illustri critici, pensatori, filosofi e scrittori nonché fondatori della Einaudi», da cui si cristallizzarono consuetudini minoritarie e differenti rispetto alla stabilizzazione relativamente recente della nostra lingua, ovvero nella prima metà del Novecento. Allora, in conclusione, si direbbe che il sistema “primo Novecento” consiglia l'accento grave nei tre casi in cui è impossibile distinguere tra differenti gradi di apertura delle vocali (à, ì, ù), mentre alterna l'accento acuto con quello grave a seconda della obbligatorietà (o della volontà) di segnalare la chiusura della vocale (perché; córso della Corsica) o, viceversa, la sua apertura (dòsso). Da notare che la o finale è sempre aperta (contò, ohibò, paltò, sospirò, però). La casa editrice Einaudi nelle sue opere a stampa adopera invece, nel sistema “secondo Novecento”, l'accento acuto per tutte le vocali considerate chiuse (é, í, ó, ú) e l'accento grave per tutte le vocali aperte (à, è, ò). C’è sempre da imparare, ringrazio il De Alberti per avermi insegnato così, anzi, no, cosí tanto.

venerdì 11 maggio 2018

L'AMORE NON FA SOFFRIRE


Abbordo questo L'AMORE NON FA SOFFIRE come sempre senza saperne nulla, per lasciarmi sorprendere, nel bene e nel male, dall'autore. Manco conoscevo il sottotitolo, dal quale avrei facilmente dedotto che si tratta di un manuale d' “amore maleducato”, come lo definisce lo stesso Amato (un nome, un programma), con tanto di Trade Mark, di sito e pagina Facebook.

Scritto in linguaggio snello e diretto, il primo impatto mi allarma: sembra quasi segnale di mancanza di qualità, impressione che si rivelerà scorretta, perché l'intenzione dell'Amato, studioso, professionista e formatore, è quella di rivolgersi al maggior numero di persone appartenenti a qualsiasi categoria, anche a quella degli illetterati..

Si divide in più sezioni: la parte iniziale si concentra sul divario esistente tra la concezione d'amore che la più parte dei disillusi ha, ovvero un amore idealizzato grazie a letteratura, film, fiction (che per l'appunto, è finzione), dalla immaginazione, dalla poesia, da Prevert, da aspettative di emozioni; in cui l'amore è uguale a vantaggi e benefici per sé; in cui ci si lascia travolgere dalle emozioni e dalla passione, in cui si nasconde la serie di difetti altrui (per non vedere i propri), in cui si proiettano sul partner le nostre aspirazioni; in cui ci si aspetta che dall'altra parte sia prevista una sfera di cristallo per cogliere al volo le proprie personali esigenze. A tal punto è diffuso questo sentire, che l'Amato auspica nelle scuole l'avvento di: “un'ora durante la quale si parlasse e s'insegnasse ai giovani l'arte di vivere felici e di amare in maniera consapevole.”

Per parlarci dell'Amore vero, l'Amato afferma che:
Non vorremo vivere l'amore per paura di soffrire, ma soffriremo a causa della sua mancanza.”
E anche che:
Il come fa una differenza enorme nella tua vita e nella tua relazione.” Non il perché.
E infine che:
La difficoltà più grande è quella di comprendere che la sofferenza, molto spesso, nasce dal nostro modo di vedere le cose. Continuiamo ad incolpare gli altri, invece di assumerci la responsabilità della nostra situazione e a fare qualcosa per cambiarla.” Tutte affermazioni che sento concrete, perché aderenti alla filosofia buddista che sperimento ogni giorno nel quotidiano.

E poi ci parla dell'Amore Vero, in cui si scopre che la felicità sta nella dedizione e nell'ascolto del partner, risiede anche e soprattutto nelle piccole cose (che non finiscono mai), non solo nelle grandi passioni (che finiscono); in cui si applicano le cose imparate dalle batoste precedentemente ricevute; in cui non ci si lascia andare a casaccio, ma si costruisce assieme al partner giorno per giorno come fosse il primo giorno, rinnovando il voto di felicità che si fa a se stessi, indipendentemente dalla sua presenza o meno; in cui il sentimento, non l'emozione, decolla partendo dalla conoscenza (magari anche traumatica) dei reciproci difetti e per questo motivo, non può che raggiungere spazi siderali. Non si basa sul famigerato “colpo di fulmine”, ma sulla graduale conoscenza fatta di quotidiano; nasce cioè da esperienze dirette, negative, poi rielaborate, forse non da soli, ma con il sostegno di psicologi e di forti amicizie, oppure di una speciale filosofia di vita. L'Amore è condivisione, donare, senza pretendere nulla in cambio. L'Amore è scoprire assieme le cose belle e le cose brutte, è voglia di stare assieme, di mettere in luce le proprie fragilità, persino le negatività. Senza avere aspettative, ma cercando di confrontare le rispettive personalità, desideri, voglia di vivere. L'amore vero nasce infine dal guardare dentro di sé, avendo il desiderio di donare amore, in tutte le relazioni, anche in quelle di amicizia.

Un'altra sezione del libro ci induce a rispondere schiettamente a tre domande fondanti, quali:

1. Sei sicuro che i pensieri e le convinzioni che hai sull'Amore siano corretti? Quali sono i motivi che ti spingono a crederlo?
2. Sei davvero convinto che il modo di relazionarti con il partner (presente o passato che sia) sia davvero quello che ti permetterà di essere felice? Perché?
3.Da che cosa nascono le tue convinzioni e i tuoi pensieri sull'Amore e sulle relazioni?

Invito ogni lettore onesto con se stesso a rispondere per iscritto. Il mio partner ed io l'abbiamo fatto, ognuno indipendentemente dall'altro, costituendo così due documenti comprovanti la qualità della nostra relazione agli esordi.

Quindi, l'Amato passa a descriverci alcune modalità di comportamento efficaci alla nascita e crescita dell'Amore, cristallizzandole in “sette strategie”, perché “nel momento in cui i tuoi pensieri cambiano, anche la tua realtà si modifica.” Non le anticipo, diversamente svelerei proprio il cuore del libro. Conclude la sezione affermando che “l'Amore è un viaggio che attraversa campi di felicità e a volte deserti di tristezza, ma che vale sempre la pena di vivere. Sempre con Amore.”

Infine, giunge a interrogarci su due parole fondamentali della vita, con un cambio di accentazione. Allènati o allenàti. Una è Felicità: “Concentrati su quello che TU puoi fare per essere felice, senza attribuire la responsabilità della tua felicità a qualcun altro.”
E l'altra, ovviamente, è Amore: “Ancora una volta concentrati sui comportamenti, sulle azioni e sui pensieri che per te sono segnali d'amore, in modo da individuarli ed essere consapevole se esistono nella tua storia d'amore.”

Consigliato ai disillusi dall'Amore che hanno capito che fermarsi alle apparenze, alle emozioni, ai colpi di fulmine, alla superficialità delle relazioni li porterà sempre a scegliere le persone sbagliate.