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venerdì 1 marzo 2019

"La Prima Volta in cui Sono Morta" di Marta Minotti

L’onestà intellettuale e la dirittura deontologica che caratterizzano Gloss la obbligano a fare una premessa: letta la recensione, la Minotti le ha chiesto di cambiarla, in quanto a suo avviso era stata spoilerato l'intera silloge. Gloss non l’ha potuta accontentare: le sue sono recensioni gratuite, non sottostanno al volere degli autori, specie se tali voleri sono frutto di paranoie. Nel caso di Marta Minotti, Gloss ha ritenuto inserire piccoli elementi di anticipazione per far meglio comprendere al lettore di che libro si tratti, stando accorta in assoluto di evitare lo spoiler. La tecnica scrittorica della Minotti pecca in chiarezza, ma per incoraggiarla a fare sempre meglio, ha evitato di scriverlo. La poeta si inalberò comunque. Pazienza, ormai Gloss ha imparato di “non fare del bene se non si è pronti all’ingratitudine” cit. Forforismi Pastorology, antica pagina Facebook non più esistente di aforismi che danno grattacapi come la forfora.
La silloge inizia sorprendentemente senza titolo, con le parole in prima persona di quella immaginiamo sia la protagonista, Silvia, (che scopriremo più avanti essere colpita da una decina d'anni dall'artrite reumatoide), parole che a lettrici e lettori arrivano attraverso un diario in cui la protagonista segna minuziosamente dati di natura pratica (terapie, tempi e modalità, dosaggi, iniezioni e poco altro). Ma nelle ultime pagine del diario, che sono quelle che si leggono nell'incipit, il registro cambia: la protagonista afferma di voler scegliere lucidamente una morte pulita con l'impiccagione, descrizione piena di speranza letta in un gruppo Facebook dedicato a presentazioni letterarie. Già un'aspirante suicida piena di speranza sembrerebbe un ossimoro, tuttavia non fu quello che che Gloss contestò all'autrice  Marta Minotti per sospetta mancanza di verosimiglianza. La morte per impiccamento lascia segni esterni inequivocabili sul collo (il cosiddetto 'solco cutaneo'), si perde la ritenzione sfinterica, la lingua si estroflette, il viso assume il tipico colorito cianotico, gli occhi strabuzzano, le vene del viso e dei globi oculari scoppiano, come pure si creano i famigerati "calzini e guanti di sangue" e via proseguendo per altre amene descrizioni che poco hanno di pulito. Alla reazione della Minotti, che negava recisamente, avendo tentato una sua amica il suicidio, Gloss sospende il giudizio e prosegue la lettura. Silvia, dopo l'infausto gesto di cui non conserva memoria, la ritroviamo ricoverata in ospedale, in preda ad amnesia. L'unica cosa di cui è certa è di non aver compiuto 'quella cosa'. Purtroppo, la lettura del suo diario, oltre a confermare di averlo lei stessa programmato lucidamente, le lascia una lacuna di un mese.
“A volte a rubarti la vita non è una malattia né la morte stessa, ma il tempo.”, afferma Silvia, in un'amara osservazione della Minotti.

Per Marianna, la figlia avuta da Paolo, mai veramente amato da Silvia, innamorata invece del bello e impossibile Brando, conosciuto in tempi adoloescenziali quando le offrì di suonare la chitarra nel suo locale, la protagonista afferma “... la famiglia è rimasta in piedi, non ho voluto che spartisse la sua vita tra due case, che fosse obbligata a scegliere a chi volere più bene.” Molto saggio, ma anche manipolatorio. Se una donna sta male col proprio uomo, se si sente maltrattata o costretta in una qualche forma di oppressione psicologica, tenga bene in mente il motto per la sopravvivenza: via dalle violenze domestiche, prima che sia troppo tardi, coniato dalla Stefi Pastori Gloss in "Corpi Ribelli - resilienza tra maltrattamenti e stalking" da cui poi deriverà nel 2019 "Rinascite Ribelli - #siamotuttijoker". Googlate Centro Virtuale  Arte CORPI RIBELLI. Gloss sospetta che questa Silvia sia perfettamente dotata di determinate specifiche cliniche.

“Ogni volta che guardavo mia figlia negli occhi...” Mia? Perchè non “nostra”? Silvia conferma i miei sospetti, svelando le caratteristiche psicologiche conosciute come quelle del 'narcisista perverso'.

“... medici e infermieri saranno le uniche persone che vedrò. Ma loro con me non parlano, e sono giunta alla conclusione che il motivo non risieda nella mia incapacità di rispondere ma nella percezione che hanno di me, di una che la vita l’ha disprezzata e probabilmente è anche indifferente alle cure che le stanno facendo. Nelle loro menti sono solo un impiccio, una perdita di tempo.” Terribile ammettere che, nella sofferenza, gli altri possano anche solo pensare questo di ciò che una persona stia passando. Silvia (cioè, la Minotti) è bravissima a farci sentire coinvolti. Altra tecnica tipica del 'narcisista perverso'.

Di Felia, sua estemporanea compagna di camera d'ospedale, che fantomaticamente vive di affitti, Silvia dice: “Ha il solito sorriso che abbaglia su quella faccia da ragazzina dove il tempo non ha messo le mani.”. Descrizione lusinghiera di una di fatto sconosciuta e che la Minotti mette in bocca ad una persona intelligente, sì, ma non arguta. Ulteriore caratteristica tipica del 'narcisista perverso'. Gloss inizia a chiedersi come la Minotti ne sia così bene a conoscenza. Sarà autobiografico?

“Sono dieci anni di vita che si azzerano, un tempo buono che si fa da parte indulgente come un padre. Questo momento è una clessidra che si inceppa.” Parole che Silvia dedica al padre, quando costui va a trovarla in ospedale. La figura del padre è la sola veramente centrale della sua vita, come spesso accade alle donne 'narcisiste perverse'. Tutto si incastra perfettamente, brava Minotti.

Silvia è palesemente ancora innamorata di Brando, suo amore adolescenziale. nell'episodio della visita in ospedale, gli riserva una descrizione da cui traspare la sua infatuazione: “È cambiato pochissimo, i capelli sono un po’ più radi e c’è qualche ruga sul suo viso che sta lì solo a fargli un favore.” Sorprendetemente, conosce Felia. Gloss annota mentalmente, sospettando sia un indizio di una certa rilevanza.

Una profonda ma sintetica descrizione della crisi matrimoniale tra Silvia e Paolo, fa supporre a Gloss che la Minotti l'abbia vissuta in prima persona: “Non siamo più nel presente, siamo nella nostra vita di coppia, nel nostro matrimonio fallito, nei rancori mai dichiarati, nel folto di una forra sconosciuta e piena di notte.” A tal punto che Silvia non lo chiama più per nome, ma semplicemente con il pronome 'Lui', tecnica spersonalizzante del solito 'narcisista perverso'.

La Minotti ci permette di ascoltare anche la voce di Paolo: “Trascorse quasi mezz’ora in quell’atrio in cui non c’era nessuno all’infuori di noi e quando ci accorgemmo del tempo che era passato, lei mi chiese soltanto se volevo il suo recapito, mi avrebbe dato volentieri un consiglio, qualora ne avessi avuto bisogno. Per un attimo, anche se avevo capito benissimo che il motivo di quell’invito era esclusivamente professionale, il mio orgoglio di maschio sfiorò vette che non raggiungeva da anni e subito dopo mi ritrovai a pensare a quanto fossi stupido e a quanto mi mancasse l’attenzione di una donna.(...) ero affamato di vita, d’amore, di qualcosa che fosse soltanto mio e che volevo tenermi stretto…avevo digiunato troppo, persi completamente la testa.”

Sara, infermiera di Silvia, che la Minotti ci farà gradualmente scoprire essere anche l'amante di Paolo, rivelandosi una mirabile orchestratrice di modalità e tempi, accusa Paolo della mancata morte di Silvia: “«Se quel giorno non avessi dimenticato il cellulare, se non fossi tornato indietro, a quest’ora lei sarebbe morta e noi saremmo liberi! (…) Sei un uomo senza spina dorsale, senza carattere, ora capisco perché lei ti ha preferito quell’altro, non vali niente, niente! Che cosa vuoi che faccia, che la tolga di mezzo con le mie mani? Guarda che ne sono capace, perché se credi che le lascerò rovinare le nostre vite…»” che torna più avanti, con una terribile affermazione: “E poi in ogni caso non ci saremmo mai liberati definitivamente di lei, sarebbe stata un accollo per sempre, disoccupata e malata com’è: era meglio sbarazzarsene ed eliminare così il problema alla radice, dovevo solo trovare un modo.”

Silvia scopre il tradimento di Paolo: “Se non fosse per mia figlia lo butterei fuori a calci in questo stesso momento. E Marianna lo sa, non è una stupida, lo avverte in un attimo questo veleno, le basta guardarci.
“Io vado a vestirmi” – dice infatti ad un tratto scattando dalla sedia e dileguandosi in fretta. In un attimo se n’è andata lasciandoci soli nella nostra cucina ad odiarci.” La figlia, come sempre accade nelle famiglie che si auto distruggono, sottolinea quanto siano pretestuose le motivazioni di Silvia per salvare il matrimonio.

Il primo colpo di scena ce lo propone la stessa Silvia: “Le immagini ritraggono due persone, due donne per la precisione, una delle quali è indubbiamente lei, anche se ha i capelli diversi, più lunghi e di un altro colore. Anche l’altra la riconosco subito.”

Il secondo colpo di scena ce lo svela Brando: “Sua madre ne era completamente soggiogata e Sara riusciva a farle fare tutto ciò che voleva, in virtù della vecchia storia che l’aveva privata di un padre.”

Il terzo colpo di scena ce lo svela ancora Silvia con la sua memoria che torna: “Sono piena di rabbia e allo stesso tempo ho paura. Sono sola in questa stanza senza telefono, lontana da casa e con il mio aguzzino ad un passo da me che sta curando la mia stupida ferita... (…) Tutto torna, tutto si ricompone in questo puzzle degli orrori il cui pezzo centrale sono proprio io.”

In effetti, con la prima osservazione critica circa la presunta compostezza della morte per impiccagione, Gloss aveva già intuito qualcosa di questo puzzle abilmente predisposto dalla Minotti. Ovviamente non rivela altro per non spoilerare.

La chiusa del romanzo è commovente. Ogni cosa va al suo posto, anche il sentimento, rivelando una nuova scrittrice capace. Copertina da 'image bank' che dice tutto e niente, 4° stellina su Goodreads.

Consigliato agli amanti degli intrighi familiari, ai soliti giallisti, a chi come Gloss è convinto che il male torni sempre indietro.

mercoledì 30 marzo 2016

CORPI RIBELLI - resilienza tra maltrattamenti e stalking

Ebbene sì, l'autrice stavolta sono io. Quindi non ne parlerò e se per caso voleste vedere comunque un video mio, potete seguire questo link: del 2011, autoprodotto, in cui promuovevo l'attività a tutela delle donne maltrattate. Per quanto mi avesse gratificato, patii in seguito un effetto boomerang che descrivo nella versione aggiornata del saggio, di cui trovate un assaggio in questo post.

Tuttavia, non mi risparmio di pubblicare un'intervista del 16 gennaio 2015 in cui il giornalista Pinuccio Rana a Bisceglie mi consente di esporre le tematiche del libro, che ringrazio tutt'ora per la sua delicatezza e precisione.
Ora passo la parola su CORPI RIBELLI alle recensioni di ha avuto il privilegio di leggerlo. Cominciando dalla recensione di una giornalista in erba, anche lei vittima resiliente, Lidia Ianuario, che, a parte il breve commento dettato da quella che poi confessò essere un'invidia mal repressa, conforta affermando quanto segue: "... un libro diretto a tutti, senza alcuna distinzione, perché pone una profonda analisi sulle motivazioni psicologiche e sui tratti distintivi di uno stalker, ma soprattutto perché, attraverso una bibliografia accurata, e la raccolta di dati utili durante la sua esperienza, si pone come valido strumento per i non addetti ai lavori. E risponde alle domande: Come fare a non farsi travolgere da un incubo senza fine? Dove ritrovare la forza di riprendersi la propria dignità?"

Jenny Rizzo, criminologa, anni di volontariato nelle carceri, nello staff del noto criminologo clinico prof. Paolo Giulini, esperti nel trattare i sex offenders incarcerati, allo scopo che,  in quanto seriali, una volta liberati, non reiterino l'odioso reato.
"Corpi ribelli, di donne che scintillano… Non sono molto brava a recensire; farò un’eccezione per questo saggio che merita la giusta attenzione sociale per l’argomento trattato.
Resilienza, capacità di resistere ad urti improvvisi senza spezzarsi secondo Wikipedia… resilienti sono le donne maltrattate da picchiatori narcisi, incompetenti, rifiutati, rancorosi.
Stefania racchiude in poche pagine il manuale per le donne maltrattate, un insieme di nozioni tecniche, formali ed indicazioni precise del protocollo da seguire in caso di donna che brilla…. Brilla perché lucidata dalle botte.
Linguaggio tecnico competente, come immaginavo; indicazioni precise su luoghi, associazioni per donne, nomi di professionisti a favore delle donne e a loro disposizione; suggerimenti specifici sulle strade da perseguire; consigli legali; imbeccate sulle modalità per affrontare un uomo violento, una su tutte: allontanarsi dal picchiatore trovando dentro sé stesse la forza di farlo.
Elementi precisi che solo una GLOSS può conoscere. Mancano, a mio avviso, le emozioni. Io vivo alla ricerca di emozioni e questo libro me ne ha lasciate poche. Non ho sentito le storie delle donne resilienti.
Al termine del libro mi sono resa conto di sapere molto di più su Stefania e sul suo vissuto; sarei in grado di suggerire percorsi di aiuto a donne maltrattate; riconoscerei un uomo violento (ma questa capacità è innata, credo, in tutte noi donne….). Ma non ho percepito emozioni. Lo stile è freddo, le emozioni sono velate dal linguaggio tecnico e distaccato, quasi come se Stefania stesse raccontando una vita che non le appartiene… e probabilmente è proprio così. Quella vita Stefania l’ha lasciata alle spalle.
Ben venga allora un manuale simile, nonostante non suggerisca emozioni né sentimenti. Un libro che tutte le donne dovrebbero leggere per capire che lo stereotipo della Bella addormentata nel bosco è una favola falsificata: non necessariamente noi donne dobbiamo essere bimbe brave e buone in attesa del principe (azzurro) che ci salverà.
Complimenti Stefania. Continua a brillare per tutte le donne che ne hanno bisogno”

Laura Proietti, impiegata amministrativa, con esperienza di mamma Narcisista Patologica, (i narcisisti perversi possono essere dovunque!), dice: “Ho amato il saggio Corpi Ribelli di Stefania Pastori perché vi traspare la luce della speranza. Per le donne che subiscono violenza, anche e soprattutto all'interno delle mura di casa, l'autrice dimostra come sia possibile scardinare il meccanismo perverso che impedisce ad una persona ferita, umiliata, vessata, di allontanarsi per sempre dal suo aguzzino.

Stefania analizza le possibili situazioni di resistenza da parte delle vittime (mancanza di appoggio delle istituzioni, paura di ritorsioni, vergogna, senso di colpa) e propone soluzioni fattibili, reali. Un manuale di auto soccorso indispensabile”
.

Sul periodico LA VALSUSA in ottobre 2014, l'editoriale a firma del dr. Giorgio Brezzo racconta la mia storia personale e le motivazioni che mi hanno spinta a scrivere dell'argomento così ostico. Uscito a fine ottobre 2014 in occasione della presentazione di CORPI RIBELLI a Susa (TO).

Al Salone del Libro di Padova, edizione novembre 2014, rispondo alle domande degli astanti, citando il CIPM di Milano dove il prof. Paolo Giulini ha attivato un gruppo di criminologi clinici come lui che tratta i sex offenders imprigionati nei tre poli carcerari milanesi


In occasione della ricorrenza dell'8 marzo, presso la Casa della Cultura ad Oulx (TO) intervengo circa gli stereotipi di genere perché, come spiega meglio il giornalista de LA VALSUSA, "le discriminazioni di genere possano talvolta danneggiare la bellezza dell'arte che vive indifferentemente negli uomini e nelle donne".

Claudia Daniela, mia amica online via Facebook, ha acquistato il libro e ha espresso il suo sentire come segue: “Stamattina, Stefi, hai viaggiato insieme a me. Non ero con un semplice libro, ero con un pezzo di te: si capiva che chi l'ha scritto l'ha fatto perché aveva qualcosa da dire. Non è un libro per tutti, ma d'altra parte nemmeno la divina commedia lo è. È un libro per chi ha voglia di capire e di reagire. Anche la fuga è una reazione.
Pur trattando un argomento impegnativo, il libro scorre.

Ma se mi limito a dirti "tutto bello", non ti aiuto. 
Anche se sembra incredibile, esistono persone anche giovani (nella fattispecie donne) che non hanno dimestichezza con internet. Forse se inserisci (non so se però si può) un recapito telefonico o un indirizzo delle associazioni a cui parli, dai un aiuto più immediato, senza che chi ne ha necessita, debba cercare. Tipo: Soccorso Rosa tel. ... Ho imparato che le cose che hai a portata di mano, le usi. Quelle che devi andare a cercare, può essere che le rimandi.
E poi a pag 85, intervista a CandyCandy. Lei dice di esser orfana e figlia unica, alla riga sotto le viene chiesto se ha fratelli o sorelle.
Ti dico che in questo libro "ho visto i tuoi occhi". Grazie!”

Farò mie queste preziose osservazioni di Claudia Daniela (e anche quelle di Jenny Rizzo) per la prossima edizione ancora più curata nel dettaglio, cui sto lavorando da certosina, e che sottoporrò ad una grossa casa editrice come EINAUDI.

Porto qui il pezzo a firma di Maria Teresa Vivino, giornalista free lance della VALSUSA, redatto in occasione del convegno del 29 aprile 2016 presso l'Istituto College Frejus a Bardonecchia. Ficcanti le domande poste dagli allievi, mi hanno fatta sentire gratificata.

Propongo, forse un po' narcisisticamente, lo ammetto, anche una intervista TV dove rispondo alle domande della giornalista Micaela Ferrara dal minuto 42, realizzata grazie al supporto della promotrice culturale Isabella Di Liddo, dopo l'intervento del mitico umorista pugliese nonché re di Twitter, Alessio Giannone, in arte Pinuccio.

Ed ora, la recensione del mecenate Andrea Sciavarello, siciliano curatore di un MUSEO GALLERIA. “Da diversi anni nella mia mente, echeggia la parola “resilienza”, ne ho fatto un motto di vita, perché grazie alla resilienza s’illumina ogni piccolo angolo buio della nostra vita.

Stefania Pastori è l’autrice di “Corpi ribelli”, un manuale di resilienza tra maltrattamenti e stalking, curato nel dettaglio, un vero “libretto d’istruzioni” per chi soffre la prepotenza altrui. Anche se conosciuta soltanto telefonicamente, credo di poter dire che Stefania pur avendo attraversato momenti di pesanti difficoltà, è una persona solare, che sprigiona amore per la vita, per la sua famiglia nella persona di Sofia, la sua bimba, e per se stessa.

E su questo vorrei che riflettessimo: l’amore, opposto alla violenza, germoglia nella rifioritura di una vita annullata dalla brutalità. Corpi per l'appunto RIBELLI.
Maltrattamento non necessariamente fisico, ma anche psicologico, dove nella maggior parte dei casi, chi lo subisce, non solo non ha più abbastanza energia per amare anche solo se stesso e contrapporsi alla coercizione, ma disconosce le molteplici possibilità di assistenza esistenti fuori dal luogo d’isolamento.

Per questo motivo, è fondamentale che questo manuale si diffonda, perché l’attenzione verso il prossimo, e l’impegno sociale sono sinonimi d’amore, che solo seguendo la competenza di chi ne ha vissuto il tormento, si contrapporranno trionfanti al sopruso.”

Ora è il turno di una lettrice di GoodReads, Alice Biolcati. Voglio riportarla integralmente, perché preziosa per la sua speciale confidenza. Scrive: "Prima di tutto voglio ringraziare l'autrice per questa copia del suo saggio e per la bella dedica che ho trovato al suo interno.
"Corpi ribelli" è un saggio di un centinaio di pagine - è un saggio che fa male ma che, allo stesso tempo, illumina.
Ed è grazie a donne coraggiose come Stefania e tutte le altre che danno la loro testimonianza in questo libro che può esserci una maggiore consapevolezza del problema dello stalking e, in generale, del maltrattamento sulle donne - sia fisico che psicologico.
Quante volte siamo portate a dire "ma a me non può capitare" e invece da un momento all'altro ci si ritrova intrappolate in una spirale discendente di paura e pericolo?
Perché a volte crediamo di essere furbe, crediamo di essere più intelligenti - e a volte lo siamo, ma prima dobbiamo sbatterci la testa più volte per giungere al momento in cui finalmente riconosciamo i segni di quello che sta davvero accadendo.
Io, per mia fortuna, non ho mai subito maltrattamenti dalla mia famiglia o da un partner e una volta, leggendo un romanzo sull'abuso in una relazione, mi sono chiesta come fosse possibile arrivare a quel punto.
Mi sono detta che essendo già stata vittima di bullismo, non avrei mai permesso che qualcuno mi mettesse le mani addosso dopo tutto quello che avevo passato.
Poi mi sono fermata a riflettere e mi sono resa conto che la mia esperienza con la mia ex-migliore amica - che, precisiamo, so non essere assolutamente paragonabile a quella di Stefania e delle altre donne che hanno il coraggio di raccontarsi in questo saggio - presentava comunque modi di pensare simili.
Nel romanzo - il cui titolo tradotto in italiano è "Ma io lo amo" di Amanda Grace e inedito in Italia - Ann viene picchiata dal suo ragazzo Connor e tutta l'escalation che viene descritta nel saggio di Stefania è poi quella presente nel romanzo: prima gli atteggiamenti possessivi e isolatori e le minacce verbali, poi le botte seguite da un periodo di "luna di miele" e poi ancora le botte.
E Ann non riesce a lasciarlo perché lo ama e sente che lui ha bisogno di lei.
Ann è come quella ragazza del caso descritto da Stefania - carente di affetto paterno vittima di un Narciso perverso a sua volta picchiato dal padre.
Perché dopo aver letto il romanzo mi sono sentita di dire a me stessa che in parte capivo Ann sebbene io non fossi mai stata coinvolta in una relazione romantica abusiva?
Consideravo la mia ex-migliore amica come una sorella fino a quando sono cominciate a sorgere incomprensioni e liti.
Mi ignorava, mi piantava in asso, mi costringeva a tornare a casa dopo un'ora che ero uscita perché si era fatta raggiungere dal suo ragazzo, non riusciva neanche a stare tre ore senza di lui e io stavo male perché avevo solo lei eppure per mesi ho continuato a sopportare fino a quando non ce l'ho più fatta.
Fino a quando ho deciso di essere egoista e di pensare a me e alla mia salute psicologica.
Perché dopo aver letto il romanzo di Amanda Grace, pur non avendo mai avuto una relazione romantica abusiva, ho riconosciuto parte di me stessa in Ann?
Perché anche io avevo lo stesso processo mentale di Ann, anche io continuavo a perdonare sperando che la volta dopo sarebbe andata meglio, sperando che l'altra persona si accorgesse dei suoi sbagli e di quanto mi faceva stare male.
Perché anche io non riuscivo ad "andarmene" perché legata dall'affetto e dai ricordi in comune con questa persona.
Fino a quando le brutte cose non hanno sorpassato quelle belle.
Mi rendo perfettamente conto - e l'ho già scritto prima - che la mia esperienza non è assolutamente paragonabile a quella di Stefania, ma lo stesso l'ho voluta scrivere per far capire che in parte - pur non essendo mai stata vittima di questo genere di abusi - posso capire cosa lei e queste donne hanno passato.
Questo saggio è una testimonianza potente di donne che si sono ribellate ai loro carcerieri, di donne che si sono risollevate e che sono risorte dalle loro ceneri e che ora stanno cercando di aiutare quante più donne possibili in condizioni simili alle loro appena passate.
Questo saggio è anche un primo passo verso il chiedere aiuto in caso di bisogno perché pieno di informazioni utili su procedure e su centri di assistenza
Faccio un grande augurio a Stefania e a tutte queste donne, auguro loro di ottenere tutta la felicità che meritano.”

Una nuova amica, insegnante di inglese, Nadia Tria, preziosa perché capace di mantenere le relazioni tra donne, pur essendo sposata e con figli, ha scritto le seguenti considerazioni: “Il libro Corpi ribelli di Stefania Pastori ha un triplo valore. Racconta in modo realistico e molto crudo l esperienza terribile subita da Stefania negli ultimi 9 -10 anni della sua vita. Racconta in che modo e grazie a quali persone e organizzazioni è riuscita ad uscire da questa situazione. Infine offre una speranza a tutte le donne che subiscono violenze psicologiche morali e fisiche. Un libro di grande umanità scritto da una donna che ha sofferto molto ma ha trovato la strada della rinascita. Lo consiglio a tutte le mie amiche donne ma anche agli uomini intelligenti e sopratutto ai giovani.”

Chiudo con la recensione di un'Avvocata che subì violenza da un fidanzato, Natalia Ceravolo:
"Un uomo come tanti, che Stefania ha avuto la forza di allontanare, di denunciare, di combattere, nonostante si sia ritrovata da sola, improvvisamente, senza casa, senza lavoro. Ma con una valigia di forza e dignità.
La cronaca è ricca di impietosi e lucidissimi casi di amori sbagliati, ormai finiti, che continuano a logorare, spesso fino ad epiloghi impietosi, anime che non riescono più ad uscirne.Stefania no. Stefania è donna, è madre che salva. Stefania è GLOSS (Gruppo di Lavoro e Osservatorio Sessismo e Stalking).Stefania è una risposta.La conoscenza è sapere. Il sapere combatte ogni forma di ignoranza.Conosci una forma di ignoranza più bassa della violenza?"

Le sue parole mi hanno fatto commuovere. A tutti un grazie sentito di vero cuore!