“Per capire il tempo bisogna liberarsi delle parole. Le parole delle cose e le parole dei corpi. Le parole finite, quella che si possono contare.”
'Chilografia - Vorace Storia di Palla' di Domitilla Pirro, che si definisce “Pennivendola”*, è un giallo mascherato da romanzo di formazione.
Capita a volte che Gloss capiti (ops che bisticcio, ma è divertente) in qualche gruppo di lettura delle librerie indie da lei frequentate si lasci condizionare nella scelta di un’opera. Stavolta l’equazione (Scuola Holden + Libreria + Bibliotecaria della stessa scuola + che è anche l’autrice + CE che ne propone una sfida, non è chiara quale) = X, dove X è 'Chilografia - Vorace Storia di Palla' e “Bibliotecaria della stessa scuola” è l’autrice Domitilla, la convincono alla lettura.
Pur sapendo per esperienza personale e altrui che “Holden” non è garanzia di qualità e “Libreria” tantomeno è garanzia di onestà intellettuale, si accinge alla lettura. Ammette che la lettura viene ultimata in un soffio, nonostante non si tratti di un romanzetto alla portata dell’analfabetismo funzionale in voga in Italia negli ultimi anni, promulgato persino dai selezionatori del Salone del Libro di Torino edizione 2026 e da certi editori meno adusi all’arte, più facili al vile denaro.
La copia di Gloss risulta zeppa di pezzetti di carta igienica a impedire formazione di angoli piegati e a sottolineare le plurime zone di interesse.
Prodotto consapevolissimo di effequ https://www.effequ.it/prodotto/chilografia/, l’opera si rivela sorprendentemente meritevole, tra dettagliati racconti di pantagrueliche mangiate ninfomaniacali, martedì subdoli e bellicosi, citazioni Nerd come un fiato “Dàrt” o verniane discese al centro della Terra, che Terra non è, ed epiche tanto inattese meditazioni trascendentali. Una su tutte:
“Poi c’è una parola che è corpo ma si comporta da cosa. Palma. Palma era: una bambina di undici anni, otto mesi e nove giorni. (...) Palma è: l’immobilità dei sassi di fiume, la durezza precaria di un gheriglio, la friabilità delle ossa vecchie, la vuota compostezza della lettera O. (...) Poi c’è una parola che non è corpo e non è cosa. Che non si può contare. Che è basta, e non è finito. È il sangue. Sangue non ha plurale.”
Che è lo stesso “non aver plurale” quando la Pirro racconta un dato tipo di sporco, a rivelazione del finale.
Palma, soprannominata Palla, vive il disagio di un corpo ingombrante e "sbagliato", oggi si dovrebbe dire nonconforme, (mah) all'interno di una famiglia problematica nella provincia italiana, oggi si dovrebbe dire disfunzionale (arimah) segnata da ipocrisie e violenze nascoste. La progressiva consapevolezza della scoperta della propria fisicità scatena in lei una forza inarrestabile e dolorosa, dando inizio a un percorso di crescita deformato che attraversa trent'anni di storia personale e collettiva.
Il romanzo utilizza un linguaggio crudo ma dignitoso per dare voce alla vergogna e agli aspetti più grotteschi della femminilità. Questa "epopea del corpo" racconta la difficile ricerca di un'identità tra traumi e sofferenze. Alla fine. No. Gloss si autoimpone di fermarsi qui, con la ferrea volontà di non spoilerare.
“Una volta era corsa a cercare l’Imene in salotto. Sul dizionario illustrato, cioè, dopo aver cercato, nell’ordine, Sesso, Sperma, Pene, Vagina e altre cose. Vi si manifestava in diverse incarnazioni: imene anulare, a falce, labiato. Imperforato. Cribriforme. A carena o, ancora, a pendaglio.”
“Quand’era ragazzina, Palma sedeva sul water a gambe larghe - le mutande prima alle ginocchia poi a una caviglia sola - e certe volte le tornava in mente qualcuna di queste esatte parole: “Discendi nel cratere dello Jökull di Snæffelsche l’ombra dello Scartaris viene a lambire prima delle calende di luglio, viaggiatore ardito, e perverrai al centro della Terra. E questo ho fatto io, Arne Saknussemm”. Allora si alzava, pigliava lo specchietto dentro al beauty-case e chiudeva a chiave la porta.”
Il resto ve lo lascia immaginare la Gloss. Perché non è immaginabile e vi saprà sorprendere.
“Lo sbuffo che facevano le porte del 765 era lo stesso suono degli apparecchi in stanza di nonna due estati fa, quando l’avevano ricoverata d’urgenza per l’anca. L’odore era diverso. i bus puzzano della puzza del pomeriggio, le equazioni di secondo grado, il letto rifatto o non rifatto prima di uscire al mattino; puzzano d’inverno anche quando fa caldo, e poi puzzano di cane. A volte di pioggia. Gli ospedali puzzano di vecchio, e di grigioverde. Ma principalmente di vecchio.”
I pochi esempi riportati ricordano una fluidità tarantiniana. A corredare la narrazione, Domitilla reitera una data immagine, con minime variazioni crescenti. Quasi un orologio. Non lo è, perché manca la lancetta delle ore. Trattasi della sua genialità graficamente tradotta e che sale in maniera direttamente proporzionale ai titoli di natura numerica. Scoperto l’arcano, Gloss ha goduto nel ripercorrere in avanti e a ritroso. Lascia che siano i lettori ad arrivarci da soli, perché possano godere parimenti della propria arguzia.
Palma rappresenta noi tutt3 alle prese con noi stess3 quando riusciamo a trovare una personale risoluzione, affrontando il destino con estrema passionalità.
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*Pennivendola: il sito della Pirro meriterebbe di essere quantomeno letto una volta, fosse solo per questo avviso: “Non ti spammerò mai, anzi se vuoi che io ti risponda dovrai braccarmi. Però dice l'internet che devo avvisarti che uso i cookie per offrirti la miglior esperienza possibile qua sopra. Accettando, accetti i cookie. (Ma almeno offrili, no, che è quasi ora di merenda e io c'ho sempre fame.) Eh? Privacy?” e poi linka la Privacy. Come spesso dice Gloss in uno dei suoi Forforismi Pastorology preferiti, la contraddizione è sintomo di intelligenza.
Per inciso, parte del blog (e dei suoi scritti) assumono lo stesso tono aggressivo/passivo dell’avviso su cookies e privacy. Nel tendere la mano verso altre donne, la Pirro, finalista al premio Libro Dell’Anno 2019, potrebbe persino scegliere di non essere sfuggente: magari trova appoggio da altre donne.
(seguente)

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