Alla domanda della madre adottiva sullo spazio che in futuro sarebbe riservato alle sue tre famiglie, quella rwandese, quella dell’orfanotrofio vercellese e quella aviglianese, Beate, protagonista di ‘Fammi Una Foto Che Volo’ di Nicoletta Molinero, usa queste parole.
“ (...) La mia famiglia biologica e la mia famiglia adottiva, le vedo andare insieme. Sempre vicine a me. Purtroppo, la famiglia di Vercelli, a parte alcuni rimasti amici, la vedo sempre più lontana. (...) Alcuni torneranno in Rwanda. Quindi il fatto che saranno altrove potrebbe influire e questo un po’ mi rattrista.”
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| La prima presentazione al Salone del Libro 2025: Nicoletta in piedi, accanto a lei Mario Boccia, Nicolas Marzolino e Chico Bellando (Nutriaid) |
La Cifra Stilistica
L’estetica letteraria di Molinero si distingue per una fisionomia evocativa e asistematica, che mutua dal linguaggio fotografico la capacità di cristallizzare l'istante. Ogni sequenza narrativa si configura come un'epifania visiva, uno "scatto" semantico atto a preservare l'unicità dell'attimo; tale espediente avvolge il fruitore in una dimensione liminale, sospesa tra il repertorio mnemonico e l'astrazione onirica.
La struttura del racconto procede per antitesi, mediando tra l'acume del dolore e improvvisi bagliori d'ironia. Questa dialettica degli opposti riflette l'intrinseca complessità del reale, stabilendo un ritmo emotivo che funge da ponte tra la pagina scritta e la fenomenologia dell'esistenza umana.
Profilo Professionale e Impegno Civile
Nicoletta Molinero emerge come un'eclettica intellettuale, fautrice di un dialogo interdisciplinare tra arti plastiche, letteratura e musicologia. Il suo percorso è profondamente segnato da un'attività pedagogica e sociale d'avanguardia, rivolta precipuamente a minori in condizioni di marginalità e vulnerabilità socioculturale.
L'Umanesimo Integrale
Oltre alla vocazione letteraria, la Molinero si distingue per un attivismo ecologista militante e per una pragmatica vocazione all'accoglienza. Fondatrice di presidi educativi per l'infanzia (scuole materne e nidi), ha esteso il proprio raggio d'azione alla cooperazione internazionale, lottando contro le piaghe della denutrizione infantile. Non è un caso che questo suo impegno sociale si sia tradotto anche in ambito personale a familiare: la protagonista del romanzo è sua figlia adottiva, salvata dalla guerra civile in Africa.
L'istituzione di un Ostello di sua concezione incarna perfettamente la sua filosofia dell'inclusione: un topos d’incontro eterogeneo dove convergono pellegrini, migranti, esponenti del mondo sportivo e artistico, nonché figure carismatiche e viandanti — tra i quali si annoverano Gloss e la figlia Sofia — uniti in un mosaico di umanità varia e pulsante.
Una piccola critica, che vuole essere costruttiva, com’è nello stile di Gloss, mai compiacente, nemmeno con amici e amiche: il tono divertente (e divertito) dell’opera appare alla lunga un po’ troppo compiaciuto di sé, come se, volendo fare della psicologia da settimana enigmistica, nessuna persona del suo entourage abbia mai espresso apprezzamento verso di lei come persona e come scrittrice/attivista. I lettori beta citati in fondo forse, Gloss azzarda un'ipotesi gratuita, ripete, forse sono troppo amici di Nicoletta per farle osservare i difetti.
Tuttavia, ricordando Gloss il periodo dell'Ostello come momento difficilissimo della vita personale in cui l'incontro con Nicoletta fu salvifico, preferisce concludere con un nota positivissima: la narrazione traduce in pieno la ricerca di originalità letteraria, di onestà intellettuale, la fermezza e la determinazione di Nicoletta nel denunciare le ingiustizie sociali.
(seguente)


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