Regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, scrittore, attore e documentarista tedesco Werner Herzog è Leone d’Oro alla Carriera alla Mostra Biennale del Cinema di Venezia 2025. Mostra e non Festival: da quest’anno il suo direttore Alberto Barbera ne sottolinea l’elevato contenuto artistico.
“Mi sembra una medaglia per il mio lavoro” dice Herzog.
“Cineasta fisico e camminatore instancabile” ha percorso “incessantemente il pianeta Terra inseguendo immagini mai viste, mettendo alla prova la nostra capacità di guardare, sfidandoci a cogliere ciò che sta al di là dell’apparenza del reale” Alberto Barbera dice di Herzog.
Cinefila e sceneggiatrice affascinata dalle tre fasi del cinema di Herzog (la prima, fulminante, stordente, ipnotica tra il 1969 e il 1982 - Segni di vita; Aguirre - furore di Dio e Klaus Kinski che, da qui in poi, assurge al ruolo di attore - feticcio, in un rapporto di amore/odio con il regista; L’enigma di Kaspar Hauser; Nosferatu il vampiro; Fitzcarraldo - la seconda, meditabonda e quasi invisibile che si incrocia e si aggrappa ad un nuovo filone aurifero - Grido di pietra; L’ignoto spazio profondo - la terza, documentaria, dove Herzog, con la sua voce fuori campo, narra imprese, testardaggini e inafferrabili misteri incentrati su uomini al limite dell’umana follia - Grizzly Man; The fire within.
Conquistata fin dai tempi del primo Klaus Kinski herzoghiano con Aguirre - furore di Dio, in occasione del Leone d’Oro, Stefi Pastori Gloss si è lasciata attrarre da un libro che parla Herzog: la chiamava dagli scaffali della Libreria Gulliver di Torino. ‘Aspettando il Crollo delle Galassie’ (citazione da una frase di Herzog)
è non mera raccolta di interviste condotte da vari giornalisti e scrittori a Werner Herzog tra il 1968 e il 2011, ma un’opera da cui Gloss (e chiunque come lei appassionata di cinema e dell’autore bavarese - non tedesco!) ne desume poetica e filosofia filmica. A questo proposito, suggerisce di vedere (o ri-vedere come ha fatto lei) due tra i suoi film più rappresentativi: Cuore di Vetro (1976) e Kinski, il Mio Più Caro Nemico (1999), quelli che meglio incarnano la “modalità cinema” di Herzog. Contestate Gloss nei commenti se credete che non sia così.
In Cuore di Vetro risulta prioritaria l’importanza del paesaggio come un vero e proprio personaggio vivente: il regista ne fa pacate carrellate o persino inquadrature fisse perché lo spettatore ne possa godere il fascino così come l’ha subito in prima persona, dando sfoggio delle sue capacità di contemplativo documentarista. Sin dalla prima scena, Herzog fa percepire importanti le mani dell’uomo, come strumento di vita e lavoro, ponendole in primo piano con luci morbide e contrastanti allo stesso tempo, così da conferire loro la corretta valenza, anche se a riposo.
Luci, colori, inquadrature appaiono ispirate a opere caravaggesche. Le persone sono composte come pittoreschi tableaux vivants, in condizioni di ipnosi. Su uno scoglio in mezzo all'oceano, uno dei personaggi di spalle scruta in lontananza, “A lui per primo è stato concesso il dono del dubbio”, lo sguardo fisso sul mare: in un’unica scena, Herzog cita non solo Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, ma anche Caspar David Friedrich e il suo Viandante sul Mare di Nebbia.
“Non ho mai pensato all’estetica (...) non lo saprò mai come avviene (l’estetizzazione dei miei film) anche Dante l’ha fatto. Goya e Hieronymous Bosch - ed è solo all’alto livello di estetica e stilizzazione che Goya è rimasto una figura così vibrante, come Dante, Hieronymous Bosch o chiunque altro.”
È davvero l’arte nei suoi film così come se prefigge e configura Herzog nelle interviste.
Con Kinski, il Mio Più Caro Nemico, Herzog ha l’opportunità di raccontare visivamente come venga coinvolto dalle persone in cose che lo affascinano e “non per mera coincidenza”, “mi imbatto in queste persone e all’improvviso provo un’illuminazione interiore”, “indipendentemente da quanto grandi fossero gli ostacoli o le difficoltà”.
“Con poco cibo e acqua potabile a causa dell’ossessiva ricerca di autenticità che contraddistingue Herzog, l’indole di Kinsky, già esplosiva, si fece pericolosa. (...) Gli dissi che avevo un fucile e che sarebbe riuscito ad arrivare solo alla prossima ansa del fiume prima di trovarsi con otto proiettili nella testa” - risponde Herzog alla domanda circa le difficili relazioni tra lui e l’attore. “Chi ha mai sentito parlare di una pistola o di un fucile con nove proiettili?” scriverà più avanti lo stesso Kinsky. Ma funzionò.
“Se il vostro incontro non fosse mai avvenuto - chiede il giornalista - sareste stati entrambi esseri umani inferiori?
Non posso rispondere a questa domanda, perché lui è stato parte della mia vita, così come io sono stato parte della sua (...) Solo quando una persona è sottoposta a forti pressioni, (...) il suo carattere si rivela (...) solo sottoponendo una lega metallica a una pressione o a un calore esterni, possiamo comprendere la natura di un materiale prima sconosciuto.”
Consigliato a cinefili in generale e ai fans di Herzog specialmente: potranno grazie al libro vedere e rivedere i suoi film senza mai stancarsi.


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