“Lo stigma che riguarda le mestruazioni è talmente antico e radicato che fino a poco tempo fa perfino nell’evolutissimo Occidente era impossibile anche solo parlare di un evento del tutto naturale come il ciclo femminile, figurarsi rendere l'argomento accessibile e chiaro per delle bambine.”
Gloss si permette di aggiungere in concetto di ipocrisia, sottolineando che i “costruttori” di assorbenti femminili hanno “costruito” imperi economici sulla colorazione blu del sangue. Ovvero sull’ipocrisia, appunto.
L'opera ‘Campo di Battaglia – Le lotte dei corpi femminili’, siglata da Carolina Capria, edita da effequ si configura come un'indagine saggistica volta a sviscerare le conflittualità intrinseche alla corporeità muliebre. L'autrice decostruisce con acume le convenzioni socio culturali e le coercizioni sistemiche che, storicamente, hanno tentato di disciplinare il corpo femminile.
Infatti la Capria è scrittrice e attivista contro la violenza di genere, nonché sceneggiatrice italiana, nata a Cosenza il 25 luglio 1980. Ha iniziato la sua carriera da autrice per la Magnolia TV e ha pubblicato numerosi romanzi per ragazzi e bambini, tra cui ‘4 Amici Online!’ e ‘La Banda Delle Polpette’.
Nel 2018 inaugura i presidi digitali su Facebook e Instagram denominati ‘L'Ha Scritto Una Femmina’, un’organica iniziativa socioculturale volta alla valorizzazione della produzione letteraria muliebre e al sistematico smantellamento dei pregiudizi e delle disparità di genere. Proprio attraverso questo spazio editoriale, l'autrice ha disvelato con lucida disamina la capillarità dei soprusi digitali perpetrati dal consesso virtuale denominato ‘Mia Moglie’, una comunità su Facebook forte di circa 32.000 aderenti, dedita alla condivisione di materiale iconografico ritraente donne in frangenti di quotidianità o in atteggiamenti intimistici, il tutto all'insaputa delle interessate. Tale fenomeno trascendeva la mera pulsione voyeuristica: il dibattito tra i consociati deragliava sistematicamente oltre i confini del decoro, sfociando in un’apologia della violenza sessuale e nella riaffermazione della reificazione muliebre, intesa come mero oggetto di dominio patriarcale. Carolina Capria ha evidenziato la drammatica condizione di vulnerabilità delle numerose donne ignare di essere assoggettate a tale esposizione non consensuale.
Attraverso una lente ermeneutica rigorosa e priva di compiacimenti, con ‘Campo di Battaglia’ la Capria articola una riflessione densa sulle fenomenologie dell'io, oscillando magistralmente tra la dimensione idiosincratica del singolo e quella corale della collettività.
Il volume non si limita alla mera analisi, ma, da una parte, si pone come un catalizzatore per sovvertire le narrazioni egemoniche, ovvero scardinare i paradigmi tradizionali legati all'estetica e alla funzione del corpo. Dall’altra, allo scopo di stimolare il dibattito dialettico, sollecita nel lettore e nella lettrice una consapevolezza critica riguardo alle dinamiche di potere che informano la percezione della femminilità.
In ultima analisi, il saggio di Capria agisce come un manifesto intellettuale, invitando a una riconfigurazione semantica del corpo inteso non più come oggetto di imposizione, ma come spazio di autodeterminazione.
Da Art Director della Milano da Bere, a Gloss preme esaltare la massima sintesi della copertina, quasi fosse figlia di uno dei suoi mentori artistici: Armando Testa: We make brands iconic. Un plauso all’artworker Simone Ferrini, correttamente citato nei crediti. Utilizza quelli che a mio avviso sono i colori più comunicativi per l’uomo, Nero, Bianco e Rosso. Negli ultimi 6/8 mesi Gloss ne ha stilato un mini compendio tra Storia Arte Moda Cinema e Cromatologia per il docente di Fashion Design all’Accademia Albertina Vincenzo Caruso. Si augura che non sia lesa la proprietà intellettuale di tale compendio.
Gloss ha studiato e riprodotto ‘Campo di Battaglia’ in molte parti per appropriarsi della tecnica descrittiva e ne propone una selezione, con lo scopo di invogliare alla lettura. Che, nel caso della Capria, si trasforma in auto meditazione.
Suddiviso in capitoli dai titoli emblematici (SANGUE, RUGHE, CAPELLI, COSCE, ASPETTO, OSSA, UTERO, e in un colpo solo, OCCHI, ORECCHIE, MANI), il saggio compie un excursus tra tematiche tipicamente femminili, anche se in realtà i maschi potrebbero sentirsi coinvolti.
Circa il fenomeno del catcalling, dei maschi verso le femmine, appunto, l’autrice, portando a spasso il cane alle 22 della sera, riflette: “... spesso e volentieri al mio outfit arrangiato e misero aggiungo, a prescindere da quanto faccia caldo, una t-shirt lunga per sentirmi più tranquilla. Non lo faccio perché pensi che il mio abbigliamento possa fare una qualche differenza nel caso in cui qualcuno abbia l'intenzione di darmi fastidio, lo faccio solo perché non voglio essere guardata. Desidero non avere un corpo (...) esattamente come è concesso ai maschi, che possono passeggiare per i fatti loro e con le cuffiette nelle orecchie senza che qualcuno li osservi e giudichi il loro abbigliamento e il loro corpo.”
“Creata da Dio a partire da una costola di Adamo - quindi un prodotto derivato, non originale, non indipendente (...) Eva era inizialmente destinata a essere sostegno e compagnia dell'uomo e non sua schiava, ma purtroppo, volubile e corruttibile, cedette al peccato e al Maligno, obbligando tutte le donne a un ruolo di subalternità e servitù.”
L’arrivo del “marchese” determina il passaggio da “il corpo è mio” a “il corpo è di tutta la società (...) che da allora lo avrebbe osservato e controllato ventiquattrore su ventiquattro, e si sarebbe addirittura sentita legittimata a esprimere giudizi.” Con l’arrivo del menarca (che per un semplice cambio di vocale appare molto simile a monarca), sebbene, finché bambine, le femmine possono comportarsi come meglio credono, “le signorine [invece]devono dar conto dei loro atteggiamenti e delle loro scelte, e va da sé, stare attente.”
Per inciso, è proprio il sangue mestruale a impedire al genere femminile l’esercizio del sacerdozio, obbligando la Chiesa cattolica a stabilire l’immacolata concezione della Vergine Maria a metà Ottocento. Altrimenti, Maria, fosse stata mestruata, non avrebbe potuto portare in grembo nientemeno che il figlio di Dio!
Nel riferirsi all'esempio di una delle tante serie TV come ‘Beautiful’, che offre “la competizione e l’odio preconcetto tra due cliché, dove “le donne vecchie” temono “le giovani, scaltre e ingannevoli, e quelle giovani [temono] le vecchie, pronte a fare di tutto per difendere il loro piccolo orticello”, la Capria scrive che “...l’odio tra generazioni diverse che potrebbero allearsi e fare squadra, danneggia e indebolisce le donne, è funzionale solo ed esclusivamente al mantenimento della società patriarcale.”
In merito a gioventù e bellezza, simboli di prestazione, l'accelerazione esponenziale delle facoltà di emendare il proprio fenotipo che prelude all'avvento di una pletora di trattamenti a oggi ignoti, i quali sono tuttavia destinati a imporsi nel vissuto individuale come bisogni ontologicamente essenziali, l’autrice ci sbatte in faccia crudelmente la domanda “se esiste un limite oltre il quale non intendiamo andare.”
Circa la bellezza stereotipata, ovvero l’opportunità di indossare o meno un costume da bagno rosso che attira gli sguardi o una semplice t-shirt che copre le forme: “... dovremmo cominciare a farci delle domande e, magari, iniziare a mettere in discussione l’idea che la bellezza sia il lasciapassare per la vita. (...) La bellezza è diventata nel tempo caratteristica necessaria per essere e fare qualsiasi cosa. La bellezza, solo ed esclusivamente la bellezza, mi avrebbe permesso di essere amata e apprezzata.”
È da tenere in considerazione anche che la strutturazione e il radicamento di questo genere di stereotipi insiste nella società genitoriale dei Boomers, cresciuta a suon di orrorifici Fratelli Grimm e altrettanto terrorifici racconti della Bibbia, il più efferato libro venduto al mondo, tra spargimenti di sangue, figli sacrificali, stragi di neonati. E tradimenti.
Per secoli, almeno in Occidente, si è trattato il tema del Femminino dal mero punto di vista estetico, e non da quello di meriti e capacità. Esemplare il detto “Agli uomini piacciono le bionde ma sposano le more” titolo di un film con Marilyn Monroe, la bionda oca, e Jane Russell, la mora strategica. Eravamo nel 1953, ma sono modelli proposti ancora oggi. Al fine di destare la coscienza collettiva, questo è stato uno dei temi trattati da Gloss durante un ciclo di incontri tenutosi al Centro Pannunzio, Associazione culturale fondata a Torino nel 1968.
Come si combatte, allora, in questo 'Campo di Battaglia’ che è il nostro corpo da donna? L’autrice indica la via, ovvero la trasformazione della mancanza di sorellanza tra donne in sostegno reciproco: “è essenziale dedicare parte del proprio tempo e della propria attenzione a coltivare rapporti di sorellanza. Coltivare non significa che una pianta o un albero fioriscano (...) significa faticare quotidianamente affinché le nostre cure rendano piante e alberi forti e fruttiferi.”
Pur condividendo l’indicazione, Gloss, femminista ma non nazifemminista*, in modo forse idealista, auspicherebbe un'alleanza virile nell'agone sociale che richiede un'iniziativa primigenia spettante ai singoli uomini. Si sentano orsù chiamati a una profonda catarsi intellettuale e alla revisione dei propri paradigmi cognitivi, sforzo scaturito da un'autonoma urgenza etica, non mediata da terzi. Nel contempo, la priorità risiede nella riscoperta della sororità: un processo di mutuo sostegno in cui le donne stringono sodalizi per difendere la propria dignità, rendendo l'apporto maschile un obiettivo futuro e consapevole.
Nb: la prima a tendere la mano verso le altre donne potrebbe persino essere la Capria, senza essere sfuggente: magari trova davvero cooperazione.
_____________
(seguente)
